Andrea Cortellessa

primolevi-1453484834Ha fatto la strada più lunga, Primo Levi. E non solo al ritorno da Auschwitz, quando per tornare a Torino – come racconta lui stesso nella Tregua – ci mise quasi nove mesi, passando dall’Ucraina e dalla Romania. Fino al 1977, quando andrà finalmente in pensione dalla professione di chimico (nella quale s’era impiegato all’arrivo a casa, prima alla Duco-Montecatini di Avigliana poi alla Siva di Settimo Torinese; al mondo della fabbrica dedicherà un intero libro nel ’78, La chiave a stella), Levi resta uno scrittore semiprofessionista – «scrittore non scrittore», si definisce lui stesso in quegli anni –; quasi alla lettera uno “scrittore della domenica”: che solo nelle pause del suo “primo mestiere”, cioè, può attendere alla propria scrittura. Sicché si deve essenzialmente all’edizione che delle sue opere diede vent’anni fa una prima volta il suo maggior studioso, Marco Belpoliti (nella gloriosa, perenta NUE; di quella storica edizione, nella nuova e fastosa appena uscita, si conserva il saggio introduttivo di Daniele Del Giudice ma per il resto – come dirò più avanti – appare completamente rinnovata), se – come annota lui stesso nell’Avvertenza del curatore – oggi Levi è considerato, invece, «uno scrittore a tutto tondo». Dato, questo, che si può misurare proprio considerando il mutare, negli ultimi vent’anni, della sua fortuna.

Non è peraltro l’unico né il primo Levi, fra gli autori di primo piano nel nostro Novecento letterario, ad aver dovuto alternare le «due culture», e le due professioni a loro collegate; basti pensare a Gadda. Se dunque Levi non venne considerato, né si considerò lui stesso, un “vero” scrittore (a differenza di quanto sin dall’esordio capitò a Gadda, ancorché presso i soliti happy few), dipese da un’altra ambivalenza – di questa più sottile, e più decisiva. Nel 1981 riprende in questi termini, Levi, la sua icona-autoritratto del “centauro”: «Italiano, ma ebreo. Chimico, ma scrittore. Deportato, ma non tanto (o non sempre) disposto al lamento e alla querela». Lasciando l’ambivalenza più cruciale nella penna: quella di scrittore ma testimone (o viceversa). Due identità che, per l’idea di letteratura in cui si era formato, facevano a pugni (e possono ingenerare, tuttora, mille equivoci). Atto mancato da manuale, nel ’66, la pubblicazione del suo primo libro di racconti fantastici (e comunque del primo, dopo Se questo è un uomo e La tregua, che non facesse esplicito riferimento all’esperienza del Lager) sotto un imbarazzato pseudonimo, quello di Damiano Malabaila (per però riaffermare la propria identità nel risvolto di copertina e nelle interviste promozionali): episodio più macroscopico di un conflitto che resta sotteso a tutta la sua vicenda di scrittore.

Eppure era chiarissimo a lui per primo, che quei racconti (come dice in un’intervista del ’72) si «prestassero a una forma moderna di allegoria». E anzi si può parlare – per quello che Belpoliti ha definito, ricostruendolo nei dettagli, il suo «macrotesto del Lager» – di una vera e propria chiave a stella: la stella gialla, a sei punte, che gli ebrei erano costretti a indossare (in un’intervista tarda dice Levi: «a mio parere un libro, o anche un racconto, ha tanto più valore quanto più numerose sono le chiavi in cui può essere letto e quindi sono vere tutte le interpretazioni, anzi più interpretazioni un racconto può dare, più un racconto è ambiguo. Insisto su questa parola, ambiguo: un racconto deve essere ambiguo se no è una cronaca»). Per cui i suoi racconti fantastici, e anzi proprio di fantascienza, o anche appunto La chiave a stella, si possono leggere in due modi: da un lato come “evasione” dal Lager (dal tema del Lager), dall’altro come “esorcismo” di una «radice» – quella appunto dell’esperienza concentrazionaria – che in tal modo s’«innesta» (sto usando, pour cause, parole-chiave del suo pensiero) sempre più in profondità nel “sistema” costituito dalla scrittura di Levi: questi suoi racconti, scrive Belpoliti, «alludono continuamente al campo di sterminio, raccontano quello che sta prima di quella possibilità, e ciò che viene dopo». È davvero un doppio legame, questo suo (titolo non a caso – mutuato dalla psicologia e insieme dalla chimica – da lui prospettato per il suo ultimo, incompiuto e del tutto inedito progetto narrativo: la cui perdurante assenza, indipendente dalla volontà del curatore, resta l’unica lacuna di questa straordinaria edizione. Lo stesso titolo aveva preso nel 2003 l’importante biografia di Levi scritta da Carol Angier, da noi tradotta l’anno seguente da Mondadori; un titolo non troppo diverso, Passaggi obbligati, aveva pensato Italo Calvino per il suo ultimo, parimenti incompiuto, progetto autobiografico e narrativo).

