264945866-isolated-diversity-tree-hands-25541492Lelio Demichelis

Questo non è un articolo di fine o inizio d’anno, retoricamente ricco di buoni propositi per il futuro, eccetera, eccetera. Questo è (o vorrebbe essere) un pezzo ad alto tasso di politica, provando a riflettere ancora sulla crisi economica e sociale, sul referendum del 4 dicembre ma anche facendo una chiosa al dibattito sul populismo sviluppatosi su alfabeta2, dopo l’importante libro di Carlo Formenti su La variante populista.

Lo facciamo recuperando tre concetti importanti ma da tempo abbandonati dalla politica (cioè da tutti noi, noi essendo la polis, noi essendo il demos) e in particolare dalla sinistra (altro concetto dimenticato, ma assolutamente da recuperare e riattivare): idea, speranza e responsabilità. Concetti che possono forse permetterci di uscire da questa crisi. Che è economica ma soprattutto politica e antropologica, essendo il compimento in forma necessariamente distopica dell’utopia surreale di von Hayek, di Röpke e di Friedman (meglio: di capitalismo e tecnica). Concetti e buone pratiche – l’idea, la speranza e la responsabilità – che possono forse permetterci di evitare di cadere nel populismo (anche se magari di sinistra), nella nostra ferma convinzione che il populismo sia solo contro e mai per, che costituisca forse (ma solo in apparenza) un popolo in sé ma non per sé e che giochi troppo con la psicologia delle folle secondo Le Bon. Mentre abbiamo invece un disperato bisogno di essere non solo contro quanto e piuttosto di pensare per, di elaborare cioè un progetto alternativo al neoliberismo/ordoliber(al)ismo, cosa che il populismo non potrà fare proprio in quanto populismo: altrimenti l’uomo nuovo creato da queste due ideologie novecentesche che sono il neoliberismo e l’ordoliberalismo sarà sempre più integrato nel sistema e funzionale al sistema distopico, sempre meno capace di libero arbitrio. Serve un pro-getto, appunto, un gettare in avanti (pro) un’idea – un’utopia magari, ma un’utopia laica e libertaria, anti-egemonica ma persuasiva e aperta all’auto-correzione, perché comunque “l’utopia è il principio di ogni progresso, il tentativo di un futuro migliore”, secondo Anatole France.

Serve dunque – alla sinistra, ma soprattutto a noi demos – un’idea: una grande idea, capace di comprendere (e insieme di potenziarle, senza negarle), le tante piccole idee che pure esistono ma che non riescono a produrre cambiamento. Un’idea, una visione che sia coinvolgente, emozionante, relazionante, partecipativa e condivisa. Perché se il tecno-capitalismo vive e si riproduce producendo (è la sua infinita industria culturale) immaginari collettivi, utopie solo tecnologiche, emozioni consumistiche, gamificazione della vita e falso individualismo libertario, la grande idea oppositiva deve fare altrettanto, se non di più e soprattutto meglio: unica possibilità, davanti al potere seduttivo delle merci e della tecnica, per poter scardinare, destrutturare il sistema psicologico e pedagogico/teologico del capitalismo e della tecnica. Idee, dunque; da opporre all’ideologia tecno-capitalista, l’ideologia essendo un sistema chiuso in se stesso, autoreferenziale, autarchico, mentre anche etimologicamente idea richiama il vedere, il guardare lontano, avere una visione o una intuizione intellettuale, immaginare e quindi pro-gettare, anche se – a differenza che in Platone per il quale l’idea è sottratta al mutamento – deve essere capace di ridefinirsi incessantemente sulla base del mutamento, pena il suo scadere appunto nell’ideologia. Per questo non basta creare rete tra le tante realtà di opposizione o di alternativa esistenti (sommare tante piccole idee non fa una grande idea); e non è vero che (Foucault) là dove c’è potere, c’è resistenza: la resistenza può anche scomparire se la pedagogia sociale insegna (e noi abbiamo appreso) che non ci sono alternative.

E poi, e conseguentemente, serve recuperare un nuovo principio speranza (dall’idea nasce la speranza di poterla realizzare), magari con Ernst Bloch. Che aveva elaborato un’ontologia del non ancora, immaginando l’utopia come un sogno a occhi aperti dove gli uomini imparano a sperare e a speculare sulla possibilità (e la capacità) di cambiare il mondo. Non piace il richiamo a Bloch? Passiamo a Zygmunt Bauman, il quale ricordava – richiamando ovviamente Tommaso Moro – che affinché nasca l’utopia (alludendo a eutopia, cioè un buon luogo; e outopia, cioè nessun luogo), servono due condizioni-base: la sensazione condivisa collettivamente che il mondo stia peggio che come potrebbe e dovrebbe stare; e la consapevolezza, sempre condivisa collettivamente, di essere all’altezza del compito di trasformarlo in meglio. Una buona idea, così come la speranza, è un buon luogo e allo stesso tempo è nessun luogo, essendo puro pensiero. Ma senza questa immaterialità, senza questo pensare/vedere/immaginare – o quello che Gustavo Zagrebelsky ha chiamato discorso sui fini – è impossibile cambiare il mondo o almeno provarci. Oggi, certo, abbiamo la sensazione forte e condivisa (emersa anche dal referendum costituzionale) che questo mondo neo/ordoliberale è pessimo e insieme folle, ma non abbiamo ancora la consapevolezza di avere la capacità di trasformarlo (appunto, sedotti dall’ideologia per cui non ci sono alternative, la società non esiste e ciascuno deve farcela da solo), se non rincorrendo il populismo – che però e appunto è solo la fase del contro, senza il per.

