Elisabetta Marangon

01_MaierIl volto di una donna si specchia austero su una superficie all’interno di un luogo indefinito. I suoi occhi fissano con insistenza un punto sulla porta chiusa alle sue spalle, mentre tiene in mano una macchina fotografica, colpita da un fascio di luce laterale in quello spazio qualsiasi. È uno degli autoritratti tra le trentatré opere in bianco e nero esposte presso la 10b Photography Gallery che compone Where Streets Have No Name, la prima retrospettiva dedicata a Vivian Maier a Roma, organizzata da ILEX Gallery e curata da Daniel Blochwitz (ispiratosi, per il titolo, alla contestazione politica della band irlandese degli U2 nell’omonimo brano pubblicato nel 1987).

Ed è proprio lei – la bambinaia e fotografa di strada, secondo i parametri di una classificazione a tratti inquisitoria, sconosciuta fino al 2009, anno della sua morte – ad accogliere i visitatori, introducendoli lungo i meandri ancora in parte invisibili della sua impressionante produzione (Blochwitz stima che Maier abbia scattato dodici fotogrammi al giorno nell’arco di trent’anni a partire dal 1950) attraverso quella porta serrata di cui sembra essere la custode: nell’attesa vigile, e al contempo monitoria, che se ne oltrepassi la soglia. L’obiettivo della sua Rolleiflex sembra accogliere l’espressione sconcertata dello spettatore dinanzi all’autenticità della sua osservazione etnografica e documentaria, mentre incrocia il suo sguardo, in una reciprocità che par essere una delle costanti del suo vedere fotografico; intimo e distaccato, attratto dai luoghi quotidiani e da quelli sconosciuti, dalle classi borghesi e da quelle emarginate, dai bambini e dagli scarti consumistici, dagli uomini e dalle donne. Come la ragazza in primo piano che sembra rispondere al suo tacito invito conoscitivo, mentre i suoi tratti gentili emergono su uno specchio da tavolo, in un eco simmetrico che estrania la percezione: entrambe mero riflesso di quel che è stato, congelate in una gelatina d’argento e congiunte nel non essere esperienziale della morte (Barthes).

Incatenate l’una all’altra sono le persone che Maier inquadra in gruppi circoscritti, quasi sempre in file ordinate secondo una scansione perimetrale obliqua, costringendole nel quadrato di una finestra nel quale lascia lo stesso simmetrico spazio vitale in alto e in basso, ritagliando un campo medio con chirurgica precisione. Le sorprende in una distrazione armonica gestuale che le attraversa una ad una, mentre il loro respiro si contrae e si espande dall’interno verso l’esterno dell’inquadratura e viceversa, suggerendo storie anonime e inascoltate, fino ad ora, come la sua.

03_MaierPriva di un codice identitario fino a quando il giovane John Maloof, interessato all’indagine storica e fotografica di Portage Park, quartiere di Chicago in cui era cresciuto, non comprò all’asta i suoi bauli destinati al macero, ricolmi di indizi esistenziali che riuscì poi a ricomporre come un puzzle – in una compulsiva e simbiotica accumulazione seriale – fino a decifrare il suo nome (di chiara discendenza europea, anche se nata a New York nel 1926), tra tutti quei volti e corpi brulicanti in un tessuto urbano messo a fuoco per rivendicarne il co-protagonismo. Lo evidenzia Patrizia Genovesi al pubblico della mostra, affascinato non solo dalla singolare vicenda di quella che verrà riconosciuta tra le voci più interessanti del Novecento – insieme a William Klein, Lisette Model, Diane Arbus e Walker Evans, tra i tanti del secolo scorso – ma soprattutto dai suoi racconti fotografici, nei quali le inconsuete intersezioni prospettiche fanno emergere la terza dimensione, rimarcata anche dalla ripetizione seriale di una linea obliqua che taglia il quadrato favorendo una via di fuga laterale.

In tal modo ogni scatto diventa il punto di partenza compositivo per un nuovo alfabeto narrativo, che Maier traduce in un’inconsueta sinfonia visiva ondeggiante tra la sospensione e il movimento, la drammaticità e l’ironia, il realismo e l’astrattismo, mentre l’organizzazione minimalista del riquadro richiama una messa in scena di stampo teatrale al cui interno ogni elemento è reso significativo dalla sua essenzialità. Volti e corpi di ogni età, etnia e ceto sociale, si alternano singoli o in gruppo, in un continuum epidermico democratico e relazionale, in bilico tra la sfrontatezza e la distrazione, la complicità e il fastidio, nella divaricazione di stati d’animo discordanti.

Talvolta la sua attenzione è catturata da dettagli in apparenza insignificanti, dei quali riesce a tradurre l’opposizione binaria tra il familiare e il perturbante attraverso il capovolgimento della prospettiva; come accade nello scatto in cui si sofferma su alcune scarpe all’interno di un negozio di abbigliamento. Allineate l’una accanto all’altra con moto ascendente, inquietano per lo stridio sintetico dei calchi dei piedi femminili che sembrano collidere fra loro, fino a sfociare nel surrealismo. Sembrano appartenere a una platea invisibile le cui figure tagliate richiamano e anticipano la folla che riempie l’inquadratura successiva, nella quale centinaia di persone invadono un luogo pubblico secondo un ordine spaziale reso irrequieto dal movimento disarmonico di alcuni dei presenti.

Talvolta la trasfigurazione materica del reale si manifesta nella silhouette di un operaio che, sospeso nell’aria, diventa un elemento architettonico della veduta d’insieme; talvolta è l’ombra di Maier a invadere l’inquadratura, mettendone a soqquadro l’attendibilità per il suo imporsi all’interno di una scena che controlla con costante rigore difensivo, oltre che conoscitivo. Talvolta il suo riflesso si sdoppia, ora inatteso e discreto, ora invadente ed eclatante, sulle superfici di oggetti di uso comune, come un tostapane, un posacenere o una vetrina, mentre si imbatte nei passanti che vi si specchiano, anche loro come spettri, fino a svanire in un tutt’uno immateriale.

Vivian Maier

Where Streets Have no Name

a cura di Daniel Blochwitz

Roma, 10b Photography Gallery

dal 4 novembre 2016 al 5 marzo 2017

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Una Risposta a Vivian Maier, l’essenziale sta nello svanire

  1. Vanda ha detto:

    Sento di scrivere profondo,sentito,sensibile,vero, autorevole.
    Artista meravigliosa.

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