Ma c’è un modo più diretto ancora, per sondare la natura profondamente letteraria dell’opera di Levi. Ed è quello – che Belpoliti compie nelle corposissime note aggiunte a questa nuova edizione, dopo appunto vent’anni di ricerche (sintetizzate solo in parte nella pur monumentale monografia Primo Levi di fronte e di profilo, pubblicata l’anno scorso da Guanda) – di analizzare la genesi di quella che resta l’opera più squisitamente testimoniale di Levi, Se questo è un uomo. Ancorché Belpoliti avverta che la presente non è ancora un’«edizione critica» dei testi leviani (non è stato infatti possibile aver accesso – del che francamente ci si stupisce – a tutti i manoscritti, e neppure ai fondamentali quaderni di lavoro dell’autore), le sue note al primo libro di Levi sono a tutti gli effetti un esempio di critique génétique, come la chiamano i francesi. Non solo infatti cominciamo a conoscere, in questo modo, i primi passi della composizione del testo (Levi inizia a scrivere, al ritorno, quello che del libro sarà l’ultimo capitolo, «Storia di dieci giorni», in cui si racconta della liberazione del Campo da parte dell’Armata Rossa; e già prima del ’47 aveva messo assieme dei, seppur parziali, dattiloscritti d’insieme che s’era premurato di far avere, negli Stati Uniti, a sua cugina Anna Yona, nata Foa, e a Laura Capon moglie di Enrico Fermi); ma ci viene descritto (come Belpoliti va facendo a puntate su «Moked. Il portale dell’ebraismo italiano», riproducendo anche fotograficamente i dattiloscritti disponibili) il modus operandi col quale nel 1958 fu allestita presso Einaudi la seconda edizione del libro: aggiungendo interi episodi (come il terzo capitolo, intitolato «Iniziazione») e soprattutto inserendo direttamente sul palinsesto delle pagine della prima edizione, quella del ’47, una serie di tasselli di diversa entità che, allo scabro dettato della prima versione, aggiungono dettagli importanti (facendo assurgere per esempio – con procedimento tipicamente “narrativo” – la figura di Alberto, prima lasciata sullo sfondo, a vero deuteragonista della narrazione) e, soprattutto, considerazioni di portata generale, gnomica si direbbe, che spostano il testo dall’area del memoriale a quella piuttosto del “saggio” (ed è infatti nella collana «Saggi» che il libro all’inizio viene collocato da Einaudi, ancorché Calvino – probabile estensore del risvolto – lo definisca nell’occasione «un testo d’esemplare valore della nostra letteratura»; solo nel ’63, dopo il successo della Tregua, Se questo è un uomo verrà accolto in una collana a pieno titolo letteraria, quella dei «Coralli»).

Con scelta opinabile, dal punto di vista strettamente filologico, ma assai convincente invece da quello letterario, la più evidente novità introdotta proprio in apertura dalla nuova edizione è la proposta – prima dell’edizione einaudiana, quella che tutti abbiamo letto – appunto della princeps: quella che, rifiutata da Einaudi, venne pubblicata nel ’47 da una piccola casa editrice torinese, la De Silva diretta da Franco Antonicelli. In questo modo tutti, non solo i filologi, possono apprezzare il lavoro “letterario” fatto da Levi. A Nico Orengo, nell’85, rilasciò un’intervista breve ma molto importante (riportata da Ernesto Ferrero nella ricchissima Cronologia che correda i volumi einaudiani), nella quale spiegò non solo i termini di quel rifiuto, a posteriori clamoroso, ma anche altri aspetti decisivi: «Avevo scritto dei racconti al termine della prigionia. Li avevo scritti senza rendermi conto che potessero essere un libro. I miei amici della Resistenza dopo averli letti mi dissero di “arrotondarli”, di farne libro. Era il ’47, lo portai all’Einaudi. Ebbe varie letture, toccò all’amica Natalia Ginzburg dirmi che a loro non interessava».

