635455476346463139_the-simpsons-s17e16Andrea Balzola

Che la scuola debba essere non solo più “buona”, non solo migliore, ma radicalmente diversa da quella attuale, alla luce degli enormi cambiamenti, nel bene e nel male, realizzati nelle società cosidette avanzate dall'ultimo scorcio del Novecento a oggi, non è una novità. La rivoluzione tecnologica informatica, la precarizzazione e la mobilità del lavoro, la globalizzazione e l’evoluzione degli studi in ambito cognitivo hanno definitivamente messo in crisi i modelli educativi che dominano la pubblica (e anche privata) istruzione, dalla scuola materna e primaria fino e oltre luniversità. Eppure l’insieme del bradipesco pachiderma burocratico dei ministeri, dei legislatori, della maggioranza dei direttori didattici, di un’ampia parte del corpo insegnante nonché degli adulti genitori, coadiuvati e confortati dalla disattenzione dei media, sembra non averlo percepito. Se ne sono invece accorte, eccome, le nuove generazioni, quelle dei “nativi digitali”, che subiscono in gran quantità ore di trasfusione standard di saperi, una mole soffocante di compiti a casa, un sollevamento pesi quotidiano di libri scolastici cartacei per lo più obsoleti nella forma e nel contenuto, uno stress emotivo dovuto alla competitività e alle difficoltà relazionali che spesso sfociano nel bullismo, un’anacronistica inadeguatezza tecnologica degli strumenti e degli ambienti educativi.

Molto spesso l’esperienza scolastica, invece di incentivare quell’istinto naturale all’apprendimento che è stato confermato dalle più recenti ricerche, invece di valorizzare le potenzialità soggettive e le facoltà creative guidando una crescita integrata che unisca coscienza mentale, emotiva e corporea, spegne le motivazioni formative conformandole a un unico modello astratto e razionale di “rendimento” e di “valutazione”, da testare con discutibilissimi “invalsi” (da più parti è stato segnalato come i test invalsi siano funzionali più a interessi economici che educativi, secondo un modello di valutazione che premia esclusivamente il pensiero razionale-analitico a scapito di tutte le altre abilità).

Se però si va a spulciare la produzione editoriale e multimediale di questi ultimi anni nel settore educativo, tanto in ambito internazionale quanto a livello nazionale, ci si sorprende per la quantità e la qualità dei contributi innovativi che molti autori di differenti discipline hanno offerto al dibattito sulla realtà e sulle prospettive del mondo dell'istruzione. Diventa quindi ancor più inquietante ed esasperante la sordità del sistema scuola, con virtuose e coraggiose eccezioni che cercano di aggiornarsi e agire dall’interno, tra mille ostacoli burocratici, politici e culturali. Un’analisi critica radicale dei modelli didattici in atto accomuna con sfumature e approcci diversi tutti gli autori di questa new wave: dai filosofi della levatura di Edgar Morin, che ha dedicato l’ultima parte della sua produzione proprio al tema del cambiamento dei paradigmi educativi (Imparare a vivere. Manifesto per cambiare l'educazione, Raffaello Cortina 2014), o di Michel Serres (Non è un mondo per vecchi. Perché i giovani rivoluzionano il sapere, Bollati Boringhieri 2014), agli esperti dell’educazione come Ken Robinson, teorico del “pensiero divergente (Creative School. Revolutionizing Education from the Ground Up, Penguin Books 2015, purtroppo non ancora tradotto in italiano; da vedere anche i suoi video su Youtube e il canale Learning World), o Salman Khan, che ha costruito da zero la più grande rete e-learning internazionale di videolezioni interattive gratuite, la Khan Academy (La scuola in Rete. Reinventare l'istruzione nella società globale, Corbaccio 2013), psicologi come Peter Gray (Lasciateli giocare, Einaudi 2015) e Howard Gardner, teorico delle “intelligenze multiple” (Generazione App. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale, Feltrinelli 2014), o psicanalisti come Massimo Recalcati (L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi 2014), che ha insistito su un recupero maieutico della figura del docente.

