BergerHand_0Simone di Biasio

Nel suo saggio su Leopardi del 1983, contenuto in The Sense of Sight, John Berger racconta una storiella significativa. Quando era stato in Russia, in aeroporto lo avevano perquisito due agenti, i quali trovarono per prima cosa nella borsa delle sue poesie. Uno degli agenti le lesse molto attentamente finché, prima di lasciarlo partire, con una faccia tra il serio e il faceto gli fece: «forse la sua poesia è un po’ troppo pessimistica». Con questo racconto il narratore e critico d’arte inglese si lega all’evergreen pessimismo leopardiano, che però lui definisce lucido perché include una certa pietà per se stesso, e crea un paragone straordinario fra gli scritti di Leopardi e la storia dell’arte: «illuminano terribilmente – come la lampadina elettrica nella Guernica di Picasso».

Writing / crouched beside death / we are his secretaries // Reading by the candle of life / we complete his ledgers // Where he ends, / my colleagues, / we start, either side of the corps // And when we cite him / we do so / for we know the story is almost over.

(Scriviamo / accucciati ai piedi della morte / siamo i suoi segretari // Leggiamo al lume della vita/ e ne compiliamo i libri mastri di pietra // Dove lei finisce, / colleghi miei, / cominciamo noi, ai lati della salma // E quando la nominiamo / è perché ormai / si sa che la storia è quasi finita.)

Rileggendo questa poesia di Berger oggi, a pochi giorni dalla sua scomparsa, possiamo compatire quell’agente di polizia e riderne. Rileggerla fa uno strano effetto anche perché il suo traduttore di versi in Italia, Riccardo Duranti, proprio il 2 gennaio scorso mi postava questo invito su Facebook: «Se sei a Parigi, potresti fargliela di persona l’intervista!». Avevo letto già di ritorno in Italia, ma contemporaneamente visto dall’anteprima sullo smartphone pure questo messaggio: «Troppo tardi per l’intervista! Mi dispiace». Avevo aperto immediatamente la chat per visualizzare l’intera conversazione e capire: «Quando ti avevo scritto quel post, non sapevo che John fosse già morto da qualche ora». Così «freddo è il dolore di credere / che il calore non tornerà più» (V Fabbrica).

Con la morte di John Berger se n’è andato l’uomo che ha trascorso la vita a guardare. Che ci ha spiegato come osserviamo un’opera d’arte e come da essa siamo osservati, al pari del gufo che campeggia sulla copertina di un altro suo noto saggio. S’è ottenebrato un modo di vedere, parafrasando la trasmissione della BBC che gli conferì grande notorietà. Saggi, disegni, segni, ma anche poesie. Berger è stato uno dei più influenti intellettuali dei nostri tempi, si è occupato per tutta l’esistenza dello sguardo: un dipinto, una fotografia, la poesia, un tempo. Ci ha ricordato che «vedere è aver visto», come scrive Pessoa nel Libro dell’inquietudine, nel senso che la nostra vista è allenata da percezioni stratificate e che orientano la visione. John Berger ha visto nitidamente anche quando ha scritto versi, per questo occorre segnalare il libro di collected poems, Il fuoco dello sguardo, che raccoglie tutte le poesie di Berger scritte nell’arco della vita e che proprio Riccardo Duranti, già traduttore di Carver, ha avuto il merito di raccogliere (alcune erano apparse solo in Pagine della ferita, curato dallo stesso Duranti più di 15 anni fa per Greco & Greco). Una esistenza intera per scrivere soltanto un libro di poesia, quasi involontariamente, collezionando soltanto alla fine il lavoro sedimentato lentamente.