Ma non basta: l’idea e la speranza (o l’utopia) devono oggi coniugarsi con il principio responsabilità di Hans Jonas (che pure aveva criticato l’utopismo di Bloch). Concetto e principio di responsabilità che Jonas declinava nel senso di controllare l’eccesso di potere della tecnica e di imparare a pensare non solo a noi stessi ma anche alla biosfera; non solo a noi oggi ma anche ai nostri figli e nipoti, domani. Per cui: “Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione di oggi siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana, domani”. Forse è possibile (o doveroso) immaginare un’utopia della responsabilità.

Davanti ai processi tecnici e capitalistici di scomposizione del lavoro e di sua individualizzazione/uberizzazione; davanti alle politiche di deliberato impoverimento del lavoro e dei redditi; davanti alle disuguaglianze e alla lotta di classe vinta dei ricchi e a un neo/ordo-liberismo che ci vuole uomini solo economici e tecnici ben integrati nel sistema; davanti alla crescente estrazione di valore dalla vita di ciascuno per profitto di pochi e all’accelerazione del tempo che ci impedisce di pensare al futuro; davanti al riscaldamento globale, all’alienazione mascherata dal mondo delle merci e dalla sharing economy e davanti alle élite/oligarchie ben salde al potere, serve ritrovare un meccanismo di ricomposizione sociale, di creazione di lavoro nuovo e diverso, di riappropriazione della sovranità del demos, di governo della tecnica – e quindi di progettualità sociale e politica, di immaginazione responsabile e poi anche (magari e finalmente!) di uscita dal capitalismo. Serve una sinistra-sinistra capace di immaginare idee, di produrre speranza e di avere responsabilità. Difficile, certo; ma non (ancora) impossibile.

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4 Risposte a L’utopia della responsabilità. Senza populismo

  1. pietro scrive:

    un piccolo neo:non esiste il popolismo di sinistra e a maggior ragione nel socialismo e nel comunismo, proprio perché, anche se mitizza il popolo, ignora la lotta di classe e mette in collegamento diretto il popolo con la leadership (Edward Shils);oltretutto il popolo non si può organzzare da solo (Torcuato de Tella). A meno che non ci sia qualcuno che pensa che Grillo è di sinistra: a sinistra di Renzi forse. Quest’ultimo pur attaccando il populismo a parole, si è comportato nei fatti, come il peggior populista: cercando, nel referendum, un appello diretto al popolo per legittimare le sue proposte politiche.

  2. Ennio Abate scrive:

    ” Davanti ai processi tecnici e capitalistici di scomposizione del lavoro e di sua individualizzazione/uberizzazione; davanti alle politiche di deliberato impoverimento del lavoro e dei redditi; davanti alle disuguaglianze e alla lotta di classe vinta dei ricchi e a un neo/ordo-liberismo che ci vuole uomini soloeconomici e tecnici ben integrati nel sistema; davanti alla crescente estrazione di valore dalla vita di ciascuno per profitto di pochi e all’accelerazione del tempo che ci impedisce di pensare al futuro; davanti al riscaldamento globale, all’alienazione mascherata dal mondo delle merci e dalla sharing economy e davanti alle élite/oligarchie ben salde al potere, serve ritrovare un meccanismo di ricomposizione sociale, di creazione di lavoro nuovo e diverso, di riappropriazione della sovranità del demos, di governo della tecnica – e quindi di progettualità sociale e politica, di immaginazione responsabile e poi anche (magari e finalmente!) di uscita dal capitalismo. Serve una sinistra-sinistra capace di immaginare idee, di produrre speranza e di avere responsabilità. Difficile, certo; ma non (ancora) impossibile. (Lelio Demichelis)

    Quanto ingenuo o sciocco idealismo! E questa («Serve una sinistra-sinistra») sarebbe l’idea che permetterebbe di “sollevare il mondo”?
    Ma è proprio questo speculare in astratto che, invece di «permetterci di evitare di cadere nel populismo (anche se magari di sinistra), nella nostra ferma convinzione che il populismo sia solo contro e mai per», gli fa il solletico o lo alimenta.
    Rileggendo poi la frase conclusiva, che stancamente e pateticamente fa – introdotta da ben 5 retorici «davanti» – la “lista della spesa” – ma i “soldi”, le “risorse”(magari umane) non vengono proprio indicate!-, verrebbe da dire all’autore che non basta una scolastica riproposizione di Ernst Bloch, di Zygmunt Bauman e di Hans Jonas; e che farebbe meglio a partire da un’analisi storica del perché e di come la sinistra “falsa” si sia mangiata la “sinistra vera” ( o “sinistra- sinistra”).