Freschi di stampa sono i volumi di Giacomo Stella, educatore esperto di problemi di apprendimento: Tutta un’altra scuola, Giunti 2016, e di Stefano Cianciotta e Pietro Paganini, Allenarsi per il futuro, Rubbettino 2016. Mentre nel primo libro si analizzano le gravi mancanze della scuola attuale e si spiega come la didattica non debba limitarsi a “imprimere nella mente” ma debba creare spazi di ricerca e di elaborazione attiva, integrando tutte le forme di disabilità, il secondo volume rivela come il mondo del lavoro contemporaneo richieda una formazione molto diversa dall'offerta attuale. Scrivono gli autori: “A nostro giudizio in questi ultimi 30 anni si è abbandonato quell’equilibrio tra preparazione umanistica e competenza scientifica che di fatto aiutava il sistema italiano ad emergere. E alla fine tutto il sistema della formazione ha fatto dei passi indietro molto evidenti. Una volta aiutava a elaborare un giudizio critico, ora non più. [...] Oggi, 2016, il sistema della formazione in Italia si basa in prevalenza ancora su nozioni, che i giovani però recuperano su Youtube. Continuare a fare così significa creare le condizioni per cui il ragazzo torni dalla scuola molto svogliato”. Il libro tocca anche un altro tema importante, quello della formazione continua, ormai necessaria in una società complessa e in continua trasformazione. La sfida non è solo riformare, ma trasformare il sistema educativo approfittando delle attuali risorse creative e tecnologiche (vedi Giuseppe Riva, Nativi digitali. Crescere e apprendere nel mondo dei nuovi media, il Mulino 2015). In particolare uno dei metodi alternativi che ha suscitato più interesse e più applicazioni concrete è quello della flipped classroom, la “classe capovolta”, nato negli Stati Uniti nel 2010 e formalizzato dagli autori Jonathan Bergmann e Aaron Sams in una pubblicazione del 2012, Flip your classroom, che ha avuto una diffusione mondiale (in Italia la traduzione è uscita nel 2016 da Giunti).

L’idea di base è quella di rovesciare lo schema classico della lezione frontale in aula e dei compiti a casa, indirizzando gli studenti a seguire durante il tempo extrascolastico video-lezioni, podcast o altri strumenti e-learning che il professore fornisce loro, e poi fare esercitazioni e approfondimenti collaborativi in classe seguiti dal docente, che in questo modo può verificare e personalizzare allievo per allievo livello e modalità di apprendimento. In Italia, a partire dal 2014, sono stati pubblicati numerosi volumi che riprendono, commentano e divulgano questo metodo, il primo volume di questo filone, intitolato La classe capovolta. Innovare la didattica con il Flipped Classroom, pubblicato da Erickson, è stato scritto dagli insegnanti Maurizio Maglioni e Fabrizio Biscaro, ed è il risultato diretto di sperimentazioni realizzate a scuola, rilanciate in Rete tramite blog e social network. Sulla stessa linea sono i volumi usciti questanno di Leonarda Longo, Insegnare con la flipped classroom. Stili di apprendimento e «classe capovolta», La Scuola 2016, e Graziano Cecchinato, Romina Papa, Flipped classroom. Un nuovo modo di insegnare e apprendere, Utet 2016. Tullio De Mauro, uno degli illustri sostenitori di questo metodo, ha notato al proposito: “uno strumento nuovo e potente per facilitare linterazione e l’insegnamento personalizzato, evitando grandi perdite di tempo [...] consente di abbattere i totem dell'istruzione, dei veri feticci: il prof in cattedra per la lezione frontale, a raccontare cose che lui o altri hanno scritto in un libro con più esattezza; la verifica orale, in cui uno o due rispondono alle domande e gli altri fanno quello che vogliono; e il manuale, una statua sacra”.

