220px-l-f-_celine_c_meurisse_1932Paolo Morelli

Rieccolo in scena, Céline, anche senza mentite spoglie. Si intitola Lettere agli editori il libro (per la cura amorevole di Martina Cardelli), e si può leggere come una farsa, fa venire in mente il Misantropo di Molière. Lì c’era: “Se come veri lupi, fra uomini vivete / mai finché campo, mai, traditori, mi avrete!”; qui, solo per un esempio, “Non sono felice di vedere i miei fratelli trasformati in subdoli, vigliacchi, e sadici maiali – Li preferirei più verticali e decenti”. L’epistolario contiene quasi solo lettere di Céline e va dal 1932, l’anno della pubblicazione del Voyage, al 1961, anno della morte, e anzi le ultime due non furono spedite ma ritrovate sul tavolo di lavoro e consegnate a mano dalla compagna Lucette. I destinatari sono principalmente Robert Denoël, l’editore che aveva avuto coraggio e prontezza per assicurarsi Voyage, Pierre Monnier, fedele e sperticato ammiratore che per lui si trasformò in agente ed editore, Jean Paulhan nonché la dinastia Gallimard.

Le Misanthrope dicevo, difatti il libro si legge come un epistolario comico di sola andata, una commedia grottesca, un delirante monologo, anzi melologo vista la crescita pagina dopo pagina della famosa petit musique, ambientato all’epoca in cui le case editrici non erano caserme, quando ancora si rispondeva alle lettere anche da parte dei “superiori” quasi fosse un obbligo morale, non s’usava lo status per rimarcare che non c’è mezzo di esclusione più efficace del silenzio.

La commedia quindi si svolge ovunque vi sia un editore cui scrivere, per rivendicare edizioni e anticipi (“Ho l’anima da operaio. O regalo o faccio pagare a peso d’oro, non conosco vie di mezzo”), per appianare debiti. Il protagonista si crede furbo, fa trucchetti tipici del perdente nato, escogita, talvolta mette in pratica piccole vendette inutili e controlli delle vendite in tipografie. Sbraita, ha attenzione maniacale pei particolari, s’indigna per le copertine, per il “sabotaggio delle virgole”, la carta, i caratteri tipografici, peggio che peggio i tagli (“Ma provi a spostare di un millimetro la boccia di un giocatore di bowling! Se non l’hanno mai assassinato… è la volta buona”). Orribilmente preciso, clinico, scientifico, petulante, fa tenerezza per come intenderebbe mettere paura: “Fuori il grano! Attenzione! Sono cattivo quando si arriva al dunque! Quando non sarò più fuorilegge mi vedo mille volte ancora più rompicoglioni!”. Se al mondo “ci sono solo due tipi di persone, le canaglie e gli imbecilli”, lui non vuole appartenere né a l’uno né all’altro, dice, ma sa benissimo qual è la sua casella. Ha incontrato presto il suo destino, l’ha abbracciato un po’ perché non poteva fare altro, un po’ per convenienza e difesa.

In effetti la lettura in sequenza dà l’idea di un rompicoglioni insopportabile (a un certo punto Paulhan non ce la fa più e sbotta, tenero o quasi: “Perché diavolo ha un così cattivo carattere?”), in realtà le lettere si dispiegano nel tempo, e se quello di Molière è il carattere perenne del nevrastenico che fa ridere per come inciampa, intruppa agli spigoli della realtà, per come rimbalza malamente sul mondo, qui come in tutto Céline ascoltiamo la voce roca eppure squillante di una vitalità esasperata, anche disperata che prova a nascondere, neanche tanto bene, un individuo si asociale ma provveduto di un grande bisogno d’amore, un innamorato deluso dal mondo e di rigidi principi che di nuovo lo portano a contrasti con l’ambiente sociale e all’isolamento, alla presa di distanza. Che so, un amante dei boschi che man mano che s’avvicina ha da ridire sui singoli alberi perché, anche se non si può dire, di alberi marci in effetti si tratta.

E quindi ha modo di sentenziare: “Non sono i tiranni a fare gli schiavi ma gli schiavi a fare i tiranni”; inventa: “Cercheranno di inculare le mosche al volo per trovarmi colpevole di chissà quale crimine… e ci riusciranno!”; piagnucola: “per il tempo che mi rimane da zoppicare su questa crosta infame”; si lamenta: “Solo incassare! Sanno fare solo questo gli stronzi! ‘Visto si sbafi!”; delira: “Oh alghe attorcigliate su fondo melmoso!”. Si fissa con la Pléiade per diventare un “classico”, manda “saluti irreali”.

Non sono d’accordo con la curatrice quando sostiene che già all’inizio, nelle lettere di proposta del Voyage alla Nouvelle Revue Française, avesse chiara percezione del suo valore. Le lettere invece paiono stentate, la voce cerimoniosa quasi di chi si fa forza, pur se confortata dalla certezza (quella stramba certezza che sostiene, a volte, chi ha scritto qualcosa) di aver finito qualcosa di importante.