In uno dei racconti autobiografici raccolti nel ’75 nel Sistema periodico, «Cromo», definisce Levi il suo primo libro «intricato e gremito, come un termitaio»: e tale in effetti si presenta, come s’è visto, la sua composizione. In un’altra intervista tarda (quella, a sua volta riportata da Ferrero nella Cronologia, rilasciata alla fine dello stesso ’85 a «The Literary Magazine») aggiungerà Levi: «Durante questi quarant’anni ho costruito una sorta di leggenda attorno a quest’opera, affermando che l’ho scritta senza alcuna pianificazione, di getto, senza meditarci sopra. Le altre persone con le quali ho parlato di questo libro hanno accettato la leggenda. In realtà, la scrittura non è mai spontanea. Ora che ci penso, capisco che questo libro è colmo di letteratura». Non solo Se questo è un uomo, come si vede, ha «radici» lunghe e piuttosto intricate (un’altra novità importante della nuova edizione einaudiana è la promozione a testo di Levi a pieno titolo di un libro-chiave, è il caso di dire, come La ricerca delle radici: l’antologia personale, allestita nell’81, che in precedenza figurava in appendice e in corpo minore); lo stesso Levi lo definirà – nell’opera sua ultima e testamentaria, I sommersi e i salvati – «un libro di dimensioni modeste, ma [che], come un animale nomade, ormai da quarant’anni si lascia dietro una traccia lunga e intricata». Nella nuova edizione vengono proposte infatti, oltre come detto alle due edizioni (1947 e 1958) del testo, la sua versione radiofonica – realizzata dallo stesso Levi nel ’64, per la regia di Giorgio Bandini, beckettiano fervente –, quella teatrale del ’66 e quella per le scuole del ’73 (corredata, come i successivi La tregua, Il sistema periodico e La chiave a stella, di ovviamente interessantissime note redatte dallo stesso Levi).

Ma soprattutto leggiamo, in un testo come si capisce cruciale, ora rivisto alla luce delle ultime acquisizioni filologiche, quello che si presenta come l’Ur-Text del «macrotesto del Lager» (e invece, spiega Belpoliti, tale non è in effetti: perché già questo testo venne ricostruito dai suoi estensori rielaborando la loro stessa deposizione manoscritta, in francese, consegnata ai sovietici all’indomani della Liberazione del 27 gennaio 1945): il Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria nel campo di concentramento per ebrei di Monowitz (Auschwitz-Alta Slesia) redatto da Levi insieme al medico Leonardo De Benedetti e pubblicato dalla rivista «Minerva Medica» nel novembre del ’46 (ma Levi si premura di depositarne subito una copia da un lato alla comunità ebraica di Torino e, dall’altro, all’Ufficio storico del CLN: doppia destinazione eloquente). A differenza di Se questo è un uomo – dove Levi si fa un punto d’onore di riportare solo ciò cui ha assistito coi propri occhi –, nel Rapporto si parla anche delle camere a gas, introdotte da un cauto quanto preciso «ci risulta». Come dice Belpoliti, è all’opera già in questa sede un «doppio sguardo»: quello della vittima e, insieme, quello del testimone “informato dei fatti”. Il giro di vite quarant’anni dopo compiuto da Levi con quello che è il suo capolavoro, la nuova e definitiva forma-saggio I sommersi e i salvati (che non a caso riprende il titolo a suo tempo pensato per il primo libro, e rimasto a intitolare un suo capitolo), consiste proprio nel perfezionare e sistematizzare quel «doppio sguardo»: integrando in un’ulteriore forma-centauro la propria testimonianza personale con la massa imponente, e torturante, di quello che sulla Shoah, in quei quarant’anni, Levi aveva letto visto e ascoltato. Ottenendo il miracolo di trascendere la propria testimonianza e, insieme, di inverarla su un piano non più soggettivo ma universale e, diciamo con termine spesso abusato ma in questo caso credo legittimo, filosofico: riuscendo così uno dei testi maggiori del nostro Novecento letterario e insieme in assoluto, forse, il maggiore che sia mai stato scritto sull’evento più importante della storia umana.

Già nel 2015 Fabio Levi e Domenico Scarpa, nel volume Così fu Auschwitz pure pubblicato da Einaudi, hanno affiancato questo documento fondamentale ad altre testimonianze giurate che a Levi vennero più avanti richieste dai tribunali impegnati a processare i responsabili dei Campi nei quali era stato recluso (da Friedrich Bosshammer, re di quello di Fossoli in Emilia, sino ai più famigerati Höss, Mengele, Eichmann): riprodotti con la massima fedeltà, questi testi pongono una quantità di questioni cruciali (si pensi solo al dibattito tra storici e giuristi sulla nozione di prova), ma soprattutto consentono ora di apprezzare la differenza sostanziale fra testi, come questi, di natura esclusivamente testimoniale (tale anche in senso “tecnico”, forense: condannato all’ergastolo anche in seguito alla deposizione di Levi, Bosshammer morirà in carcere due anni dopo) e testi, come Se questo è un uomo, che a tale natura affiancano – alla maniera, una volta di più, del centauro – quella appunto letteraria.