La figura del docente si trasforma, non è più l’unico conduttore – spesso più autoritario che autorevole di un percorso omologante che segue pedissequamente il programma ministeriale e il testo scolastico, ma diventa la guida di una ricerca impostata in modo laboratoriale, con strumenti tecnologici (pc, tablet, smartphone, lim) e metodologici innovativi, con uno spirito di collaborazione piuttosto che di competizione tra gli allievi, operando come un regista e mentore sulle motivazioni e sulle potenzialità di ciascuno, piuttosto che facendo leva sulla paura dell’errore, del giudizio e sull’ansia di prestazione. Una modalità su cui si concentra il volume di David W. Johnson, Roger T. Johnson ed Edythe J. Holubec, Apprendimento cooperativo in classe. Migliorare il clima emotivo e il rendimento, Erickson 2015. La valutazione e il merito non sono aboliti, ma fanno parte di un processo di responsabilizzazione e di consapevolezza, piuttosto che di un’imposizione arbitraria. Lo scopo fondamentale di un'educazione democratica e non burocratica dovrebbe infatti essere la formazione di invidui capaci di un’autonomia di pensiero, eticamente responsabili e collaborativi nella relazione con gli altri e con l’ambiente, consapevoli e fiduciosi delle proprie risorse, con una mentalità il più possibile aperta e creativa (creatività intesa non solo in una prospettiva artistica o espressiva, ma come capacità di dare molteplici e originali risposte ai problemi). Concetti basilari che non sono neanch’essi nuovi nella storia della pedagogia, già promossi e riproposti nel corso del Novecento, in contesti e con orientamenti diversi, da pionieri come Dewey, Montessori, Steiner, Freinet, Makiguchi, Neill e altri, ma ignorati o marginalizzati dalle isituzioni formative.

Share →

7 Risposte a La scuola capovolta

  1. michele lupo ha detto:

    immagino l’articolo sia parodistico

  2. Andrea ha detto:

    Temo, e lo dico da professore universitario, che l’articolo, che pure ha innumerevoli ragioni, taccia una premessa fondamentale. Il fallimento dell’Università stessa a laureare studenti degni di un simile titolo di studio. Come possano studenti mediocri eppure alla fine e in qualche maniera giunti alla laurea, essere anche dei bravi docenti resta un mistero.
    Ora, questo fallimento, peggiore nelle facoltà umanistiche che in quelle scientifiche, non ha troppo anche fare con l’obsolescenza dei modelli didattici classici. Bensì ha molto più a che fare con la folle psicopedagogizzazione che da un ventennio ha investito il mondo della scuola e quello universitario (e di cui le molte riforme ministeriali sono l’eco politico e formale), di fatto abbattendo la qualità e la profondità della formazione universitaria.
    Dinanzi a questa deriva più che il pensiero divergente o altri rimedi omeopatici, servirebbe una radicale rilettura biopolitica del mondo della scuola. Ho l’impressione che se ne ricaverebbero imbarazzanti relazioni con l’analfabetismo populista che ci affligge.

    • Andrea B ha detto:

      condivido la valutazione critica sul livello di preparazione universitario, in gran parte imputabile alle modalità di applicazione della “laurea breve” (ad esempio con assurde relazioni tra crediti formativi offerti e numero di pagine da studiare), una scelta che da una parte ha favorito la conclusione del ciclo di studio per molti studenti ma ch dall’altra parte ha “liceizzato” l’università rischiando di trasformarla più in un esamificio che in un luogo di autentica formazione culturale, soprattutto in ambito umanistico. In ogni caso non mi pare proprio che le critiche e le metodologie proposte dal pensiero divergente e da altri modelli esposti nell’articolo siano rimedi omeopatici, ma radicali ripensamenti della “biopolitica” pedagogica.

