Massimiliano Manganelli

nothingL’agnizione, se così la si può definire, arriva a poche pagine dalla conclusione del testo (non del libro, giacché l’ultima parte contiene le fotografie a colori di Ramak Fazel): vi si legge infatti che «il nulla radicale del titolo è un modo di dire, evitando di dirlo in modo esplicito, che l’oggetto di queste pagine è la sparizione di una persona», e che il viaggio nei deserti americani è stato «il presentimento» di accadimenti che si sarebbero verificati nei due anni successivi. È un modo per dire, in sostanza, che il viaggio raccontato in Absolutely Nothing è al contempo materiale e metaforico, come ogni viaggio forse. Non è soltanto, infatti, un «viaggio nella sparizione» – persino di sé, paventata e insieme voluta –, ma l’esplorazione ossessiva di un paesaggio completamente estraneo a quello italiano qual è quello nordamericano, dove tutto è «dismisura, oltranza, dissipazione orgogliosa e militante».

Il titolo scaturisce da un semplice cartello stradale che indica che per le successive ventidue miglia non c’è nulla, absolutely nothing appunto. Ma che senso ha, si chiede Vasta, segnalarlo? Perché il linguaggio sente la necessità di confrontarsi con il vuoto, con il nulla? La sostanza del libro sta in questo, nell’incessante e inevitabile «crisi» del linguaggio colpito, davanti al caos delle sculture fatte di rottami di East Jesus (per addurre un solo esempio), «in quella sua funzione minima e necessaria che è il nominare». Il deserto attrae Vasta – che lo ribadisce più volte nel corso del testo – perché rappresenta la «forma» del disastro, del vuoto, dell’abbandono. E il linguaggio non vi si può sottrarre, perché costituisce proprio «lo strumento che ci siamo inventati per dialogare con ogni deserto». È l’unico mezzo di cui disponiamo per evocare un’assenza.

Risulta dunque chiarissimo che, al di là delle congiunture biografiche, Absolutely Nothing è in primo luogo un viaggio all’interno del linguaggio, ai confini del linguaggio, dentro la sua capacità di entrare in dialogo con le cose. Scrive infatti Vasta: «il mio sguardo sfida il linguaggio. Lo interroga, vuole sapere se ha da mettergli a disposizione qualcosa di buono per nominare, per fare frasi, vuole misurarne limiti e risorse». E accanto a quello dello scrittore scorre nelle pagine del libro lo sguardo di Ramak Fazel, il fotografo che con la sua inquieta curiosità conduce (anche letteralmente, dal momento che guida la jeep sulla quale si svolge il viaggio) a sua volta lo sguardo e le parole di Vasta. La sezione finale del libro che ospita le fotografie a colori di Fazel si intitola Corneal Abrasion: anche l’occhio fotografico è ferito.

Lo spazio del deserto appare percorribile in ogni senso e perciò il percorso si fa tortuoso, irregolare, anzi «la tortuosità si innalza a metodo» anche nella scrittura, che infatti, ancorché marcata dalle date come un diario, in realtà non segue un ordine cronologico. Anche il tempo, dunque, assume una configurazione aperta, non contrassegnata dalla abituale linearità del quotidiano e del racconto. E non a caso manca nel testo, nelle sue incessanti perlustrazioni del paesaggio e delle ossessioni dell’autore (la sparizione di sé, la famiglia antropofaga continuamente evocata e temuta, ma in sostanza invocata per dare compimento alla sparizione stessa), una narratività pienamente sviluppata. Il viaggio non riesce a farsi racconto compiuto, proprio a causa dei limiti del linguaggio dei quali vuole o deve dar conto; assume invece, spesso, una dimensione pressoché teatrale, nella quale si muovono tre personaggi: Vasta, Ramak Fazel e (Giovanna) Silva, che è poi il vero motore organizzativo del viaggio, nonché l’ideatrice della casa editrice Humboldt. che pubblica in coedizione con Quodlibet l’ottima collana Libri di viaggio. Si tratta ovviamente di una teatralità minima, che si concretizza soprattutto nei dialoghi e in alcune posture dei “personaggi”: l’agitato Ramak, Silva con il suo iPad perennemente in mano, Vasta in posizione più defilata (non a caso siede sul sedile posteriore dell’auto). L’iPad di Silva serve sovente per recuperare informazioni sui luoghi attraversati, ma indica in particolare la necessità, per i viaggiatori, di dare un senso a ciò che vedono, di leggerlo magari con l’ausilio di Google Maps o di Wikipedia. Osserva Vasta: «il paesaggio artificiale, dunque quello fabbricato dall’uomo, è un testo che è necessario imparare a leggere». E questo tentano di fare, ognuno a suo modo, ognuno con il suo strumento (la scrittura, la macchina fotografica, l’iPad), i tre viaggiatori.

Lungo gli ottomila chilometri attraverso i quali si snoda il viaggio, dalla California alla Louisiana, in un percorso zigzagante – che si può seguire, tappa per tappa, motel per motel, sulla carta pubblicata in coda al libro –, il paesaggio si presenta come fosse contrassegnato dal prefisso post: post-umano, post-apocalittico. E quindi ancor più arduo da leggere e interpretare, perché l’uomo è andato via (si pensi alla visita del Trotter Park di Phoenix), lasciando tuttavia i segni inequivocabili del proprio passaggio (l’impressionante cimitero di aerei del Mojave Air and Space Port). E proprio per questo quanto si presenta davanti agli occhi dei tre viaggiatori è una sorta di post-paesaggio. Perché insieme all’uomo, alla sua innata volontà di trasformazione, anche «le parole sono andate via». E perciò il viaggio al termine del linguaggio, e il viaggio al termine del paesaggio, diventano una cosa sola.

Giorgio Vasta, Ramak Fazel

Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani

Humboldt-Quodlibet, 291 pp. ill. col., € 22.50

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