La poesia citata inizialmente si intitola Narratori e Berger ipotizza che «forse Dio somiglia ai narratori / perché ama i deboli più / dei forti». C’è dunque qualcuno più grande di un dio. E se la poesia fosse madre della divinità? Se fosse lei che ci genera in qualche verso? «Gli Adami e le Eve / continuamente espulsi / e con che tenacità / tornano di notte!» (Espulsione), mentre «la madre s’attacca / il giorno neonato / al petto» (Maternità di paese). Berger, che ha cercato di dirci l’arte del mondo e il mondo dell’arte, in questo libro ci interroga: «Si può spiegare il mondo / con un arco / tagliato come un melone / la cui dolcezza era un benvenuto?», versi che mi riportano alla mente una poesia-dipinto di Alfonso Gatto, Torneranno le sere: «Siate la polpa rossa dell’anguria / spaccata in mezzo alla tovaglia bianca» (non a caso un altro poeta che stretti rapporti ebbe con l’arte).

E se ancora Gatto è stato autore di poesie d’amore indimenticabili, Berger si accuccia davanti al fuoco per parlare di questo sentimento nell’ultima parte del libro: «Mi hai portato una figlia / come le navi a sera portano / case ai loro marinai» (28 novembre 1961). È un viaggio tra le sezioni del volume e le sezioni della sua vita e le sezioni della storia dell’uomo e degli uomini: dalle “Parole” alla “Storia”, passando per “Emigrazione”, e dunque “Luoghi”, per approdare infine a “L’amore mio”, in cui possiamo leggere versi impressionisti: «Accosta il tuo giardino alla mia guancia / il tuo giardino dalle cinque dita / d’un’altra città / alla mia guancia» (Tempesta del ventesimo secolo).

In un’altra sua opera, Il taccuino di Bento (Neri Pozza 2014), Berger aveva definito il disegnare una funzione viscerale, come digerire o sudare, cioè qualcosa che non risponde a una nostra conscia volontà razionale. Se avessi potuto rivolgergli anche soltanto una domanda avrei voluto sapere da lui, che non voleva presumibilmente dirsi un poeta, ma più farlo, cosa sia la poesia. Mi avrebbe certo risposto in versi: «Nei nostri letti solitari / che ne sappiamo noi di poesia? / [...] Portiamo la poesia / come i carri bestiame del mondo / portano le bestie. / Presto dalle fiancate / le faranno scendere» (Separazione). Avrebbe poi continuato: «Parola per parola io descrivo / tu accetti ogni fatto / e ti chiedi: / che cosa vuole veramente dire?» (Pagine). Hai ragione John, è vero.

Berger si ritirava spesso a vivere in un luogo solitario, a stretto contatto con la natura, con la materia, la nuda terra. In una porzione di mondo in cui «il buio ci esamina / solo col tatto», o dove «tutta la notte l’Hudson / tossisce nel letto» (una immagine abbacinante, finalmente ho dato un verso preciso a quel suono). Questo deve aver fatto sì che il paesaggio della sua poesia divenisse poesia del paesaggio, recuperando terra e linguaggio, un «lignaggio» come ci dice un suo verso: «La lingua / è la prima foglia della spina dorsale / la circondano foreste di linguaggio // Come una talpa / la lingua / si rintana nella terra del discorso // Come un uccello / la lingua / vola tra gli archi della parola scritta // La lingua se ne sta impastoiata e sola nella propria bocca» (Parole II) e – folgorante – «al crepuscolo ogni pino / sistema l’uccello / della sua voce» (Foresta). Se in Capire una fotografia (Contrasto 2014) Berger ci aveva suggerito che «le macchine fotografiche sono scatole per trasportare le apparenze», in questo libro ci vuole dire che la poesia è la strada su cui facciamo viaggiare le nostre visioni, e se «il vedere viene prima delle parole», la visione giunge ancora prima, pertanto la poesia non è il commento all’immagine, è l’immagine stessa. Nitida, come l’omerica «Aurora dalle rosee dita», mentre nel Fuoco dello sguardo «lentamente le ore piccole sfilano / l’alba dal fodero» e il nuovo anno ci ha sfilato dalle mani il gigante John Berger.

John Berger

Il fuoco dello sguardo. Collected poems

a cura di Riccardo Duranti

Coazinzola Press, 2015, 267 pp., € 18

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