60360_pplsolitudineMichele Emmer

Si spera che sarà distribuito nelle sale italiane. Un film peruviano (e colombiano) il cui regista riflette sulla storia del suo paese negli ultimi trent’anni. Se certo non è una novità riflettere sul proprio passato, la novità è rappresentata dalla nazionalità del film, di cui si conosce poco la cinematografia. Due personaggi si incontrano dopo 19 anni per divorziare. Sono due ex guerriglieri di Sendero Luminoso, non si vedevano da quando lei ha lasciato il movimento ed è sparita nel nulla. Lui è sospettoso, si vede chiaramente che è ancora pieno di rancore. Devono aspettare il giudice, devono per forza parlarsi, ricordare. Nella prima parte del film i due camminano nella città di Lima in un piano sequenza continuo. Sono loro soli, è la loro vita, il loro racconto. I luoghi non hanno molta importanza, potrebbe essere un’altra città. Si studiano, cercando di non svelare troppo l’uno all’altro. La macchina da presa ha una inquadratura molto stretta sui loro volti, la loro evoluzione, il cambiamento di facce e di espressioni avviene in tempo reale. Li vediamo cambiare. Parlano dell’oggi, del fatto che di cinema non si vive ma di pubblicità – lei lavora in quel campo – sì: dell’inganno del popolo, popolo in nome del quale hanno combattuto e ucciso. E a poco a poco, da dettagli, da parole, cominciano a emergere le differenze che rimangono, che ci sono sempre state, che c’erano anche allora, quando la ricca e bella ragazza borghese ha deciso di diventare guerrigliera e di sposare un ribelle povero, di vivere in latitanza.

Citata è la frase attribuita a Lenin, «le cose migliori della borghesia sono il vino e le donne». Sembra dovesse essere anche il titolo del film. Lei riversa su di lui la sua capacità di aver studiato, di aver trovato un’altra attività di vita di cui è soddisfatta. Capendo quanto erano folli quegli anni, le ambizioni di allora in nome del popolo da educare e liberare. Lei era ed è rimasta una borghese e ne è soddisfatta. E lui sopporta, ribatte colpo su colpo, sino a esplodere e ricordarle come è sparita, come ha lasciato i compagni e come è morto il loro grande amico.

La macchina da presa comincia ad allargare il campo e comincia a scoprire la città, le altre persone che passano; si vedono le strade, il mondo intorno. Non sono soli. La storia non riguarda solo loro due, quello che hanno da dirsi e da rinfacciarsi. È un discorso che riguarda tanti altri, che lo vogliano o no. Il totale disincanto di lei che emerge, lei che vuole cancellare tutto di quel periodo, in fondo anche lui. Lui che è rimasto quello di un tempo, si impegna nel sociale, si occupa di microcredito, non accetta di considerare la sua vita un totale fallimento. Sino alla domanda che aleggia sin dal primo istante: perché e come lei è sparita? Come ha fatto? A quale prezzo? Un suo zio, si scopre casualmente, è un colonnello. Lei vacilla, ha voluto dimenticare, ma in fondo non sa decidersi. Il solito film sulla crisi della sinistra? Un film di parole in cui contano l’abilità del regista di gestire gli attori, l’abilità della sceneggiatura di costruire i dialoghi tra i due protagonisti. Allora si scopre che possiamo imparare qualcosa dal cinema di paesi di cui sappiamo pochissimo.

Un altro film sulla potenza delle parole o almeno sul loro valore simbolico e liberatorio, anche se risultano inefficaci. Sulla capacità di lottare con le parole, sperando di cambiare, con quelle parole, il mondo. È la storia vera incredibile raccontata dal film Lettere da Berlino, tratta dal libro di Hans Fallada pubblicato nel 1946 Jeder stirbt für sich allein (Ognuno muore solo, definito da Primo Levi «uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo»). Due personaggi, lui operaio metalmeccanico, lei casalinga. Hanno un figlio che muore in guerra: siamo nel 1941, in Francia. Restano sgomenti, e la loro vita piena di solitudine e di mancanza di veri affetti diventa un inferno senza fine.

Lui decide di reagire. Ha capito che la guerra e il nazismo sono una tragedia per lui, per la sua famiglia, per il popolo tedesco. Decide di reagire, di fare qualcosa. E comincia a scrivere piccoli messaggi di denuncia e condanna del regime, cartoline che comincia a lasciare in luoghi pubblici. Dopo qualche mese lei capisce quanto sta facendo il marito; lo condivide, lo aiuta. E tra loro rinasce l’affetto. Andranno avanti per due anni sino a quando vengono casualmente scoperti e giustiziati per tradimento.

Scrivono quasi trecento cartoline, il 90% delle quali vengono consegnate dagli abitanti di Berlino alla polizia tedesca. L’altro personaggio è l’investigatore che deve trovarli, pena la sua vita. E che, continuando a leggere per anni i loro messaggi, che diventano via via sempre meno slogan ma vere e proprie denunce della guerra e della feroce repressione, comincia a nutrire dei dubbi. Sa che non può non prenderli, pena la sua vita, ma si rende conto che lui è solo un personaggio secondario che non conta nulla (a un certo punto viene anche malmenato dalla Gestapo) e deciderà anche lui di combattere a suo modo. O almeno di riflettere.

E il film? È ambientato in una triste e grigia Berlino durante la guerra. In una casa triste con due personaggi che non hanno speranze se non il rifiuto di accettare la situazione (scelta che solo pochi tedeschi hanno fatto). Contano i loro sguardi, prima ancora delle loro parole. I loro passi silenziosi, solitari e impotenti. E lo sgomento che assale chi li deve cercare, a poco a poco, come una catarsi inevitabile. Linguaggio essenziale, scene essenziali, sguardi rassegnati. Un film lento, non spettacolare, ma che poco a poco coinvolge. Sappiamo come finirà, ma questo non interessa al cinema (se non in un thriller). È una storia che andava raccontata, senza orpelli, con asciuttezza, con facce giuste, con l’atmosfera giusta. Un film non facile, che mostra come si possa lottare anche da soli contro la propaganda, le menzogne, senza ancora avere a disposizione i social network che servono a fare soldi e ad acquistare potere, facendo credere di essere parte attiva di comunità umane. Ma allora eravamo nel 1941.

La ultima tarde

regia e sceneggiatura di Joel Calero

Perù-Colombia, 2016, 81’ (presentato alla selezione ufficiale della Festa del Cinema a Roma)

Alone in Berlin (Lettere da Berlino)

regia e sceneggiatura di Vincent Pérez, tratto dal libro di Hans Fallada

Germania-Francia-Gran Bretagna, 2016, 103’

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