dairy_farm_animal_rebellion_by_robopoopAndrea Comincini

Ogni parola, sebbene sembri innocente, è in grado di celare una insidia o una trappola: un termine filosofico, per quanto innocuo, può manifestare, occultandola, un’idea di politica e una gerarchia di poteri. Massimo Filippi, professore di neurologia all’Istituto San Raffaele di Milano ed esperto della “questione animale”, si spinge alle estreme conseguenze di tale riflessione, fino ad arrivare alla dicotomia originaria che traccia la storia dell’apparato oppressivo: il dualismo uomo/animale.

Cos’è al mondo naturale, se ogni atto è politico? Come fingere che ontologia e ragion di Stato non siano inscindibili, e non disegnino la mappa del cosmo quotidiano grazie a cui l’uomo contemporaneo si orienta e disorienta? Secondo Filippi, parafrasando Louis Althusser, bisognerebbe riconoscere che “la filosofia è lotta di classe nella teoria”, e tale “oblio” gnoseologico va affrontato nel suo aspetto più radicale: il rapporto umano/disumano e cultura/natura.

Se un’idea è proposta come pura datità, esente da condizionamenti storici – il presupposto che uomo e bestia siano mondi antitetici –, potrà giustificare ogni tipo di coercizione sull’animale, in quanto naturalmente inferiore, assolvendo la coscienza collettiva. Secondo Judith Butler, “le superfici del corpo, così come sono sancite in quanto natura, possono anche diventare il luogo di una performance dissonante e denaturalizzata che rivela lo statuto performativo del naturale stesso”.

Filippi parte da queste premesse per stabilire i fini della sua analisi, ovvero evidenziare la modalità grazie alla quale “umano” e “animale” diventano prodotti mostruosi di una società che si finge innocua, ma pratica la violenza in ogni categoria, traducendo in esito politico una aggressività prima di tutto teorica, poi sociale e culturale. Nel mondo postcontemporaneo la critica alle strutture, alle norme, a ciò che è regolare, all’idea di salute e alle forme, nasce evidentemente dall’atto primo di distinguere, come se nulla fosse, l’occidentale, bianco, eterosessuale, borghese, da un altro diverso, e poiché disumanizzato, passibile di essere oppresso perché animale (le descrizioni “bestiali” su certa stampa di zingari, extracomunitari e migranti autorizzerebbero inconsapevolmente a escluderli dall’umanità “sana”). Filippi insiste sulla palese montatura “ontologica” dell’operazione, atta a sancire il dominio di un mondo su di un altro. Non solo, tuttavia: la distanza che si pone fra uomo e animale porta anche a una vicinanza artificiale con sé stessi. L’idea di Sé ne risulta potenziata ed edulcorata, traducendo l’antica teologia trinitaria in un classificare assurdo e deformante, capace di consolare e rendere potenti, ma fondamentalmente congegno alienante e assassino. Per Agamben, “dispositivo” è tutto ciò che determina, ripartisce, cattura gesti, opinioni e discorsi degli esseri viventi; Filippi, accogliendo la definizione, insiste sul concetto di specie quale fondamento principe della manipolazione performante.

Come già Darwin giudicò la classificazione per specie un semplice modello teorico, uno stratagemma che nulla aveva a che fare con la realtà dei viventi, così lo studioso sottolinea quanto la specificazione sia l’arma originale attraverso cui si pratica la violenza verso l’altro, divenuto tale in seguito alla esclusione e non per sua intrinseca natura la quale, grazie a una architettura teorica fallo-logo-centrica, viene scissa e abusata dal potere costituito. La “normalizzazione”, prosegue Filippi, produce un danno mostruoso nella società, poiché deformando i connotati del vivente, scinde la personalità e produce violenza. La nevrosi è uno dei risultati principali, ma gli effetti più devastanti emergono chiaramente nell’aver trasformato il creato in un grande mattatoio.

L’immagine non è solo metaforica: non si riferisce esclusivamente al luogo dove le carni vengono smembrate, fatte a pezzi e disossate. Si tratta della struttura stessa della metropoli a essere ormai il luogo d’elezione dove il corpo viene spappolato e “disumanizzato” (l’opera pittorica di Soutine, con le sue carni appese sanguinanti, è simbolo luminoso). La bestia al macello è solamente l’esempio più crudo con cui appare la coercizione e la manipolazione della potenza della vita, resa inerte e inerme, e lager dove si manifesta l’idea che l’uomo ha di sé e del mondo che lo circonda.

Una teologia della violenza senza dei o eroi: superabile, nota Filippi, solamente se ci si rende conto che qualsiasi gesto “rivoluzionario” si svilupperebbe nello schema costituito e non sarebbe efficace se non si trasforma in parodia. Solo la parodia – e la parodia della parodia – ci offrono la possibilità di guardare da un’altra prospettiva, smontando il castello gnoseologico e ridando al linguaggio nuovi luoghi creativi, nuove “stanze”, dove la parola non sia ricovero psichiatrico, flagellazione, o semplice sistema filosofico, ma libera e pura espressione.

Unicamente con un gioco “altrettanto mostruoso” si potrà combattere il Soggetto, “favola che giustifica l’infinito orrore di questa Storia e il calcolo che l’ha resa possibile e che essa ha reso possibile”, un gioco “antimistico”, perché mythos è ancora una categoria appartenente alla teologia classificatoria delle carni. Ciò che preme dunque è innanzitutto ribaltare la tassonomia del reale, dove ogni catalogazione produce un recinto, una gabbia dentro la quale potere e vita vengono scisse e si trasformano in sopruso.

La traduzione politica, proprio perché dissonante, può apparire tuttavia problematica (collettivi urbani liberamente organizzati, una polis destrutturata dalla parodia e dal gioco?): se i concetti con cui continuiamo a vivere sono intrinsecamente grondanti di sangue, l’antispecismo dovrà necessariamente sperimentare vie nuove, coltivando una differánce radicale e in-audita. È evidente infatti che si possa insinuare un dubbio nel processo suddetto: il gioco è paradosso che libera o ancora uno strumento del capitalismo, che negandosi si impone narcisisticamente attraverso un altro inganno, seppur dall’apparenza emancipatrice?

Per tale ragione Filippi prosegue il suo percorso descrivendo le mostruosità della realtà sulla pelle delle persone, epidermide-scudo che distingue e protegge, ma una volta lacerata consegna l’umano al non-mondo della bestia selvaggia, e per questo, nell’ultimo capitolo, tenta di ritrovare uno spazio magico dove, parafrasando ancora Althusser, “bisogna pensare agli estremi”, affinché si possa occupare il posto dell’impossibile e osservare il mondo con rinnovata innocenza.

Conclude Filippi, con evidente riferimento a Wittgenstein: “l’antispecismo è l’indicibile. Ma ciò di cui non si può parlare non condanna al silenzio, al tacere. Ciò di cui non si può parlare può sentire e farsi sentire. L’antispecismo è divenire sensuale, è l’eccedenza del desiderio e l’accesso al desiderio e l’eccesso del desiderio e il desiderio di eccedersi”.

Massimo Filippi

L’invenzione della specie. Sovvertire la norma, divenire mostri

Ombre corte, 2016, 120 pp., € 13

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