gianikianDaniela Angelucci

A chiunque si interessi di cinema è capitato di incontrare specialisti, studiosi o teorie intenti a porre i confini della loro disciplina, con una modalità a volte difensiva e gerarchica. A questa attitudine corrisponde spesso un’idea che potremmo definire meramente mimetica del dispositivo cinematografico, ovvero l’affermazione che il cinema sia la semplice messa in forma estetica del nostro mondo e del nostro reale. In questo senso, certamente, occorre studiarlo nella sua specificità. Tuttavia, il legame del cinema con il nostro presente può essere descritto in modo più pieno e complesso, tenendo conto del dispositivo cinematografico nella sua interezza: un dispositivo fatto dei film e dei suoi autori, ma anche dell’esperienza degli spettatori e dei discorsi che sul cinema continuamente, da più parti, si costruiscono. A questo sguardo più ampio, che focalizza lo scambio tra cinema e reale cogliendo l’autoalimentarsi delle due dimensioni, il cinema si rivela pratica ma anche pensiero, apertura, forma di vita. Studiare, guardare, vivere il cinema dal fuori del cinema significa in fondo evitare la sterile contraddizione tra specificità e non specificità, accogliere quella che André Bazin chiamava l’impurità del mezzo, per collocarsi negli intrecci più dinamici e vitali tra differenti saperi ed esperienze.

È proprio la possibilità di movimento insita in questo atteggiamento teorico ad animare Cinema pensiero vita, a cura di Roberto De Gaetano e Francesco Ceraolo: volume che, per festeggiare i dieci anni della rivista “Fata Morgana”, raccoglie le interviste pubblicate nel corso della sua storia a filosofi, registi, studiosi di vario genere: discorsi di ampio respiro, su un tema generale, un concetto, o su singoli film, autori, sequenze che “nel riversarsi costantemente fuori [...] sono stati capaci di tornare sempre dentro”. Vale la pena citare qui esplicitamente uno dei numi tutelari di questa prospettiva, Michel Foucault col suo scritto del 1966, Il pensiero del di fuori. Se Foucault descriveva la letteratura come il linguaggio che invece di ripiegarsi su se stesso trova la sua essenza fuori di sé, laddove il soggetto che parla sparisce, a maggior ragione la dispersione, l’apertura, la messa fuori di sé in uno spazio impersonale sembra essere caratteristica dell’immagine in movimento. Come scrive De Gaetano nella sua prefazione al volume, il fuori a cui il cinema viene riconsegnato dall’ampio campo discorsivo creato dalle conversazioni proposte è il luogo dove il cinema è sempre stato, è di fatto “il suo dentro”.

Non a caso, uno dei fili rossi che collega le varie interviste qui raccolte è il tema della vita, declinato in molti modi a partire dal primo numero della rivista, del 2006, dedicato al tema Bios e aperto da una conversazione con il filosofo Roberto Esposito: se il cinema può essere un dispositivo che fissa, blocca la vita “immortalandola” – si pensi al celebre paragone di Pasolini tra il montaggio e la morte –, esso include sempre anche la possibilità della metamorfosi, del movimento, di un rovesciamento di questo dispositivo immunitario. Il concetto di vita delle immagini, di immagine vivente, è anche al centro della conversazione con Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che lavorano su pellicole del passato riattualizzandole, rifilmandole, ma anche esponendone la temporalità attraverso i graffi e i segni delle passate visioni, e di quella con Georges Didi-Huberman, che sottolinea il movimento senza fine dell’immagine in quanto dialettica: si tratta di fare dell’immagine qualcosa che scorre senza fermarsi, “come l’acqua di un rubinetto aperto”. Ancora, l’idea di una realtà vitale non semplicemente rappresentata e dunque fissata, congelata, ma creata dal cinema nel suo farsi, è messa in evidenza nelle parole di Jean-Luc Nancy, che definisce le immagini cinematografiche “il mondo in atto di creazione”, una creazione dal nulla; o in quelle di Marie-José Mondzain, che tratteggia una verità dell’immagine che non riguarda l’eventualità che l’immagine sia vera, che non dipende cioè da una relazione veritiera con la realtà. L’imprevedibilità della vita viene richiamata da Paolo Jedlowski nella nozione di esperienza vissuta, quell’esperienza che riguarda un soggetto cui accade qualcosa che non gli appartiene; così come da Jacques Rancière e da Walter Siti, che ribadiscono la capacità del cinema di “cogliere la realtà di spalle” e dare fiducia a ciò che arriva da fuori.

Altri due motivi più sottili, che percorrono questo testo un po’ più nascostamente per comparire come strappi nel tessuto dei discorsi (tutti pronunciati da personalità originali e fuori dell’ordinario: non ho citato per esempio Julia Kristeva, Marco Bellocchio, Julio Bressane, Slavoj Žižek, Raul Ruiz e molti altri), hanno a che fare con l’ultima frase del precedente capoverso. Il primo motivo che mi interessa particolarmente riguarda la possibilità di un incontro con qualcosa che accade, “arriva” e ti sorprende, ma che al tempo stesso, una volta accaduto, rivela la sua necessità. Mi sembra che questa idea – che può collegarsi alla Nachträglichkeit freudiana, o al lacaniano après coup – possa delineare efficacemente il tempo duplice dell’arte, sia per quel che riguarda la ricostruzione del gesto artistico, sia per quel che concerne l’esperienza dei fruitori. Sono due registi a parlarne: lo descrive Werner Herzog raccontando il suo modo di filmare senza pensare, andando incontro al mondo, per ricostruire il senso solo a posteriori; ci ritorna Amos Gitai, affermando che il film appena visto si costruisce, si ricostruisce con l’immaginario, solo quando la proiezione è finita.

Altra questione decisiva è quella della fiducia nell’immagine, del rapporto tra immagine e spettatore, del “dare credito al nostro sguardo”, direbbe ancora Mondzain. Jean-Louis Comolli racconta questo rapporto come il sogno di una trasparenza, di un’innocenza delle immagini da parte dello spettatore, mettendo in campo convincentemente il tema del diniego freudiano (Sì, lo so, ma comunque... intitolava un suo scritto sull’argomento lo psicoanalista Octave Mannoni, scrivendo però di letteratura): so che c’è un trucco, accetto la realtà, ma insieme la nego e faccio come se non ci fosse. Il fatto è che le attitudini artistiche e spettatoriali qui richiamate – per riassumere: tempo doppio dell’esperienza e duplicità del nostro credere nel reale – non sono un semplice aspetto di quel “fuori dal cinema” di cui si parla, quanto i meccanismi decisivi del nostro stare al mondo, che il cinema sa riprodurre in modo concentrato e intenso, non solo grazie alle sue narrazioni ma come necessità iscritte nel funzionamento del suo dispositivo.

Cinema pensiero vita. Conversazioni con Fata Morgana

a cura di Roberto De Gaetano e Francesco Ceraolo

Pellegrini, 2016, 368 pp., € 25

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!
THIS ARM / DISARM
Le macchine armate di Paolo Gallerani in un filmato di Maurizio Gibertini - Milano 10 marzo guarda il trailer