201606383_1_IMG_FIX_700x700Donatella Della Ratta

In un'atmosfera sempre più deprimente di stallo politico, accordi che falliscono, e innumerevoli cessate-il-fuoco fatti per non durare, c'è almeno una buona notizia che arriva dalla Siria. Nel bel mezzo della bulimia da social media, che spinge a caricare e scambiare immagini compulsivamente e in tempo reale, una nuova onda di talentuosi filmmaker si fa strada in modo silenzioso ma potente.

Nel marzo del 2011, all'inizio del sollevamento popolare in Siria, attivisti e ordinari cittadini facevano ampio uso di filmati audiovisivi per documentare le violazioni dei diritti umani e produrre prove, nella speranza che quest'ondata di immagini avrebbe provocato rabbia e indotto la comunità internazionale a trovare una soluzione al conflitto. Questi sforzi, paradossalmente, sembrano invece avere contribuito a estetizzare la violenza e ad anestetizzare coloro che la osservano dagli schermi. Il documentare senza sosta la vita dei siriani – e la loro morte in diretta – pare infine soltanto averla sovraesposta, trasformandola in una cosa banale, priva di interesse, persino ripetitiva.

Questa produzione visiva non-stop ha sottratto la vita dalle immagini: oggi finalmente arriva una nuova generazione di filmmaker siriani a restituirgliela. Tre gioielli visivi sono emersi in particolare in questi ultimi cinque anni: Syria Trilogy (2011-2015) di Ammar al-Beik, Coma di Sara Fattahi (2015), e Houses without doors (2016) di Avo Kaprealian, quest'ultimo vincitore del premio come migliore documentario internazionale al Festival del Cinema di Torino 2016. Questi film non sono il semplice documento visivo della vita quotidiana in una Siria in stato di guerra; ma la documentazione di un dolore a partire dal profondo della propria casa, dalle radici della famiglia, della memoria personale.

Sara Fattahi, ad esempio, prende in Coma la casa dove è nata e cresciuta a Damasco e la trasforma in un set dove sua madre e sua nonna – e lei stessa, dietro alla camera – si muovono silenziosamente e dignitosamente nel compiere i gesti soliti della routine quotidiana, nonostante tutto ciò che le circonda sia drammaticamente cambiato. Sembrano anime nobili provenienti da un'altra epoca, i cui sentimenti e memorie non si piegano alla disperazione e all'annullamento portato dalla guerra.

In Houses without doors (in programmazione venerdì 20 gennaio alle 21 allo Spazio Comune Cinema Aquila di Roma) Avo Kaprealian trasforma il balcone della sua casa di Aleppo in un palcoscenico a cielo aperto dove osservare la vita nel suo divenire: nelle stradine che filma senza trovare pace mentre la camera diventa testimone della guerra che in silenzio inghiotte il negozio di frutta e verdura, le biciclette e il mercato, i bambini che giocano. E nella sua stessa casa, dove i suoi genitori portano avanti il loro quotidiano fatto di guardare la televisione, lavare i piatti, fumare sigarette e chiedersi quando tutto finirà.

Anche Ammar al-Beik, nella sua trilogia siriana, filma tutto ciò che rende una vita ordinaria: la nascita di un figlio, bambini che vanno al circo, un uomo e una donna che litigano e poi fanno l'amore. Poi d'un tratto una serie di eventi straordinari irrompe nella banalità di tutti i giorni: manifestazioni di piazza e una rivoluzione nel suo divenire, missili Scud lanciati su fragili città ed i loro abitanti, e la persistente colonna sonora dei barili-bomba che cadono dagli elicotteri.

Non vediamo la guerra in nessuno di questi film, ma la percepiamo. Tutto d'un tratto insignificanti azioni di vita quotidiana si incupiscono, e sentiamo che tempi oscuri sono alle porte. In Coma lo vediamo nel modo in cui le due protagoniste damascene guardano in TV un melò egiziano, e le lacrime si intensificano al pensiero che presto dovranno dire addio alla loro figlia e nipote ormai sulla strada dell'esilio. Sentiamo la guerra in Houses without doors quando il regista filma sua madre fare le valigie ancora una volta, esattamente come i suoi antenati armeni hanno dovuto fare cent'anni prima, con l'amara consapevolezza che la storia inevitabilmente si ripete. Mentre ne La Dolce Siria, parte della trilogia siriana di al-Beik, due bambini giocano con una camera 16 millimetri come se fosse l'oggetto più inspiegabile, estraneo e pesante del mondo se paragonato alla leggerezza e familiarità dei missili Scud che attraversano ogni giorno il cielo blu della Siria.

