Ludovica del Castillo

ADRIANO-OLIVETTI«Se la narrativa e il cinema ci hanno dato poco sulla vita interna alla fabbrica, c’è anche una ragione pratica, che poi diventa una ragione teorica. Il mondo delle fabbriche è un mondo chiuso. Non si entra – e non si esce – facilmente. Chi può descriverlo? Quelli che ci stanno dentro possono darci dei documenti, ma non la loro elaborazione: a meno che non nascano degli operai o impiegati artisti, il che sembra piuttosto raro. Gli artisti che vivono fuori, come possono penetrare in una industria? I pochi che ci lavorano diventano muti, per ragioni di tempo, di opportunità, ecc. gli altri non ne capiscono niente: possono farvi brevi ricognizioni, inchieste, ma l’arte non nasce dall’inchiesta, bensì dalla assimilazione».

Una delle caratteristiche della letteratura industriale, e in particolare di quella centrata sull’esperienza olivettiana, sembra essere la posterità: per realizzarsi necessita d’«assimilazione». Potrebbe non essere un caso che Ottieri nel passo della Linea gotica appena citato abbia usato proprio questa parola: «assimilare» (mi si perdoni lo slancio pedante) deriva dal latino, assimilare o assimulare «rendere simile» (da simĭlis, da «simile»), e può avere una doppia valenza. Mi spiego meglio. Un primo significato riguarda il farsi simile, con un movimento del soggetto verso l’esterno. Nel secondo caso ha valenza di assimilare a sé, e riguarda la capacità del soggetto di trasformare in sé qualcosa di esterno. Dal soggetto all’ambiente esterno e dall’ambiente esterno al soggetto. Nel caso della letteratura olivettiana accade proprio questo: per poter fare dell’esperienza di fabbrica e della riflessione conseguente materiale di scrittura è necessario un assorbimento, una digestione: per raccontare qualcosa bisogna conoscerla, meglio ancora se la si è vissuta sulla propria pelle («gli altri non ne capiscono niente»). Ma questo presuppone l’altro lato della medaglia: il farsi simile. Nel momento in cui gli scrittori sono entrati in contatto diretto con la Olivetti – lavoratori con la L maiuscola, col cartellino – si sono effettivamente immersi in un’esperienza aziendale, affrontandola spesso in modo totalizzante e condividendo la visione dell’industria – e del mondo – dell’Ingegnere Adriano, facendosene anche rappresentanti. Collaterale all’immersione nel mondo industriale è l’impossibilità di parlarne in medias res: se timbro il cartellino non posso parlare del cartellino (o non ci riesco, per ragioni pratiche); la letteratura e l’industria sono due mondi inconciliabili – sembra suggerirci qui Ottieri – che possono incontrarsi veramente solo a posteriori, a partire dalla riflessione.

Per quanto riguarda gli studi olivettiani, a parte un primo periodo di vivacità negli anni a ridosso della morte di Adriano (1960), abbiamo assistito a un sostanziale silenzio dall’inizio degli anni Ottanta fino ai primi anni Zero. Vent’anni di riflessione, evidentemente; di ricollocazione, di comprensione e di assimilazione.

Quello che unisce gli scrittori appartenenti alla koinè olivettiana è la comune esperienza, e non un intento programmatico: non c’è nessun manifesto (se non, si direbbe, il pensiero di Olivetti). Ed è quindi sulla letteratura che è necessario concentrarsi, non solo sul fatto che quest’esperienza sia avvenuta e sia stata rilevante nella letteratura novecentesca – cosa ormai appurata –, ma sulla produzione critico-letteraria-saggistica degli autori per la determinazione dei suoi confini, dei suoi contenuti e delle sue forme.

Il libro di Giuseppe Lupo, La letteratura al tempo di Adriano Olivetti, segna finalmente un primo decisivo passo verso la definizione della letteratura olivettiana, non solo a parole e non solo su un singolo autore – come invece è avvenuto in passato in diversi testi sull’argomento –, ma dandogli finalmente la dignità di un libro: il giusto atteso riconoscimento. O meglio, esistono studi specifici sulla rivista «Comunità» e sulla casa editrice Edizioni di Comunità o sulla presenza di intellettuali e scrittori alla Olivetti, ma hanno sempre un’intenzione biografico-cronachistica, e non si occupano dei contenuti e delle forme della letteratura, se non marginalmente.

Un riconoscimento, dicevamo, che mancava alla letteratura olivettiana; mentre per altre discipline troviamo già editi degli studi che affrontano più approfonditamente le sfere d’influenza dell’azienda di Ivrea, o più precisamente della visione di Adriano Olivetti. E, per ricordarli, un valido esempio è il volume Psicologi in fabbrica. La psicologia del lavoro negli stabilimenti Olivetti (1980), o Olivetti: una storia, un sogno ancora da scrivere. La sociologia del lavoro italiana nell’esperienza di Ivrea (2001), o ancora numerosissimi interventi sull’architettura.

Nella Letteratura al tempo di Adriano Olivetti sono trattati i punti cardine del versante letterario-culturale della Olivetti: si parte dalla rivista «Comunità», si affronta il programma di Adriano Olivetti, la sua visione del mondo, le influenze (si pensi a Maritain, Mounier e de Rougemont), i contributi di diversi autori, i rapporti con l’esterno, la prosa, la poesia, l’architettura; sono affrontate le problematiche della materia e sono presentati sia i nodi sia una proposta di scioglimento; particolare attenzione è riservata ad alcune figure, come quella appunto di Ottieri. E molto interessante è soprattutto la seconda metà del volume, in cui si entra nel vivo della questione letteraria.

Dal punto di vista dell’organizzazione quella di Lupo (studioso che ha al suo attivo, oltre a numerose pubblicazioni su Vittorini e appunto sul nesso industria-letteratura come l’antologia Fabbrica di carta, curata con Giorgio Bigatti, Laterza 2013) si costituisce come una raccolta di saggi – per metà già editi in altre sedi a partire dai primi anni Duemila – divisi in quattro sezioni, e forse un prossimo passo che si potrebbe compiere nella direzione segnata dall’autore potrebbe essere quello della redazione di uno studio formalmente più organico, che parta proprio dalle premesse e dalle affermazioni di questo importante e necessario volume.

Giuseppe Lupo

La letteratura al tempo di Adriano Olivetti

Edizioni di Comunità, 2016, 316 pp., € 15

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