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Mauricio Macri passa in rassegna i cadetti della polizia metropolitana di Buenos Aires

Sandra Schmidt

Martín Kohan (Buenos Aires, 1967) vive a Buenos Aires, è scrittore, professore universitario – insegna Teoria Letteraria alla Universidad de Buenos Aires e alla Universidad de la Patagonia – e tifoso della squadra del Boca Juniors. Ha pubblicato saggi, su Eva Perón e Walter Benjamin tra l’altro, tre raccolte di racconti e una decina di romanzi. Tradotti in italiano sono Fuori i secondi (Einaudi 2008) e Sempre giugno (Pensa Multimedia 2014). Per il suo romanzo Ciencias Morales (2007) è stato premiato con il Premio Herralde de Novela e nel 2014 ha ricevuto il Premio Konex come uno dei cinque migliori romanzieri argentini del periodo 2008-2010.

La situazione argentina in questo momento conferma quanto Kohan ci ha raccontato nei primi di agosto: l’inflazione rimane altissima, il debito estero continua ad aumentare e gli investimenti stranieri si fanno tutt’ora desiderare. Il ministro responsabile Alfonso Prat-Gay ha dovuto lasciare l’incarico all’inizio di questa settimana, secondo il quotidiano Página/12 non perché l’attuale presidente non sia d’accordo con le grandi linee tracciate dal suo ministro, ma piuttosto perché vorrebbe accelerare ancora il processo di “aggiustamento” [ajuste] dell’economia. Anche a livello dell’educazione le ultime mosse del governo non fanno sperare: ai primi di dicembre il governo ha deciso di tagliare il 60% dei posti di lavoro per i ricercatori del CONICET (Consiglio Nazionale di Scienza e Tecnologia).

Qui a Buenos Aires si sente dire “Non cambia niente” oppure “Va tutto male”. Secondo lei, qual è l’atteggiamento dominante nella società?

Prima di tutto vorrei precisare che non ho votato Mauricio Macri ma nemmeno Daniel Scioli [il candidato Presidente peronista, già vicepresidente di Néstor Kirchner]. Non sono kirchnerista. Personalmente percepisco un forte disagio, ma è anche vero che non ci si può fidare del tutto delle proprie percezioni. La sensazione comune, credo, è che negli ultimi mesi la situazione sia molto peggiorata, ma allo stesso tempo c’è chi accetta la premessa del governo, e cioè che tutti i provvedimenti presi derivino dalla pessima situazione in cui si trova il paese. Poi c’è quella che a me sembra la maggioranza – ma forse è solo un mio desiderio –, che si rende conto del peggioramento e del fatto che non c’è ragione di essere ottimisti. L’unica ragione potrebbe essere un atto di fede, del tipo “Dio provvederà”. Nessun parametro politico, economico o sociale ci incoraggia a pensare che le cose miglioreranno: casomai il contrario. Ma alcuni prevedono che il miglioramento ci sarà. Perché? Non lo sanno. Come? Non lo dicono. Sostengono che arriveranno gli investimenti stranieri. Dubito che qualsiasi cosa possa migliorare grazie agli investimenti, ma, a parte questo, fatto sta che non arrivano. Si diceva che un governo finalmente “ragionevole” e “rispettato” li avrebbe attirati, e che agli investimenti sarebbero seguiti, nel secondo semestre, benessere e allegria – dico allegria perché è uno degli slogan del presidente! Ormai dicono che arriveranno l’anno prossimo.

Secondo lei quali sono i provvedimenti del governo Macri che hanno avuto un impatto particolarmente negativo?

