Valentina Parisi

13im3In Russia le prime due decadi che hanno seguito la dissoluzione dell'Unione Sovietica non sono state particolarmente propizie al romanzo. Il genere letterario per eccellenza "russo", almeno agli occhi del lettore occidentale colto, educato tuttora su Tolstoj e Dostoevskij, ha conosciuto una crisi profonda, culminata nell'esplosione delle narrazioni brevi o semi-brevi, coltivate anche da chi, come Vladimir Sorokin, alla forma lunga aveva consegnato in passato il meglio della sua ispirazione. Il recente libro di Alexandra Petrova Appendix (NLO, 2016) pare invertire questa tendenza grazie a una scrittura di tutt'altro respiro che, da una parte, si riallaccia in modo esplicito alla tradizione del romanzo-epopea, dall'altra la rinnova con grande libertà e ironia. E lo fa affrontando un tema di flagrante attualità – quello delle migrazioni su scala globale – su uno sfondo che non potrebbe che risultare familiare agli occhi di un eventuale lettore italiano. Gran parte della narrazione è infatti calata nei meandri di una Roma per lo più notturna e inospitale, crocevia di diseredati provenienti dai quattro angoli del pianeta e di “indigeni”, non meno disorientati e inquieti.

Profonda conoscitrice della Città Eterna dove si è trasferita nel 1998, Petrova evita risolutamente gli itinerari turistici calcati dai “nuovi russi”, ma anche (ed è significativo) quella specifica immagine di Roma che si è venuta a condensare nella cultura russa a partire dai ripetuti soggiorni di Nikolaj Gogol’ negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento. I punti di riferimento di questo testo che in Russia si è già aggiudicato il premio Andrej Belyj sono altri: in primis il Pasolini di Ragazzi di vita, ma anche (e non potrebbe essere altrimenti) tutti quegli autori della letteratura latina, da Ovidio a Plinio il Vecchio, le cui considerazioni sul ruolo dell’individuo nella Storia e sulle lacerazioni comportate dall’esilio non sembrano aver perso a tutt’oggi la loro validità.

Incentrato sulle vicende di otto personaggi principali che il destino ha fatto incontrare a Roma, il romanzo di Alexandra Petrova è in realtà una riflessione ben più ampia sul tema esistenziale dello sradicamento, inteso non tanto come allontanamento forzato da una patria percepita come propria, quanto piuttosto come impossibilità di aderire a una realtà precisa, di identificarsi con un luogo determinato, qui come altrove. Una sensazione di straniamento che l’io narrante (e porte-parole dell’autrice) fa risalire a un episodio luttuoso e insieme grottesco della propria pubertà, quando all’indomani del suo dodicesimo compleanno fu operata a Leningrado in preda ai sintomi della peritonite. La mostruosa appendice lunga diciotto centimetri che le fu asportata (un’evidente metafora dell’infanzia) finì sotto formalina nel museo dell’ospedale insieme al suo inconsueto “ripieno”: perline colorate, pagine strappate dalle favole dei fratelli Grimm e noccioli di ciliegia, ingoiati dalla protagonista nel tentativo letterale di assimilare tutte quelle cose ai suoi occhi meravigliose. “Avevano tagliato un pezzetto di me […] La vita di un tempo mi era stata portata via per sempre. In quella nuova, successiva all’amputazione, tutto ciò su cui avevo potuto contare fino ad allora cominciò a farmi male, come un arto fantasma […] Nel contempo, iniziai a sperimentare una ignota leggerezza. Perdere i bagagli fa spuntare le ali dietro la schiena o sui sandali, come nel caso di Mercurio”.

