espressoLudovica del Castillo

«Il personaggio che prende la parola in questo libro […] entra in scena negli anni Cinquanta […]: “l’intellettuale impegnato”. […] l’immedesimazione in questa parte viene meno a poco a poco col dissolversi della pretesa d’interpretare e guidare un processo storico. Non per questo si scoraggia l’applicazione a cercar di comprendere e indicare e comporre, ma prende via via più rilievo […] il senso del complicato e del molteplice e del relativo e dello sfaccettato che determina un’attitudine di perplessità sistematica».

Così scrive Calvino nel 1980 nella Presentazione a Una pietra sopra (raccolta di saggi scritti tra il 1955 e il 1978): c’è la volontà di ordinare il passato, gli scritti del passato (allontanandoli «di quel tanto che permette d’osservare nella giusta luce e prospettiva»). La distanza libera la visione, ma questa è cosa risaputa. Ed è proprio la distanza che permette a Roberto Contu nel suo Anni di piombo, penne di latta di affrontare con uno sguardo libero da prospettive consolidate l’argomento spinoso della perdita di centro che ha coinvolto la maggior parte degli scrittori italiani negli anni della «crisi sistematica del mondo intellettuale». Simbolici i confini cronologici del libro: il primo è il 1963, quando Calvino pubblica La giornata di uno scrutatore (in un momento in cui il disorientamento degli scrittori è ormai comune), e il secondo è il 1980, l’anno della Strage di Bologna, ultima delle grandi azioni terroristiche di quel periodo.

Anni di piombo, penne di latta si basa prevalentemente sugli scritti d’occasione degli autori del tempo, ed è il frutto di un dettagliato e approfondito lavoro di ricerca, specialmente in emeroteca: interventi su questioni antropologico-culturali e politiche, sul presente, pubblicati su quotidiani e riviste (anche se non mancano le eccezioni). Il discorso si sviluppa cronologicamente, affrontando alcune case histories che meglio raccontano il cambiamento della figura dell’intellettuale, spesso presentando la miccia che ha acceso un dibattito, ricostruendo i termini delle diverse querelle, quali sono stati i punti di scontro e di contatto con la società. Ha un gran peso Pasolini, ma non da meno sono Calvino, Fortini, Sciascia, Moravia.

Gli scrittori non sentono più – gramscianamente parlando – «pulsare l’attività della città futura» che la loro parte sta costruendo. Ma qual è poi la loro parte? E l’altra? Nasce la consapevolezza di muoversi in una realtà disgregata, sfaldata, senza centri: dopo un primo spaesamento ha prevalso l’accettazione della perdita di voce, la consapevolezza del silenzio. E poi forte è il peso della difficoltà di dialogare con il nuovo interlocutore, che si definisce chiaramente nel Sessantotto nella generazione protagonista del movimento. Già nel 1961 Pasolini scrive, agli albori del tempo nuovo (nella rubrica Dialoghi con Pasolini tenuta su «Vie Nuove»):

«Perché non mi è mai riuscito di distinguere un “problema della gioventù” […]. Scuola, istituzioni familiari, morale corrente, cattolicesimo, comunismo: questi, e infiniti altri, sono i problemi in cui si innesta il problema dei giovani. Solo risolvendo i primi si risolve il secondo».

Il nodo della questione è prima di tutto sociale, culturale, politico. Le parole di Pasolini sentono nitida l’eco del boom economico (e, anche per gli anni successivi, non si dovrebbero ignorare le sue onde d’urto sulla società tutta) e contengono già in seme i motivi dello spaesamento degli scrittori. Insomma: cambia l’interlocutore perché cambia la storia.

Ma non tutti gli sforzi di dialogo sono vani: facendo un salto in avanti di qualche anno – rimanendo nei confini temporali imposti da Contu – un’esperienza positiva che ha dato preziosi frutti è certamente quella di Celati, con il libro Alice disambientata: Celati, professore al DAMS di Bologna, durante le occupazioni del ’77 trasforma il suo corso sulla letteratura vittoriana del nonsense in un momento di incontro cogli studenti, tra letteratura e presente, e supera le barriere che gli scrittori protagonisti di Anni di piombo, penne di latta non sembrano riuscire a oltrepassare: un’esperienza che avrebbe forse avuto diritto maggiore spazio nel libro, come un felice tentativo di dialogo attraverso la letteratura. Certo in quel caso la penna non era stata di latta.

In questi «anni complicati» gli scrittori si sono trovati immersi in un tempo pieno di contraddizioni, e mi pare che la loro sensazione sia stata spesso di avere di fronte la contestazione come stile di vita diffuso, più come si seguiva la moda del pantalone a zampa che come scelta individuale ragionata. Mi viene in mente Parise, che nel suo reportage sul Laos del 1970 (in Guerre politiche) racconta la visita a una scuola e la conversazione avuta col suo direttore:

«“So che i giovani italiani vogliono studiare ma le autorità accademiche e il governo lo impediscono chiudendo le scuole per ragioni politiche. So anche che gli studenti italiani appoggiano la nostra lotta […]”. […] chiedo di poter riferire agli studenti italiani l’orario di lavoro degli studenti del Fronte Patriottico del Laos. L’orario è il seguente:

Ore 5: sveglia. Ore 5-6.30: ginnastica e giardinaggio. Ore 7: piccola colazione. Ore 7-11: lezioni in aula. Ore 11: primo pasto. Ore 11-13.30: siesta. Ore 13.30-16.30: studio personale. Ore 16.30-18: giardinaggio. Ore 18: cena. Ore 18-19: riposo. Ore 19-21.30: studio. Ore 22: dormire. Al pomeriggio del lunedì e del sabato attività artistiche e letterarie. La domenica è dedicata al lavoro dei campi e all’esercizio sull’uso delle armi automatiche e contraeree. Una volta alla settimana, a turno, si formano pattuglie che perlustrano la zona per un raggio di circa cinquanta chilometri.»

Ma dicevamo: il problema dell’intellettuale-scrittore sembra essere, come suggerisce Contu, un problema generalizzato, prima di tutto socio-culturale. Emblematica la copertina dell’«Espresso» descritta nell’epilogo di Anni di piombo, penne di latta: la foto è quella di Giuseppe Memeo mentre esplode alcuni colpi di pistola ad altezza-uomo durante una manifestazione per la morte di Giorgiana Masi, il titolo del numero è I guerriglieri. Chi sono, come combattono, come vengono combattuti. Fin qui c’è la tragicità dell’immagine, ma nessun cortocircuito. Poi, sempre guardando la copertina, l’occhio di Contu si sposta in basso a destra: Inserto: manuale del buon giardiniere. S’intende forse il giardinaggio come quello degli studenti del Laos, e non lo abbiamo capito? Forse la colpa della perdita di voce degli scrittori, e della parola scritta, non è solo di chi scrive. In questi giorni, mentre muore Fidel Castro, nella sua trasmissione televisiva Lilli Gruber chiede a Gianrico Carofiglio il segreto per scrivere un libro di successo.

Roberto Contu

Anni di piombo, penne di latta

(1963-1980. Gli scrittori dentro gli anni complicati)

Aguaplano, 2016, 512 pp., € 25

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