Franca Rovigatti

Sophie-Calle-Portrait

Sophie Calle, Portrait

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa nulla

(Divina Commedia, Purgatorio, canto 16, 83-86)

Insolitamente, dai primi di dicembre 2012 a tutto gennaio 2013 mi sono ritrovata a frequentare facebook ogni santa mattina per leggere la Fanciulla del giorno. Pensavo che Cetta le sfornasse la notte, come le sue famose torte, e attendesse giorno per offrirle agli amici. Le Fanciulle arrivano nuove e diverse e uguali: puntate di un quotidiano, prezioso feuilleton.

Più di recente, marzo 2016, Cetta Petrollo (vedova di Elio Pagliarani, sessantenne fanciulla poeta, raffinata scrittrice in prosa) scrive, ancora in facebook: “Cosa cercano le persone nella rete? Esse cercano i sogni. I sogni che si nascondono dietro alle immagini, alla suggestione delle parole, all’immaginazione, agli angoli nascosti. […] C’è chi nel gioco dei sogni si infila come un ago da rammendo, un ago da pescatore e tenta di riammagliare i fili spezzati della propria vita. […] E la rete rende ciò che la vita non ha dato, se non si è state fanciulle si torna ad esserlo […]. La rete è arte”.

Ora le Fanciulle, riunite insieme tutte e quarantasette, sono un libro. Va subito detto che hanno sessant’anni, e può sembrare curioso che siano ancora fanciulle, dal momento che “fanciulla” viene da “fan(ti)cella”, rimanda ad una età, come dicono i dizionari, tra i sei e i dodici anni. Eppure di quella infantile età, della loro infantilità le Fanciulle non solo non si vergognano, ma sembrano essere contente, attraversano gioiosamente fanciullezza, ne esplorano con curiosità e stupore ogni angolo ed emozione. Quella infantile età è l’ “epoca” del titolo del libro, e di ogni capitolo. “Epoca” nel greco antico da cui deriva significa “sospensione, fermata”: ed effettivamente il tempo in cui le Fanciulle agiscono è un tempo fermo, sospeso, che rimanda a passati vissuti e non vissuti e a futuri sognati in provincia di Fiaba.

Le Fanciulle si offrono allo sguardo del lettore in ogni loro declinazione, smarrimento, congiunzione, ritrovamento. Ma, attenzione!, solo una per volta, che ognuna ha la sua parte da giocare. A sostenerle nel loro errare e ristare è il vento della scrittura: una scrittura trascinante, un flusso a lingua sciolta, che si cita e ripete senza pentimenti, che non stacca, intere pagine senza virgole, senza punto. Poi ci sono momenti in cui le frasi diventano brevi e asseverative, e gli a capo continui. Una lingua comunque sempre molto fisica, concreta, persino tattile: piena di odori, rumori, sapori. Umida di desiderio, seccata dal dolore, che in ogni momento si fa corpo: “[…] si era andata tutta costruendo con le parole come fosse andata da un’estetista si era fatta bella di parole che le parole avevano formato il suo corpo che lei il suo corpo non lo voleva narrare lo voleva solo scrivere lentamente […]” (p. 103). La carne, la pancia, il pube, il seno, le mani: nessuna angelicatura, le Fanciulle vanno sul concreto: “valige e abitudini colazioni di caffè e litigate tepori mattutini e voci assonnate pastasciutte scolate e vapori di brodo mani in librerie mai frequentate deodoranti creme saponette tavolette alzate serrande rotte ascensori fermi perfino condomini diversi”(p. 45).

Tutto questo avvicendarsi di emozioni (le Fanciulle sono innamorate), di corpi, di gesti, di oggetti e luoghi va in scena dentro un cielo con quattro (e poi più) lune, con venti e tramontane che portano via, con stelle che salvano l’anima. Giardini con cancelli arrugginiti, chiavi nascoste, stanze piene di fuoco e lava. L’Epoca è anche Fiaba. Forse non c’è pavimento, è per quello che si vola via tanto facilmente. Solo l’ultima Fanciulla, la diciassettesima, vedrà che: ”Nell’anima si stava proprio formando di nuovo un pavimento” (p.110).

Le Fanciulle sono innamorate del mago, che compare in varie forme e funzioni, come fosse più di un solo mago. E’ il punto di riferimento fisso, il cardine su cui le Fanciulle fanno perno per esistere e resistere (“E con me non cadi ripeteva il mago, con me non si cade…”, p. 93). Dispensatore di lune e di prodigi, gli obbediscono le stelle, gli obbedisce il corpo delle Fanciulle, il tempo, il sole, la notte. E’ potente, maestro e sostegno. Ma può sparire, tradire, lasciando infinito dolore.

Quella che a Walter Pedullà, nella prefazione a Senza Permesso (2007), appariva una prosa che “sembra registrare una realtà fatta di pensieri in incubazione” risplende nelle Fanciulle come un marchio, come il possibile exemplum di una lingua tutta femminile. Anima che passa attraverso il corpo (“Il solo corpo non basta. Ma quando mai basta.”, p. 56,) e attraverso il corpo diventa parola e lingua. Lingua d’amore che senza requie invoca a suo necessario complemento il maschile.

Infine, questo libro è anche, sicuramente, un poema sulla vecchiaia, su “tutto l’abbandonato della vita che era corsa avanti senza la fanciulla” (p.40). Non a caso, in epigrafe al libro il verso di Elio Pagliarani (gran mago, lui!) dice: “Quanto di morte noi circonda e quanto / tocca mutarne in vita per esistere”. “Mutazione in vita” che Cetta, con la sua voce di donna-fanciulla, mette in scena con grande sapienza.

Cetta Petrollo

All’epoca che le fanciulle

prefazione di Loredana Magazzeni

Editrice Zona

pp. 120 € 12

Questo pomeriggio alle 17 il volume sarà presentato alla Biblioteca Vallicelliana di Roma. Parteciperanno, insieme all'autrice, Maria Grazia Calandrone e Ennio Cavalli. Letture di Carla Chiarelli.

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