Contro il martellante mantra contemporaneo del documentare ogni cosa in tempo reale e scambiarla compulsivamente sui “social”, Fattahi, Kaprealian e al-Beik non filmano per ribadire verità o per produrre prove visive della cosa documentata, come se “l'essere qui” della camera dovesse necessariamente trasformare l'evento al quale si assiste nella quintessenza della testimonianza storica. Piuttosto questi filmmaker collegano diversi livelli di spazio e tempo, costruendo legami fra il presente, vecchi film patrimonio della storia del cinema mondiale, documenti visivi della Siria attuale e del passato, e i loro archivi personali di memorie familiari. Tutti questi strati di immagini che si sovrappongono godono dello stesso status, quello dell'incertezza. Immagini che appartengono alla memoria collettiva della storia della Siria, come la prima missione spaziale seguita in diretta dalla televisione di stato alla presenza del defunto presidente Hafez al-Asad per celebrare “il più bel paese del mondo” (la “dolce Siria”, appunto), emergono insieme alle prime testimonianze visive della rivolta del 2011, in cui si vedono gli attivisti pacifisti abbattere festosamente la statua del leader e trasformare un carro armati in un'altalena per i bambini. Queste immagini tratte da La Dolce Siria sembrano girate in un altro spazio-tempo, fatte come sono di una materia ambigua, fiabesca; e soprattutto, nel loro mischiarsi e confondersi con quelle ancora più oniriche che il regista sottrae a I Clown di Federico Fellini commentate da Adriano Aprà. Quali immagini sono più reali, più vere fra tutte queste? e chi può stabilirlo? A quale tipo di conoscenza ci affidiamo, se i film di finzione sono diventati parte della nostra storia e immaginazione collettiva e la video-documentazione digitale della ”attualità” è sempre più sfocata, più indistinta, più sfibrata da riproduzioni infinite e infiniti remix nella trama della circolazione non-stop sul web partecipativo e “sociale”?

Usando scene di un film cileno degli anni settanta – El Topo di Alejandro Jodorowsky – per illustrare sia la violenza odierna inflitta sulla città di Aleppo e sui suoi abitanti, che la violenza storica perpetrata sugli armeni ai tempi del genocidio, Houses without doors sembra dirci che la finzione può a volte parlare dell'impensabile e dell'inimmaginabile in modo più potente di qualsiasi reportage in prima persona filmato sul posto. Avo Kaprealian usa l'archivio cinematografico e quello storico non come semplice fonte di documentazione, ma per creare connessioni mobili e vive che aiutino a decifrare il presente. Il tremare irrequieto della sua camera suggerisce che non è più possibile “testimoniare”, nemmeno essendo presente fisicamente in un luogo familiare come la propria casa, il proprio quartiere. Proprio per sottolineare la fine della testimonianza storica nell'epoca della riproducibilità digitale Kaprealian filma con una lente rotta, che risulta in un costante fuori-fuoco: quasi a suggerire la debolezza della visione, l'ineluttabile mancanza di chiarezza e comprensione rispetto alla cosa filmata.

Paradossalmente, è proprio con questa visione che viene a mancare, che cede e precipita, che un nuovo capitolo del cinema siriano ha inizio: un capitolo che comincia laddove finisce la condivisione bulimica in tempo reale dei social media. Un capitolo che si apre su uno sguardo che testimonia il fallimento dell'”essere qui” della camera e di colui che la punta. Eppure, è proprio questo fallire della visione che diventa il punto di accesso per comprendere ciò che accade nell'istante. È qui, da questo desiderio di andare oltre l'immagine come prova visiva, che una nuova generazione di cinema siriano prende forma. I film di Fattahi, Kaprealian, al-Beik sono animati da una rabbia e un amore che li porteranno in una direzione difficile da prevedere, ma che senza dubbio varrà la pena seguire.

Questo articolo è originariamente uscito in inglese su Hyperallergic con il titolo A new wave of Syrian films exposes the failure of the Images (traduzione a cura dell'autore)

*Houses without doors di Avo Kaprealian verrà proiettato in versione originale con sottotitoli in italiano il giorno 20 gennaio alle ore 21 presso lo Spazio Comune Cinema Aquila di Roma

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