20160826-tdv-nachlass-23-hrMarilena Borriello

Il termine tedesco nachlass deriva dall’unione di due parole: nach, dopo, e lassen, lasciare. Con il significato di “eredità”, esso non fa riferimento solo alla trasmissione di beni materiali, ma anche a ciò che sopravvive alla scomparsa di una persona, vale a dire il suo ricordo. Su quest’ultima accezione i Rimini Protokoll – dal 2000 impegnati in una pratica teatrale a confine tra installazioni d’arte e teatro documentario – hanno realizzato in collaborazione con il Théâtre de Vidy di Losanna il loro ultimo lavoro: Nachlass, pièce sans personnes. Si tratta di un progetto sviluppato in circa due anni, un tempo durante il quale il gruppo tedesco ha condotto, principalmente in Svizzera, delle ricerche presso centri di cure palliative, ospedali, pompe funebri, laboratori scientifici, uffici notarili e case di riposo. Il fine, per niente facile, è stato quello di indagare da un punto di vista economico, legale, etico e soprattutto umano il tema della morte; un argomento piuttosto scomodo da affrontare, sebbene riguardi inevitabilmente tutti noi. Le ricerche hanno assunto la forma di un’inchiesta complessa e comprensibilmente toccante sul piano emotivo, ma non per questo incapace di mostrare in filigrana la relazione difficile che la società moderna intrattiene con la morte, sino al punto di annullarla come se non esistesse.

Durante questo periodo di indagini, i Rimini Protokoll si sono imbattuti in diverse persone, molte delle quali impegnate nell’organizzazione della loro dipartita. Alcune di esse sono state invitate a mettere in scena, in assoluta libertà, il proprio “testamento”, dunque a raccontare la propria vita, a condividere ricordi, rimorsi o anche a spiegare il perché della scelta di una morte assistita. Il risultato è un percorso articolato in otto stanze disposte attorno a un ovale, tutte completamente differenti tra loro, all’interno delle quali chi vi accede può sostare dai cinque ai dieci minuti, confrontandosi con universi intimi e inaspettati. Sebbene ad accogliere “il pubblico” (una manciata di quattro o sei persone per volta) vi siano solo oggetti, video e una voce registrata, il livello d’intimità che s’instaura con il “narratore assente” è piuttosto elevato, tanto da diventare in alcuni casi pungente, se non addirittura fastidioso. Questo senso di disagio non dipende tanto dal fatto di essere messi di fronte a storie che non ci appartengono e che forse non avremmo mai voluto condividere, quanto di non poter sfuggire a quegli interrogativi che generalmente preferiamo evitare o mettere a tacere: qual è la memoria che lascerò di me? Qual è il mio più grande rammarico? Come dovrei organizzare la mia dipartita? Come sarebbe stata la mia stanza? Avrei il coraggio di pianificare la fine della mia vita?

20160826-tdv-nachlass-28-hrUno degli aspetti decisivi di questo lavoro è proprio la possibilità di instaurare un confronto con se stessi: e questo avviene anche grazie alla trasformazione della funzione dello spettatore. Definito generalmente dai Rimini Protokoll come “esperto del quotidiano”, l’osservatore è qui investito di due ruoli: quello di co-autore e di testimone attivo. Nel primo caso, è invitato a confrontarsi con la fine della sua vita, mettendosi a nudo, raccontandosi. In una di queste “stanze di memoria” due coniugi anziani, per esempio, dopo aver invitato i loro ospiti di passaggio a sedersi e a bere un bicchiere di acqua, ripercorrono la propria giovinezza, discutono alcuni dettagli del proprio testamento e spiegano perché hanno scelto di morire insieme. Uno zurighese di origine turca, invece, mostra in un video i dettagli del proprio funerale. Una segretaria in pensione invita a sfogliare le sue foto, disposte alla rinfusa sul tavolo, e racconta del suo rapporto difficile con la figlia e della scelta di ricorrere alla morte assistita per porre fine ai dolori inflitti da una malattia ormai incurabile. Nonostante tutte queste persone siano fisicamente assenti (alcune di esse morte), le tracce della loro esistenza, disposte in alcuni casi in un ambiente domestico e accogliente, ne evocano la presenza.

Nel secondo caso invece il visitatore, passando da una stanza all’altra, ricompone i frammenti che gli sono offerti; segue le istruzioni che il narratore gli fornisce, rovista tra gli oggetti a disposizione e attraverso l’immaginazione traccia il profilo dei suoi interlocutori assenti. Il suo ruolo ha una certa autonomia che gli consente di muoversi all’interno dello “spazio della scena”, di decidere quali stanze visitare e con quale ordine, ma soprattutto di immedesimarsi con “l’altro”. L’empatia gioca dunque un ruolo cruciale perché ci consente di calarsi nei panni del performer assente: nel tentativo di comprenderlo ci confrontiamo con la nostra storia e le nostre emozioni. Del resto comprendere significa sia capire che contenere: ciò che comprendiamo ci appartiene. Nachlass potrebbe allora essere considerato come il risultato di un lavoro collettivo, dove le persone sono invitate a condividere le proprie esperienze e di conseguenza a prendere coscienza della propria situazione.

Sul piano pratico, la scala gerarchica tra autore e spettatore è cancellata: il potere di controllo del primo finisce laddove inizia la libertà di azione e comprensione del secondo. Una volta entrato in queste stanze, il visitatore si trova di fronte alla presentazione – non alla rappresentazione – di una storia, a una narrazione aperta, e diviene così un interlocutore. In altri termini, prende parte alla costruzione di una situazione che si riscrive ogni volta e di cui nessuno, tanto meno lui, può prevedere gli esiti. L’ultimo lavoro del gruppo tedesco non si limita a sottrarre il visitatore dalle poltrone confortevoli del teatro, ma lo aiuta a risvegliare la propria sensibilità e a rinnovare lo sguardo. Se è vero quanto Jacques Rancière afferma nel suo testo Le spectateur émancipé (La Fabrique 2008), e cioè che «ogni spettatore è già attore della sua vita e ogni attore e uomo d’azione spettatore della stessa storia», chi prende parte a Nachlass è una persona capace di appropriarsi in maniera costruttiva di tutto ciò che vede e vive; di utilizzare la propria esperienza.

Rimini Protokoll

Nachlass. Pièces sans personnes

prossimamente ad Amsterdam, Stadsschouwburg, dall’8 al 19 febbraio 2017; a Losanna, Théâtre Vidy, dal 31 marzo al 2 aprile 2017

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