Temevo che tutto avvenisse un po’ di nascosto, con qualche provvedimento di facciata per mascherare quelli più rovinosi. Non è stato così: tutto è palese, nessun mascheramento. Delle prime misure hanno beneficiato i grandi proprietari terrieri, i cosiddetti agroexportadores, reazionari e storicamente responsabili del fatto che l’Argentina sia povera e dipendente. Il governo ha abolito le tasse sull’esportazione dei prodotti agricoli e quelle su grano, mais e soia, fonte incalcolabile di ricchezza. Macri ha poi licenziato migliaia e migliaia di persone, quelle che lui chiama “ñoquis”, aumentando la disoccupazione e la precarizzazione del lavoro. E allo stesso tempo il governo ha provveduto al cosiddetto “aggiornamento” del costo di gas ed elettricità, cioè un aumento così brutale che, almeno in parte, è stato bloccato dalla magistratura. Il biglietto della metropolitana di Buenos Aires è aumentato da 4 a 7 pesos, cioè quasi del 100%, mentre l’aumento salariale è stato, ma solo per i più fortunati, del 30%. Il presidente continua a dire che sono misure dolorose ma necessarie (perché siano necessarie non l’ha mai spiegato). E poi c’è la questione del debito estero, Macri ricomincia a indebitare il paese.

Ci sono provvedimenti in positivo del governo Macri?

L’unica cosa buona che abbia fatto Macri (non ora, ma quando governava Buenos Aires) sono le piste ciclabili. Siamo un paese con 45 milioni di abitanti, c’è chi fa la fame, ci sono problemi enormi nel settore della sanità, dell’educazione. Provvedimenti dagli effetti positivi? No, nessuno. Forse dovrei pensarci su... magari per qualche giorno.

Qual è il ruolo degli intellettuali? Scrittori, attori, musicisti: sono organizzati, e potrebbero formare un gruppo di opposizione importante?

No, non credo, perché la posizione degli intellettuali in Argentina non è abbastanza forte. Però si organizzano, per esempio esiste ancora “Carta Abierta”, un gruppo formato durante il kirchnerismo, che conta sulla partecipazione di grandi intellettuali, oppure “Plataforma12”, piuttosto critica col kirchnerismo. E poi esistono persone che prendono posizione pubblicamente, come Beatriz Sarlo, una studiosa di alto profilo intellettuale, cui si devono interventi sui media che hanno un’eco notevole. Durante il kirchnerismo la discussione e la polemica tra intellettuali di prestigio dell’una e dell’altra parte (per esempio Ricardo Forster o Horacio González, l’ex-direttore della Biblioteca Nazionale, kirchneristi, e Maria Pia Lopez o Maristela Svampa o Tomás Abraham, critici verso il governo Kirchner) erano più che interessanti, direi di alto livello. Con l’avvento del PRO [la coalizione di destra Proposta Repubblicana che guidata da Macri ha vinto nel dicembre del 2015 le elezioni che lo hanno portato alla Presidenza della Repubblica] si nota un cambiamento: il livello di Macri e di tutti i suoi collaboratori è talmente basso ed elementare che diventa difficile parlare di dibattito politico nel senso che comunemente si dà al termine. I discorsi di Macri assomigliano a quelli di un predicatore evangelico o di un filosofo New Age (o meglio di uno sciocchezzaio New Age). Una fraseologia vuota del tipo: “La rivoluzione dell’allegria”, “Tutti uniti”, “Avanti con fiducia”: ecco la versione più elaborata del discorso di Macri, anche se il suo livello personale è ancora più basso. Macri non ha nemmeno le capacità che noi professori universitari ci aspettiamo da tutti gli studenti, come prendere la parola e sviluppare un argomento qualsiasi per 15 minuti. Il presidente ha un gruppo di consulenti che lo “allena” a ripetere discorsi già scritti: significa che le vergognose stupidaggini che ci vengono propinate di continuo sono la versione elaborata e ben confezionata del suo discorso politico. Sicché, alla fine, le analisi intellettuali si occupano per lo più della povertà del discorso e delle idee, e della ripetizione di stereotipi.

Il governo di Mauricio Macri ha suscitato reazioni nel mondo delle università argentine?

Si, e sono state assai forti. Almeno dove insegno io – all’Università di Buenos Aires (UBA), nella Facoltà di Lettere e Filosofia – si è subito sentita la necessità di dare inizio a una lotta contro la politica che Macri proponeva, e che infatti adesso sta realizzando. Sia a livello dei sindacati, sia a livello politico in generale, secondo me le università rappresentano un luogo di opposizione tra i più validi e forti. Macri, tra l’altro, si è espresso esplicitamente contro le molte università aperte nell’area metropolitana di Buenos Aires (per esempio a Matanza o a San Martín) negli anni del kirchnerismo, perché la UBA non poteva più assorbire l’alto numero di studenti. Macri ha detto, quasi letteralmente: “Ma che senso ha aprire università dappertutto?”. Avrebbe potuto essere un po’ più prudente, ma la cosa non mi stupisce più di tanto: è una delle persone più ignoranti che abbia mai visto. Queste nuove università sono un successo del governo Kirchner e Macri non ha mai avuto una strategia politica, se non quella di opporsi al kirchnerismo. Se loro hanno aperto delle Università, quindi, lui le chiude, tanto per fare l’opposto.

