Maria Teresa Carbone

AUSTERLITZ_2Perché una coppia di innamorati o una madre con il suo bambino vanno a fare visita ai forni crematori in una bella giornata estiva di sole? Il regista ucraino Sergei Loznitsa dice che è stata questa domanda, e la perplessità che lui stesso ha provato visitando questi luoghi, a dargli l’idea per la realizzazione di Austerlitz, il documentario presentato all’ultimo Toronto Film Festival e (fuori concorso) alla Mostra del Cinema di Venezia 2016 e adesso uscito nelle sale italiane, in concomitanza con la Giornata della memoria, con la distribuzione di Lab 80 film.

Una formazione di matematico, con esperienze nel campo dell’intelligenza artificiale, una carriera che alterna film narrativi (In the Fog, My Joy) e documentari (tra gli altri Maidan, sui movimenti politici a Kiev del 2014), Loznitsa non prova neppure a dare una risposta alla sua domanda e anzi trasforma questo Austerlitz in un continuo generatore di interrogativi. Se il titolo riprende quello dell’ultimo libro di Sebald, il film non contiene in apparenza nessun riferimento al romanzo e all’itinerario di ricerca del suo protagonista, e si offre allo spettatore come un oggetto visivamente algido, una serie di riprese fisse di quattro-cinque minuti ciascuna, girate in bianco e nero in diversi punti dell'ex campo di concentramento di Sachsenhausen, 35 chilometri a nord di Berlino, durante una calda giornata d’estate, con un procedimento che ricorda quello della candid camera.

I visitatori che si muovono accaldati dal cancello di ingresso al luogo delle esecuzioni ai forni, lungo gli stessi percorsi battuti meno di settant’anni fa dai prigionieri del lager, sembrano infatti del tutto inconsapevoli della telecamera ad altezza d'uomo che ne registra gli sguardi, i movimenti, le voci, captando al tempo stesso anche i fruscii delle foglie, il canto degli uccelli, le campane, in un ambiente sonoro straniante, in cui i rumori del passato e quelli di oggi sembrano sovrapporsi e fondersi.

In vestiti leggeri, per lo più maglietta e pantaloncini, i turisti si guardano intorno, scattano fotografie e selfie prendendo come set l’Arbeit macht frei dell’ingresso, i forni crematori, i pali delle impiccagioni. Consumano il pranzo al sacco a pochi passi dalle fosse comuni. Ascoltano le guide che nelle loro spiegazioni si mostrano divise tra il desiderio di essere emotivamente coinvolte e coinvolgenti, e il pragmatismo di ritmi ben scanditi.

A questo scenario, al quale noi stessi, spettatori del film, come a suo tempo è stato per lo stesso Loznitsa, potremmo appartenere, il regista non aggiunge niente: non un commento, non una voce fuori campo. Sta a noi chiederci se e in che modo la memoria si nutra davvero dell’esperienza diretta, come questa nostra esperienza pallida e depotenziata possa mettersi in relazione con la esperienza tragica che in questi luoghi, e non solo, travolse milioni di persone solo un paio di generazioni prima della nostra, quali infine potrebbero essere i contatti con le tragedie della contemporaneità, in cui siamo calati e a cui tuttavia, se non ci riguardano direttamente, rivolgiamo lo stesso sguardo dei turisti di Austerlitz: magari serio, quasi compunto, ma pronto a rivolgersi immediatamente altrove.

Austerlitz

Regia: Sergei Loznitsa

Fotografia: Sergei Loznitsa, Jesse Mazuch
Montaggio: Danielius Kokanauskis
Produzione: Imperativ Film con il supporto di Die Beauftragte der Bundesregierung fuer Kultur und Medien Filmförderungsanstalt / German Federal Film Board Medienboard Berlin-Brandenburg
Distribuzione italiana: Lab 80 film
Paese: Germania
Anno: 2016
Durata: 93'

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Una Risposta a Austerlitz, selfie nei campi di sterminio

  1. Stefano Montani ha detto:

    Forse per la stessa ragione per cui se li fanno di fronte alla Pietà in San Pietro, perché a qualunque cosa stiano pensando non è al significato della cosa ridotta a trofeo di fronte al quale vogliono mostrarsi. La lente attraverso la quale vedono il mondo è quella dei parchi di divertimento. Dai campi ai parchi: è un’associazione suggestiva.
    Altro che esperienza diretta. Si pretende di inculcare nelle persone l’importanza del ricordo con i metodi di una società che non fa che ripetere che l’unica realtà è il presente. Le giornate della memoria, come ogni altra ricorrenza, come anche le feste cristiane, sono ormai largamente rimpiazzate dalla loro falsificazione spettacolare. Basta guardare la programmazione dei film alla tv.
    È vero per i turisti, tra cui i turisti del ricordo, come sul piano generale: “La decomposizione del soggetto si attua nel suo abbandono al sempre diverso sempreuguale”. Cambiano le ricorrenze, cambia la superficie, ma il motore che fa girare la macchina è sempre lo stesso. Certe trasmissioni televisive, certe pubblicità che contengono inviti retorici a ricordare, le parole messianiche di Primo Levi (“Io vi comando queste parole”) violentate dall’estetica dello “spot”, hanno più a che fare con i mezzi della propaganda fascista che con quelli di un mondo libero.
    L’industria del ricordo non è più che una succursale dell’industria del divertimento.

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