Ma poi il tono diventa di cinismo ostentato e provocatorio, come i delusi d’amore appunto, niente di più lontano dall’indifferenza, nichilista ma ben mascherata da solidarismo e volontarismo, che allignava nei funzionari del Ministero delle Belle Lettere: “ i miei accusatori sono tutti impiegati – io no. Gli impiegati cambiano padrone. Hanno sempre un padrone – Io non ho mai avuto padroni – Ho perso tutto in questa spaventosa avventura in cui avevo perso tutto in anticipo. Non ho nemmeno giocato la carta del poeta, la carta perdente, non ho giocato affatto. Trovo indegno giocare”. Si autodenigra per pudore, per nascondere la delicatezza di un sentimento, il disincanto esibito è la reazione dell’innamorato deluso e, sembrerà ingenuo ai funzionari di sicuro, di chi ha una così alta concezione dell’uomo da non sopportare lo spettacolo della sua reale miseria morale.

Ecco, è la presa di distanza, è la distanza il carattere precipuo di Céline come uomo e scrittore, perché solo e soltanto a una certa distanza si riescono a mettere a fuoco le cose, e si può poi provare a dire come stanno in effetti, nella solitudine da animale braccato che si chiude nella tana eppure deve uscire. Una solitudine alla Kafka. So di toccare i fili dell’alta tensione, di entrare nel campo disseminato di mine, ma a una certa distanza si vede bene come il cosiddetto enigma-Céline sia ormai appannaggio dello status quo che non ammette repliche, un pensiero lasciato crepare in un angolo. Per enigma-Céline intendiamo in sostanza la domanda: come ha fatto un maestro tale a scrivere pure due libelli definiti “antisemiti”? Domanda che a sua volta possiede risposta univoca: accade talvolta nella storia che uomini ripugnanti, infami, traditori siano dotati, forse ingiustamente, di una qualche qualità, in questo caso un “talento artistico”. Solo che, per rispondere così, bisogna dimenticare che nel caso del dottor Destouches siamo di fronte una persona integerrima, proba addirittura, corretta, irreprensibile, generosa fino allo sperpero di sé, che in vita sua non s’è mai macchiata d’un solo gesto anche solo equivoco un po’, cosa che certo non si può dire di nessuno dei suoi accusatori, letterati in primis: “È lampante che se Hitler avesse vinto, tutti quelli che mi denigrano e mi perseguitano oggi sarebbero in ottimi rapporti con Hitler, e io solo verrei messo al bando e probabilmente fatto fuori”. Questo è il sapore della verità, signori miei, piaccia o non piaccia. Però, però…, in effetti lui un errore grave l’ha fatto, ha scritto una parola in un contesto sbagliato, avesse scritto “intellettuali” (che forse era quello che voleva scrivere) sarebbe stato salvo.

So bene che non è concepibile né ammissibile per chi fa della vita una carriera, quelli “dalla parte giusta della vita” non lo credono possibile, casomai leggessero queste righe già hanno fatto il click su giustificazionismo-negazionismo o, suggerisco, romanticismo. Eppure quella del dire la verità è la questione cardine, in letteratura non può essere altro che una franca menzogna. La verità è che nella vita se si vuol dare bisogna lasciarsi prendere ma, a volte o anche spesso, lasciandosi prendere non si ha più nulla di degno da dare, e questo per alcuni è esiziale, non hanno alcuna voglia di spacciare per buono l’edulcorato. È questo il vero enigma.

La verità non si può dire perché solo a una certa distanza si può vedere, ed è che Céline ha incontrato presto il suo destino di uomo e di scrittore (il successo sì, ma il premio Goncourt non gliel’avevano fatto vincere, assai prima che diventasse odioso: “Scherzo perché infame come sono ho avuto fin troppo successo considerando come va il mondo… Solo i bravi bambini che non rompono niente vengono premiati”), e callidamente l’ha utilizzato, se n’è avvantaggiato per scrivere. Piaccia o meno è uguale, per restare vivo è dovuto diventare spregevole; per non partecipare, già ai suoi tempi, alla trasformazione della letteratura in facciata culturale borghese che serve a nascondere con cura piccinerie e vigliaccherie: giacché nessun uomo mediocre s’è visto finora scrivere un grande libro, allora bisogna darci di grancassa per crederlo tale prima di tutto, e poi farlo credere ai clienti. Robert Walser a suo modo ha utilizzato la follia, lui il “tradimento”. Solo alla giusta e doverosa distanza dal marciume intellettuale poteva scrivere quello che ha scritto, libri veri, onesti, infiammati dal coraggio, costruiti con puntiglio e rigore, e dall’inizio alla fine badiamo bene, non una volta tanto per causa di fortuna.

Ma poi alla fine, pur nella assenza o nell’appena accennata comparizione degli interlocutori (esempio Gaston Gallimard la cui idea di letteratura, come dice la Cardelli, “era evidentemente tanto vasta da comprendere anche il proprio vilipendio”) si ha l’impressione di un dialogo tra giganti, e uscendo dal libro pare quasi d’aver letto una cosa tipo Baldus, magari.

Louis-Ferdinand Céline

Lettere agli editori

a cura di Martina Cardelli

Quodlibet, 2016, 250 pp., € 19

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