Da quale gruppo hanno avuto origine le proteste dell’UBA –studenti o professori?

È difficile dirlo, perché è stata – fortunatamente, e di questo sono anche un po’ orgoglioso – una reazione di slancio. È partita allo stesso modo da studenti, dipendenti amministrativi e docenti. C’è stata una delle manifestazioni universitarie più grandi che io abbia mai vissuto, benché per i media sia risultata quasi inesistente. C’erano due questioni sul tavolo. Da una parte il bilancio annuale dell’UBA: il preventivo risaliva alle trattative fatte col vecchio governo e a un certo punto i rettori hanno dovuto dichiarare che, a causa degli enormi aumenti delle spese, sarebbero stati costretti a chiudere l’Università in agosto, perché non avrebbero potuto pagare l’elettricità. Dall’altra parte c’era il rinnovo del contratto dei docenti. Abbiamo scioperato per qualche settimana, spalleggiati dagli studenti, e ci hanno fatto un’offerta davvero umiliante: con l’inflazione al 40% e un aumento delle spese di gas e luce che a volte arriva al 1000%, offrire un aumento del 15% è quasi peggio che niente. Comunque è stata una lotta lunga e molto dura, dalla quale abbiamo capito che l’educazione, l’educazione universitaria e soprattutto quella nelle materie umanistiche, a questo governo non interessa. O meglio, suscita la sua diffidenza.

Esistono intellettuali a favore di Macri e cosa dicono?

Sì, esistono. Credo che in questi mesi debbano sentirsi un po’ a disagio, perché sta diventando sempre più difficile appoggiare questo governo senza danneggiare la propria reputazione. Ma questa è la mia opinione personale, bisognerebbe chiedere a loro. Uno è Alejandro Rozitchner – figlio di un filosofo veramente straordinario, Léon Rozitchner –, tra i più vicini al presidente, uno di quelli che gli hanno consigliato di adottare quell’ottimismo vuoto e quella sciocca allegria. Le difese intelligenti della politica di Macri sono sempre parziali, e nella maggior parte dei casi si basano sull’antikirchnerismo. Un buon intellettuale che difenda il nuovo presidente presenta solidi argomenti contro il kirchnerismo e fa un quadro attendibile della condizione del paese in quegli anni, ma non smette mai di parlare del kirchnerismo. Secondo me sarebbe una bella sfida per i giornalisti, se dicessimo: va bene, parla pure del passato, però quando hai finito ti faccio tre domande e ti chiedo di rispondermi senza riferirti al kirchnerismo!

Per lei, quale sarebbe l’ipotesi migliore per l’Argentina nei prossimi anni?

Esiste un lavoro che chiamerei militante, di base, e una lotta dei partiti di sinistra, che si sono battuti con il kirchnerismo e contro il kirchnerismo. Credo che ci si dovrebbe concentrare su questo dibattito, con una rappresentanza dei lavoratori che non abbia niente a che fare con l’azione dei vecchi dirigenti sindacali, con il tradimento sindacale storico del peronismo, ma con gruppi sindacali e partiti di sinistra che si stanno evolvendo. Questo è quanto di meglio possa succedere, secondo me: che la differenza tra quelli che tradiscono i lavoratori e quelli che veramente stanno lavorando per loro, risulti evidente e divenga l’asse del dibattito politico. Il dibattito politico tra destra e sinistra, in Argentina, non ha mai avuto una vera sinistra nel luogo della sinistra, ma sempre settori di un peronismo progressista, o versioni di socialdemocrazia o di centro-sinistra. Che il dibattito si sposti verso una tale sinistra, ecco il mio desiderio. Ma non accadrà.


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