Un altro episodio eloquente (al quale già Belpoliti aveva dedicato un capitolo centrale di Primo Levi di fronte e di profilo) è quello del racconto «Vanadio», compreso nel Sistema periodico, in cui Levi narra dell’incontro con un collega chimico tedesco, Ferdinand Meyer (ribattezzato nel racconto «dottor Müller», colui che «non si rende conto»), addetto all’I.G. Farben: l’azienda cioè che produceva lo Zyklon B, il gas usato ad Auschwitz. Attraverso il confronto con le autentiche lettere che Levi si scambiò nel ’67 con Meyer – che alla fine della stremante contesa, come il comandante di Treblinka Franz Stangl nel gran libro di Gitta Sereny, In quelle tenebre, rimase vittima di un infarto – è possibile capire le strategie retoriche, nonché l’impianto morale, della scrittura di Levi (il quale “arrotonda” l’episodio in diverse maniere: anzitutto censurandone il traumatico finale).

Ha scritto Mario Barenghi (nella «Lezione Primo Levi» pubblicata nel 2013 da Einaudi col titolo Perché crediamo a Primo Levi?) che se oggi i testi di Levi sono divenuti, a livello internazionale, le testimonianze per eccellenza sulla Shoah – quelle che tutti ricordiamo, cioè, a differenza dei numerosi documenti che si affollarono in libreria al ritorno dai Campi (e la cui mole, stando a Natalia Ginzburg, nel ’47 fece propendere Cesare Pavese a rinunciare a quello di Levi) – è proprio per la loro natura letteraria. È precisamente l’opera di formalizzazione – l’“arrotondamento” della testimonianza nuda e cruda, al quale Levi attese prima e dopo la prima pubblicazione di Se questo è un uomo – che ha reso quella sua testimonianza memorabile: e dunque utile: e dunque credibile.

Se oggi il lungo viaggio di Levi verso la dimensione di scrittore “vero” appare giunto al suo approdo definitivo lo si deve anche, se non soprattutto, a un mutamento di prospettiva prodottosi, prima che da noi, in una cultura dalla nostra letterariamente molto distante come quella statunitense. Non solo perché si può datare con una certa precisione lo “sdoganamento” internazionale di Levi scrittore alla lunga intervista che gli fece Philip Roth, nell’ottobre del 1986 (all’inizio dunque di quella che Annette Wieviorka ha definito «americanizzazione dell’Olocausto»; e sei mesi prima della tragica morte di Levi), sulla «New York Times Review of Books» (insistendo in particolare sugli aspetti artigianali della sua scrittura; non a caso Roth raccoglierà quella conversazione in un suo libro intitolato Chiacchiere di bottega), ma perché proprio negli Stati Uniti – giusto in quel ’66 in cui, dall’altra parte dell’Atlantico, Levi si dibatteva colle sue Storie naturali – il “caso” rappresentato da A sangue freddo di Truman Capote cominciava a dimostrare che la non-fiction, come si chiama oggi, può avere piena dignità letteraria.

Non – dunque – scrittore ma testimone, Levi: bensì scrittore in quanto testimone. E viceversa. Per questo Belpoliti, che tante energie ha speso per sottrarre l’opera di Levi alla dimensione della mera testimonianza (quale era considerata, la sua, sino agli anni Ottanta-Novanta), oggi può dire che «il lavoro critico che resta da fare […] è quello di riportare lo scrittore nel campo del testimone, perché è dal legame tra questi due aspetti della sua personalità di autore che può scaturire una differente e più complessa visione del suo lavoro».

Il doppio legame incarnato dall’opera e dall’esistenza di Levi (sino, non escluso, all’ultimo atto – il suicidio commesso la mattina dell’11 aprile 1987, gettandosi dalla tromba delle scale della sua casa in Corso Re Umberto), da prova torturante e sacrificale nell’esistenza, e impaccio imbarazzante nell’opera e nella sua ricezione, a questo punto può – e deve – capovolgersi in positivo. La prova che per noi rappresenta questo autore non parla solo al tribunale della Storia: ma ci sfida a ridefinire, anche, il senso di quella che chiamiamo Letteratura. «La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace», aveva scritto Levi a guardia dei Sommersi e i salvati. Lo stesso si può dire della letteratura: fallace, senz’altro; e davvero, in casi come questo, meravigliosa.

Primo Levi

Opere complete

a cura di Marco Belpoliti, introduzione di Daniele Del Giudice

Einaudi, 2016, due voll,, LXXXVII-1535 + 1854 pp., € 160

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