Ed è proprio tra la percezione dolorosa di qualcosa che si è perduto e non può più essere ritrovare e l’inusitata libertà offerta da tale smarrimento (del passato, del proprio paese, di un pezzo di sé) che i personaggi di Appendix oscillano in continuazione. Non a caso, uno dei temi fondamentali del romanzo è la creazione di una propria identità alternativa rispetto a quella di partenza. Una costruzione di sé che può passare perfino attraverso la mutazione di genere (come nel caso del trans Lavinia), ma che più di frequente si traduce nella ricerca di un’esistenza più dignitosa. Così è per l’adolescente marocchino Amastan, che sopravvive al naufragio del barcone che l’ha portato in Italia, per poi morire schiacciato nel cantiere in cui lavora in nero. Antitetico rispetto al suo destino è quello di Florin, ex insegnante di storia, anch’egli operaio edile, che vive accampato in un sito archeologico dimenticato in periferia, attribuendo alle vie di quella città scomparsa i nomi dei suoi amici. Se dunque i muri della nuova Roma crollano, seppellendo i poveri muratori giunti da lontano, quelli dell’urbe antica offrono agli emarginati non solo un riparo, ma anche la possibilità di edificare, sia pur soltanto con la fantasia, una nuova società utopica.

Altrove il distacco dal proprio io di un tempo passa invece per l’autodistruzione, come nel caso di Ol’ga, ex studentessa di farmacia, che dopo aver perduto il bambino che portava in grembo nei mesi successivi alla catastrofe di Černobyl, si è data all’alcol. Imbattutasi per caso nell’io narrante (che prova nei suoi confronti un complesso miscuglio di autoidentificazione, pietà e repulsione), Ol’ga troverà un’inaspettata possibilità di riscatto personale, prendendosi cura di Lavinia e recuperando così la propria vocazione di medico. Le oscure vicende in cui è finito malgre soi coinvolto Rogério, alias Lavinia, costituiscono la trama noir del romanzo che, in realtà, si rivela un pretesto per riunire personaggi lontanissimi tra di loro che solo Roma – con la sua storia sterminata e i suoi misteri mai chiariti – è in grado di far incontrare. Una città frantumata in tanti mondi paralleli che, gravata dal suo passato, non riesce a iscriversi nel solco della contemporaneità e appare agli occhi dell’io narrante piuttosto “la parodia o il fantasma di una capitale”.

Il suo contraltare è Leningrado, che, sebbene mai nominata esplicitamente, fa da sfondo principale ai capitoli dedicati all’infanzia dell’io narrante che si alternano di continuo a quelli capitolini, creando un ulteriore livello di straniamento. L’infanzia è un altro dei temi centrali e viene inaspettatamente messo a fuoco attraverso il prisma dell’emarginazione. In Appendix i bambini sono degli outsider, esclusi dal mondo degli adulti e dalla comprensione della vita “reale”. Nel contempo, gli adulti sono a loro volta “emarginati” dai bambini che sono stati un tempo. Non sembra esistere infatti alcuna continuità, alcun’evoluzione logica tra l’io infantile e la nostra identità matura, se non il nesso labile della memoria. E l’io narrante si aggrappa a questo fragile filo per tornare non solo alla propria infanzia, ma anche a quella dei suoi personaggi, Olga, il cinefilo Ciccio, l’ex estremista di sinistra Val, l’impiegato di banca Mario…

Un discorso a parte andrebbe fatto per la lingua di Appendix, intensamente lirica, mai scontata, ricca di assonanze e giochi di parole, scandita secondo precise movenze ritmiche che testimoniano sia del retroterra poetico di Petrova (autrice di tre sillogi in parte tradotte anche in italiano), sia della sua formazione filologica (ha studiato a Tartu presso la cattedra di Jurij M. Lotman). Questa prosa sorprendentemente fluida fa sì che le ottocento e più pagine del romanzo si leggano d’un fiato. Appendix è sì monumentale, come ha rilevato il critico Zinovy Zinik che su “The Times Literary Supplement” l’ha incluso tra i suoi “libri dell’anno 2016”. Ma la sua è una monumentalità lieve, capace di intercettare le inquietudini e i drammi del nostro tempo. E, insieme, di dar voce – come nella miglior tradizione letteraria russa – a chi voce non ha.

Il titolo della rubrica, Galja, guljaj riprende quello di uno degli hit di Srednerusskaja vozvyshennost’, gruppo di “rock simulativo” fondato nel 1986 da alcuni artisti dell’underground moscovita nell’intento piuttosto scoperto di creare una parodia demenziale della moda rock che furoreggiava allora in Urss.

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