  3. Un'insegnante ha detto:

    Immagino lei potrebbe approfondire e fornire una critica più utile, sig. Michele Lupo. Grazie, un’insegnante.

  4. Federico La Sala ha detto:

    LA SCUOLA, IL WEB, E LA LEZIONE DI KANT. “SAPERE AUDE!”: IL CORAGGIO DI SERVIRSI DELLA PROPRIA INTELLIGENZA E L’USCITA DALLO STATO DI MINORITA’ …..

    VISTO IL GRANDE IMPEGNO DA PARTE DELLA REDAZIONE DI ALFABETA-2 E DELL’AUTORE DELLA NOTA DI SOLLECITARE RIFLESSIONI (E FORNIRE DOCUMENTAZIONE DI AGGIORNAMENTO) SUL MONDO DELLA SCUOLA, MI AUGURO POSSA ESSERE UTILE ALLEGARE SUL TEMA queste altre poche note:

    *** IL MONDO COME SCUOLA, LA FACOLTA’ DI GIUDIZIO, LA CREATIVITA’, I NATIVI DIGITALI, E L’ATTIVISMO CIECO NELLA CAVERNA DI IERI E DI OGGI: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5143

    Federico La Sala

  5. Daniela Del Bene ha detto:

    Salve!!! Sono una educatrice, una mamma biologica e affidataria…La scuola è inadeguata sicuramente povera fragile e incompetente ma la scuola è un micro sistema che riflette e subisce un disegno più ampio che ha determinato tutto questo!!
    Un disegno che da anni ha cercato di svuotare l’essere umano di contenuti e di “sapere” e ora vorrebbe vendere quei contenuti e quel sapere e farne un business!!!! Dobbiamo ri-appropriarci di ciò che è nostro per ritrovare quello spessore che occorre nell’educazione e che non è dato dalle metodologie ma dalle capacità relazionali!!!

  6. Federico La Sala ha detto:

    DANIELA DEL BENE, CONDIVIDO! SIAMO AL TRIONFO DELLA “BUONA SCUOLA” DELL’ECONOMIA CAPITALISTICO-FINANZIARIA …

    La SCUOLA DELLA REPUBBLICA ITALIANA è morta! Sembra banale, ma si condideri la scomparsa del “pubblica” nella nuova sigla del “MIUR”: “Il Ministero della pubblica istruzione (MPI) è stato (1861-1929; 1944-2001; 2006-2008) un dicastero del Governo italiano preposto all’amministrazione del sistema scolastico nazionale” (si cfr.: https://it.wikipedia.org/wiki/Ministero_della_pubblica_istruzione). “È stato”!, poi, è confluito nel Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) – (si cfr.: https://it.wikipedia.org/wiki/Ministero_della_pubblica_istruzione)!

    A QUANTO PARE “LA GENTE” non sì è ancora resa conto che la sana e robusta COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA è più che moribonda, è stata distrutta proprio dalle “capacità relazionali” DELL’ASTUZIA DELLA RAGIONE della Classe-Stato capitalistico-finanziaria.

    Gli “intellettuali”,per lo più, sono scomparsi: e i filosofi e le filosofe sono ancora ipnotizzati ed ipnotizzate dalla “cattolica”, universale, logica (atea e devota) di Hegel, come di Croce e Gentile, stanno ancora a sorprendersi dei “quaderni neri” di Heidegger! E a riflettere sull’avvenire della “Italian Theory” (si cfr.: https://www.alfabeta2.it/2013/06/10/i-conflitti-dellitalian-theory/).

    CHE FARE? Che dire?!

    Da parte mia, SIG. DEL BENE, un “grazie” per la sollecitazione a riflettere e a prendere coscienza della situazione del nostro tempestoso presente storico, e un augurio di “Buon lavoro!”.

    Federico La Sala

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi

THIS ARM / DISARM
Le macchine armate di Paolo Gallerani in un filmato di Maurizio Gibertini - Milano 10 marzo guarda il trailer