ontani-a-bali_al-lavoroDiego Stefanelli

Qual è il protagonista di Ontani a Bali, pubblicato da Humboldt Books con foto di Giovanna Silva e un testo di Emanuele Trevi? Ontani o Bali? L’artista, la sua opera o il luogo? La scrittura, il manufatto o le foto? In tale ambiguità risiede il fascino del libretto, che si caratterizza innanzitutto per un’encomiabile eleganza di fattura. La scena è la Bali della cerimonia del Ngrupuk, una processione cittadina nella quale vengono trasportati terribili demoni in gesso e cartapesta (gli ogoh ogoh), tratti dalla mitologia induista, costruiti nelle settimane precedenti con una cura pari solo alla commozione con cui, alla fine, vengono dati alle fiamme, purificando il mondo dal male che rappresentano. Al centro del libro non è tanto la cerimonia, quanto l’inserzione di Ontani in quel rito, con un suo manufatto nel quale una scrupolosa e quasi filologica fedeltà iconografica si sposa con l’utilizzo smaccatamente individualistico di quello stesso repertorio: l’ibridolo che svetta sul suo ogoh ogoh è del tutto ontaniano e insieme assolutamente a suo agio insieme agli altri demoni. Lo scrittore e la fotografa si inseriscono nella scena in quanto ospiti e insieme cronisti della creazione di Ontani.

ontani-a-bali_fuocoLa disposizione delle foto è già di per sé narrativa: tra la prima con l’ogoh ogoh ancora in fase di preparazione e l’ultima con il suo incendio rituale, si stende un arco narrativo con la sua trama e le sue divagazioni, scandito a blocchi da pagine bianche. A scorrere le foto ci si imbatte in vari giochi di sguardi: quelli attenti di Ontani e dei suoi aiutanti ai manufatti in lavorazione; quelli ammirati dei balinesi ai carri non ancora pronti; quelli della folla il giorno della processione; infine, gli sguardi agghiaccianti dei demoni stessi. Il lettore-spettatore ammira e si perde. In un tale intrico di sguardi, ce ne sono due però che, in modo inatteso, si dirigono a chi guarda. Il primo è quello di Ontani: in piedi contro una parete, una gamba leggermente piegata, imita la figura culminante del suo carro, levando l’indice verso l’alto. Il secondo è quello di una delle ragazze della cerimonia, colta di sorpresa dall’obiettivo, mentre è occupata insieme alle altre a organizzare la propria sfilata. Più che infastidita, appare tesa e nervosa, concentrata su quello che sta facendo. Ci si sente allora chiamati in causa dapprima da uno sguardo che dirige il rapporto tra uno dei più importanti artisti italiani contemporanei e il suo pubblico; quindi, da un altro, meno familiare, che ci mette in discussione. La ragazza guarda infatti l’obiettivo come se la fotografa (e noi con lei) fossimo turisti tra i tanti, elementi estranei di un rituale che non capiamo. Qual è infatti la nostra posizione in tutto ciò? Che ruolo abbiamo? Siamo pubblico di una performance artistica o qualcosa a mezza via tra il turista e lo studioso, immersi in un rito di popoli lontani?

Una foto in particolare sembra contenere, giustapposti, gli elementi principali della narrazione. Vi si vede Ontani seduto, gambe accavallate e calzino fucsia, l’abito del colore della «parte interna di una fogliolina di salvia appena spuntata», come scrive Trevi; lo sguardo perso in qualche pensiero o semplicemente assente. Davanti a lui un collaboratore balinese aggiusta con un pennello la figura culminante della macchina ideata dal maestro, l’omino barbuto con l’indice levato, che se ne sta appoggiato su una sedia di plastica, come un oggetto di scena o un burattino in preparazione. Dietro Ontani, sullo sfondo, un altro balinese, su uno scooter, armeggia col cellulare. L’artista, l’opera d’arte, la Bali del rito e quella della contemporaneità si susseguono nella foto. Così, tra le tante domande che ci si pone, c’è anche quella del rapporto tra la Bali del mito e quella della realtà, in quanto isola di uno Stato di isole, aperto a tutti i più pressanti conflitti della contemporaneità. Il fascino del rituale nel quale Ontani si inserisce sta proprio, forse, nell’impossibilità di trovarvi un ormai illegittimo rifugio nell’esotico.

ontani-a-bali_manoIl testo di Trevi si lega alle riflessioni dell’autore sul «viaggio iniziatico» (Laterza 2013) ed è sottesa in tutta la narrazione un’implicita assimilazione della creazione di Ontani a quella letteraria. Eppure, è lecito leggerlo anche al di fuori della tematica artistico-rituale. In bilico tra descrizione e narrazione, esso è in fondo un tentativo di capire qualcosa che sfugge, una ricerca di orientamento. La prima impressione di fronte ai «guappi» che assistono Ontani è che essi abbiano la capacità «difficilissima da afferrare per un occidentale, di non tracciare confini netti e drammatici tra il fare e il non fare», per cui essi fanno anche se sembra che non facciano, sono presenti anche se sembra che non lo siano. Non si può fare a meno di pensare a come Goethe descrisse i “fannulloni” di Napoli, che avevano da sempre colpito i viaggiatori tedeschi: non è che non lavorassero, è che lavoravano diversamente dall’uomo del Nord. Così, è inevitabile per Trevi ricorrere alle categorie di occidentali e di «asiatici» (che, tra le altre cose, imparano sin da piccoli a «bere senza mai toccare con la bocca il contenitore»); è inevitabile per capire qualcosa in quel «caos» di cui solo Ontani sembra essere «il burattinaio telepatico» che ne governa i fili. Chiamato “Maestro” dagli aiutanti, che gli riconoscono una indubbia “sovranità”, il suo potere deriva dal “distacco” da tutto quello che sta accadendo e che accadrà: sembra distante, eppure sa. Ecco allora che proprio Ontani diventa la chiave interpretativa di tutto, la garanzia di senso, come il dito levato dall’omino barbuto dell’ogoh ogoh, che, scrive Trevi, sembra indicare un regno «dove tutte le cose sono legate in modo chiaro e indissolubile al loro significato».

Eppure le domande iniziali permangono e il testo di Trevi ha il pregio di fornire la propria interpretazione della cerimonia senza però precluderci la sana e turbante sensazione di estraneità, il dubbio che qualcosa, nonostante la “sovranità” di Ontani, continui a sfuggirci.

Emanuele Trevi, Giovanna Silva

Ontani a Bali

Humboldt Books, 2016, 136 pp. col., € 29

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