IMG_0520Antonello Tolve

All’Istanbul Modern qualche sparuto turista gira tra le sale della magnifica collezione, al primo piano del compresso museale, dove è possibile osservare le opere del nuovo riallestimento – quello dello scorso 2016, una selezione di 193 lavori di 109 artisti internazionali – che nasce sotto la via di un’arte legata al tempo. Sanatçı ve Zamanı / Artist in Their Time è, infatti, il titolo scelto dal direttore Levent Çalıkoğlu per disegnare un percorso legato brillantemente al pensiero di Ahmet Hamdi Tanpınar: e in particolare a una frase significativa di un suo romanzo – Saatleri Ayarlama Enstitüsü (1961) – che fa i conti con l’uomo, con il tempo e con lo spazio: «Saatin kendisi mekân, Yürüyüşü zaman, ayarı insandır… Bu da gösterir ki, zaman ve mekân, insanla mevcuttur!», cioè «L’orologio è esso stesso spazio, il suo camminare è tempo, e l’uomo è colui che regola l’ora del giorno e concepisce il tempo… Il che significa che il tempo coesiste con lo spazio dentro l’uomo!» (poco elegante la traduzione Einaudi del 2014).

Per chi ha già avuto modo di guardare questo nuovo impaginato, dove è possibile passare un paio d’ore piacevoli tra opere scelte con cura, al piano terra, a primo acchito, c’è davvero poco da vedere. Scendendo le scale e attraversando dall’alto al basso Stairway to Hall (2003) di Monica Bonvicini, a parte la sempre eccezionale installazione di Hanif Shoaei (Suspended books, 2011), le sale sono vuote, schermate da teli bianchi, e sembra regnare il silenzio della lettura, caro ai pochi ragazzi che passano tempo prezioso nella fornitissima biblioteca. Tuttavia, appena girato l’angolo, nella zona dedicata alla fotografia (l’Istanbul Modern Photography Gallery), un lungo e arioso corridoio laterale, quasi una parentesi o uno spazio appartato, una meravigliosa retrospektif di Roger Ballen (New York, 1950 – vive in Sudafrica, a Johannesburg) curata Demet Yıldız rende felice il visitatore con alcune immagini la cui potenza lascia atterriti, la cui delicatezza percuote, il cui poetico evocare la solitudine umana attrae e lascia, ad ogni passo, l’amaro in bocca. Su una parete frontale, all’ingresso, un gruppo di foto della serie Dorps (1983-1985) annuncia una poetica cruda che fa i conti con il diverso, con il difforme, con gli esclusi, i relitti sociali, i periferici. Sempre nella stessa area, le immagini di un ciclo ancora più crudele – Platteland: Images of Rural South Africa (1986-1994) – mostrano alcune figure e alcune atmosfere che sembrano uscire dal romanzo Other voices, other rooms (1948) di Truman Capote. Dresie and Casie (Twins, Western Transvaal, 1993), ad esempio, è l’immagine di due ragazzi: gemelli, sulla trentina, i capelli in disordine, i volti travolti dalla deformità e dall’incuria, la bava che pende dalle labbra di Dresie e il sudiciume di Casie evidenziano uno status disturbante, eppure gli sguardi bovini non celano la dignità del lavoro, dell’essere – anche se etichettabili come freaks – umani. Il ritratto del Sergeant F. de Bruin, Department of Prisons Employee (Orange Free State, 1992) mostra, d’altro canto, un volto allungato e rattrappito avvitato su una divisa che lascia intravedere un corpo minuto, scarno, tubercolotico.

IMG_0515Varcate queste prime due stazioni con una corrente di emotività sotterranea, Outland (1995-2000) e Shadow Chamber (2000-2004) sono capitoli di una riflessione sul male del vivere, sull’inabilità psicofisica, sulla solitudine, sull’angoscia e il disadattamento di alcuni individui costretti a vivere in ambienti cupi, grigi, mortali. Boarding House (2003-2008) e Asylum of the Birds (2006-2013), rappresentano le stazioni più segniche, più pittoriche, più legate a elaborazioni sineddotiche e metonimiche, al qualitativo e al quantitativo. Spettrali e densamente legate a un paesaggio irreale, popolato di esseri singolari e bizzarri, le quattro foto che compongono il piccolo Theatre of Apparitions (2008-2010) chiudono il percorso e mostrano una sensibilità decorativa, una inclinazione al soprannaturale, al regno senza tempo della finzione.

Un progetto site specific che fa pensare ad alcune opere realizzate da Edward Kienholz e Nancy Reddin Kienholz, ovvero una stanza o una sorta di camera d’eco, ricostruisce e sintetizza gli ambienti in cui sono inabissati i personaggi ritratti, invitando lo spettatore a vivere sulla propria pelle – anche se con una cintura di sicurezza, protetto dalle solide mura di un luogo deputato all’arte contemporanea – il dolore degli altri, le voci perdute e fievoli degli ultimi, le pareti lattiginose screpolate dal male, fino a innescare (durante la lettura) la capacità di confrontarsi con l’estraneità, con la mostruosità, con la vita di alcuni che non hanno, o non hanno avuto, il piacere di vivere.

Roger Ballen: Retrospective

a cura di Demet Yildiz

Istanbul Modern, dal 28 dicembre al 4 giugno 2017

www.istanbulmodern.org

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