    • Lelio Demichelis scrive:

      Carissimo Ennio Abate,
      grazie per il tuo commento. Di solito non rispondo mai alle critiche, mi piace lasciare che ogni lettore esprima la sua opinione, per me sempre utilissima e preziosa.
      Però, questa volta lo faccio. Perché credo che la sinistra-sinistra abbia davvero bisogno di ritrovare un poco di sano idealismo (se vuoi chiamarlo così); di pensare idee (visto che è diventata incapace di pensare o rimastica solo il non-pensiero neoliberista o il tecno-entusiasmo per cui le nuove tecnologie ci permetterebbero di passare ‘naturalmente’ e ‘ineluttabilmente’ ad un virtuoso postcapitalismo); di indicare una speranza (avendo perso la capacità di darla, soprattutto a se stessa): e di farlo magari e finalmente in nome di una ‘utopia della responsabilità’. In fondo, si tratta ancora e sempre di ‘provare a cambiare il mondo’ e non solo di descriverlo.
      Scrivi: nel pezzo manca “l’analisi “storica del perché e di come la sinistra falsa si è mangiata la sinistra vera”; eppure mi sembrava che questa analisi fosse comunque implicita (ma in parte anche esplicita) nelle cose scritte prima di questa frase conclusiva. Se non lo è, la colpa è mia. Quello che la sinistra deve tornare a fare è immaginare, pensare, progettare; e poi provare a realizzarlo. Mancano le risorse? Probabile, ma non certo. Certamente mancano invece le risorse ‘intellettuali’ per farlo. E un poco di ‘ottimismo della volontà’.
      Ingenuo idealismo?
      Buon Anno!
      Lelio Demichelis

  3. Ennio Abate scrive:

    Gentile Lelio Demichelis,
    che grande regalo: un autore di “alfabeta2” che risponde ad un commentatore!
    In breve replica: ma da dove vengono le idee (non complico le cose aggiungendo: giuste…)? Basta il bisogno di averne? E poi, secondo me, ce ne sono e in abbondanza: pensiero neoliberista (perché quel ‘non’ presuntuosetto?), pensiero d’ascendenza marxista, pensiero della destra-destra… Solo che non sono quelle che aiutano “noi” ma aiutano “loro” (avversari, nemici). Come minimo a conservare i loro poteri (e a reiterare i loro “errori” ai danni nostri e di molti).
    Ritrovassi «un poco di sano idealismo» , come tu dici, che me ne faccio? Qual è, a tuo parere, la speranza da indicare che non sia già stata indicata? L’«utopia della responsabilità» (ricordo gli ultimi libri di Marcello Cini…) non è stata già proposta? La formuletta marxiana di provare a cambiare il mondo anziché descriverlo soltanto (ammesso che si riesca!), masticata e rimasticata in varie sette scolastiche, ha forse aiutato la «sinistra sinistra” a tirar fuori qualcosa di buono o ha autoipnotizzato quanti (della sinistra che più sinistra non si poteva) la ripeterono ( e poi, disgustati, l’hanno sputata come una cattiva medicina)?
    No, non trovo «“l’analisi “storica del perché e di come la sinistra falsa si è mangiata la sinistra vera”» neppure nelle cose che precedono la tua conclusione. Almeno quel tipo di analisi che pretendo. (Di quella che non stende un velo pietoso sul passato e sa stare *addosso* alla realtà rispondendo chiaro e tondo a domande come queste: come si è trasformato il mondo in cui viviamo? chi l’ha trasformato? chi ha subito la trasformazione? la “sinistra sinistra” ha da proporre ancora socialismo e/o comunismo o altro? dove stanno i luoghi in cui questa “sinistra sinistra” pensa o agisce? ecc.
    Non penso (supponendoti giovane…)che la colpa di non spiegarsi bene sia tua. E’ di ben altri. Ti auguro di osare sapere di più nella tua ricerca con una poesia di Fortini:

    Forse il tempo del sangue…
    (1958)

    Forse il tempo del sangue ritornerà.
    Uomini ci sono che debbono essere uccisi.
    Padri che debbono essere derisi.
    Luoghi da profanare bestemmie da proferire
    incendi da fissare delitti da benedire.
    Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza
    alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
    nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
    Al partito che bisogna prendere e fare.
    Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
    lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati
    con loro volere il bene fare con loro il male
    e il bene la realtà servire negare mutare.

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