Carlo Branzaglia

Layout 1Nel novembre dello scorso anno, durante Bookcity Milano, si è tenuto un convegno, Gli anni ruggenti della grafica italiana, con cui l’Associazione Disegno Industriale ha voluto ricordare Giancarlo Iliprandi, che della ADI fu presidente e che, scomparso il 15 settembre 2016, all’età di 91 anni, ha lasciato un vuoto strutturale nel mondo del design italiano, e non solo del design grafico, il campo nel quale ha mosso la sua lunghissima attività. “L'ultimo testimone di un'epoca che oggi si può solo rimpiangere”: così Iliprandi è stato definito nel corso dell’incontro a cui hanno partecipato, fra gli altri, Luciano Galimberti, Vanni Pasca, Cinzia Ferrara, Alberto Saibene, Beppe Finessi, Salvatore Gregorietti e Mario Piazza.
Ma in effetti, più ancora che testimone, Iliprandi è stato protagonista di una Milan School che vedeva il design (compreso quello per la comunicazione visiva) come strumento fortemente integrato alle politiche di una borghesia imprenditoriale lombarda attenta alla dimensione non solo economica, ma anche culturale ed etica del proprio lavoro. Una borghesia progressivamente scomparsa sotto i colpi di delocalizzazioni e globalizzazioni, che trovava appunto nella dimensione del progetto una leva di avanzamento non solo del mercato ma anche dei linguaggi, e dei rapporti con l’utente, in una logica poco chiassosa, anzi votata all’understatement, che diede vita a un boom economico accompagnato da una coerente eco sociale.
DischidelSoleA questa dimensione il lavoro di Iliprandi fu strutturale, con lo stesso understatement, con un impegno a tutto tondo nel mondo del progetto, con una dimensione critica ed etica che l’approccio umano, professionale, associativo del designer ha sempre proposto, fino a pochi mesi dalla sua scomparsa. Una dimensione anche poetica, confermata dall’ultimo libretto di schizzi, Figli del vento, prodotto postumo dal suo studio alla fine del 2016, dove lo ritroviamo nella sua qualità di grande e attento viaggiatore.
Ma Iliprandi è innanzi tutto un progettista, che incrocia la storia di grandi imprese italiane come Rinascente, Rai, Fiat, Standa, a partire dagli anni Cinquanta. E lo fa con progetti corporate, che tuttavia inventano territori di frontiera, come l’exhibit per Rai, i pittogrammi per i cruscotti delle Fiat, le livree del team automobilistico di GuidaTV.

popular117Nello stesso tempo, Iliprandi costruisce immaginari destinati a lasciare un segno permanente nella nostra iconosfera, attraverso le copertine dei I Dischi del Sole, e l’art direction di riviste come la unica ed inimitabile Phototeca (fra le tante altre testate, come Interni, Popular Photography Italiana, L’Arca…), inni a un linguaggio vernacolare e colto al tempo stesso, di indiscutibile originalità. Questa capacità di innovazione dei linguaggi di comunicazione gli è stata effettivamente riconosciuta, nella lunga serie di premi ricevuti, dal Compasso d’Oro del 1979 e 2004, e quello alla Carriera nel 2011, alla laurea ad honorem del Politecnico di Milano in Disegno Industriale, al Gran Premio Internazionale alla Triennale di Milano del 1964. Ed è tutta raccolta in un bel volume, davvero educativo, che Iliprandi dedica alla sua esperienza: Note, edito da Hoepli nel 2015.Ma all’attività professionale Iliprandi ha sempre accostato altri impegni, primo fra tutti quello associativo, che lo vide presidente di Art Directors Club Milano; di ICOGRADA (l’interassociativo internazionale del mondo del design grafico), fra i pochissimi italiani a ottenere una carica di tale livello in organizzazioni globali di progetto; di ADI, unico graphic designer nella storia di una associazione che, per quanto votata ad esprimere la filiera del design italiano (raccogliendo imprese, progettisti, istituzioni etc) ha le sue dichiarate origini nel design di prodotto. E proprio in questa veste Iliprandi tentò già negli anni Novanta una missione ancor oggi impossibile, quella di riunire le varie associazioni del mondo del progetto attive sul territorio nostrano.
Giancarlo_laRinascenteuomo_disegnoUna questione di impegno culturale e di presenza personale attiva, mai negata fino all’ultimo, che si riverbera nell’attività didattica, svolta con coerenza al di fuori di logiche accademiche, per l’Umanitaria, il Politecnico di Milano, l’Istituto Europeo di Design (sempre Milano), e l’ISIA di Urbino, prima vera istituzione didattica nel design grafico italiano di cui guarda caso fu uno dei fondatori, presente nel primo Comitato Scientifico Didattico. In quel mix fra ricerca e impegno che ha caratterizzato tutta la sua carriera. E poi una dimensione etica, rimarcata e rivendicata per il mondo del progetto proprio nell’ultimo decennio, quando forse gli era maggiormente evidente come tessuto sociale ed economico, attitudine professionale e dimensione culturale si andassero scollando sempre di più. La serie di iniziative sviluppate con studenti di Politecnico e Naba a Milano, confluite in tre volumi (Basta, Per, Con), sono la testimonianza di chi ha vissuto una dimensione globale del progetto, via via depauperatasi nel tempo a pura rendita commerciale. Un richiamo a una dimensione intellettuale e consapevole che non sempre il design italiano è stato in grado di esprimere. 

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