Foto © Valerie Jouve

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Maria Cristina Reggio


Il sottilissimo confine tra realtà e finzione è come un filo teso sul quale il duo Deflorian/Tagliarini si avventura come una coppia di acrobati, fino all'ultimo spettacolo Il cielo non è un fondale, presentato al Roma Europa Festival 2016 e di cui sono autori e performer insieme con Francesco Alberici e Monica Demuru. Uno spettacolo che procede sullo stile che si è consolidato nel corso degli anni, ovvero forzare di continuo, con sommessa autoironia, la realtà della scena con l'intento di provocare un cortocircuito fra essere se stessi, Daria e Antonio che si raccontano l’un l’altro le loro esperienze, pensieri e ricordi, e mostrarsi come due performer che stanno mettendo in scena uno spettacolo su uno scottante tema sociale. Con la disarmante sincerità delle loro performance sempre in bilico tra finzione teatrale e realtà, i due hanno portato in scena con passione e ironia, in Rewind (2008), un mito della loro generazione come Café Müller di Pina Baush; hanno analizzato da un lato la banalità del rapporto metodico con la routine quotidiana in Reality (2012) e, dall’altro, la tragicità del gesto politico di quattro pensionate greche che si tolgono la vita in Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (2014). La strategia drammaturgica di questi spettacoli è di rivolgersi direttamente allo spettatore: una modalità che rimanda ai “confessionali” dei reality televisivi, uscendo con equilibrio consapevole dal registro della narrazione teatrale e rientrando nella propria realtà umana di attori nel qui e ora della rappresentazione, con una domanda implicita su quale sia, oggi, il senso possibile dell'essere attore e spettatore di teatro.

Ma nell’ultimo spettacolo i due acrobati scivolano sul confine che loro stessi si sono autoimposti e l’equilibrio si spezza rovesciando sul palco, senza l’ausilio critico di una seria mediazione drammaturgica che funga da cornice, una comica quanto fredda successione di banalità tragicomiche prelevate dalla vita di tutti i giorni. Gli autori non si basano – a differenza che negli spettacoli precedenti – su un preesistente testo letterario o teatrale ma, con uno scatto pericoloso, si avventurano, come essi stessi raccontano nell’intervista – a cura di Chiara Pirri – nel programma di sala, in un ambizioso progetto di scrittura che definiscono come il frutto di una ricerca collettiva sui paesaggi urbani, che li ha visti impegnati in diversi studi e letture, laboratori e incontri. L’intenzione, come si può intuire dal titolo e come dichiarano loro stessi, è di fare emergere una realtà sociale che non dovrebbe essere assimilabile a un illusorio fondale, piuttosto essere un contesto abitato realmente dalle relazioni tra esseri umani; nel quale, come dichiarano, “non c’è un confine netto tra interno ed esterno, questi due mondi si riversano all’infinito uno nell’altro”. L’impegno etico è dichiarato, ma la scintilla del ricorso alla vita di tutti i giorni è troppo debole e i due si ritrovano frontalmente esposti sul palco, senza il disegno di uno sfondo storico-sociale della narrazione né la costruzione di un corpo tragico per i personaggi sconosciuti che dovrebbero rappresentare l’altro o il diverso negli spazi urbani.

Limitandosi ad affastellare diversi sketch e chiacchiere da bar e con intrusioni di figure macchiettistiche e battute che ricercano apertamente le risate degli spettatori – che pure sorridono spesso, affezionati come sono allo stile del duo – l’ironia perde la sua forza drammatica e resta superficiale, come quella di certe famose coppie di pur simpatici e divertenti comici televisivi.

Proprio in questo spettacolo, dove ci si pone il problema di come porsi rispetto alle disuguaglianze sociali, ovvero come reagire rispetto alla realtà di coloro che non hanno un tetto sotto il quale ripararsi dalla pioggia e dal freddo, la realtà non viene attaccata, piuttosto semplicemente collezionata e squadernata. Infatti viene chiesto agli spettatori di chiudere gli occhi e poi di riaprirli, ma ciò che allora vediamo non è dissimile da ciò che abbiamo visto prima, non costruisce affatto uno spiazzamento. Se prima c’era un essere umano accasciato sul palco, dopo l’accasciato è solo spostato di qualche metro più indietro, immagine stereotipata dei tanti “barboni” disperati che si vedono purtroppo sempre più spesso nelle città italiane.

Tutto si svolge di fronte a un grigissimo rettangolo tridimensionale, scuro e molto trendy, che giace opaco in fondo al palco e sul quale nell’incipit la figuretta delicata e anch’essa vestita di grigio scuro di Monica Demuro si staglia solo per la brillantezza della sua bella voce che, a cappella, intona una vecchia canzone, forse di Jimmy Fontana, in forma di ouverture. Lo stesso rettangolo nel finale si apre per lasciare il posto a un’elegante parata seriale di bianchi termosifoni su sfondo grigio, che rammentano vagamente le installazioni concettuali di Haim Steinbach. I protagonisti abbracciano i termosifoni, vi si sdraiano sopra, per trovare finalmente un po’ di quel calore che cercano nel loro sfondo molto casalingo e poco metropolitano, e di quella affettuosa simpatia che vorrebbero suscitare negli spettatori attraverso i racconti dei loro ricordi e dei loro sogni. Troppo impegnati nell'esposizione delle proprie individuali biografie, restano rannicchiati nella banalità della loro casa monocroma, intenti a scrutare se stessi proprio mentre vanno alla ricerca di un altro che resta comunque tale: povero, sconosciuto e anonimo, stigmatizzato nel cliché, confuso con lo sfondo, privato della storia che lo definirebbe almeno come persona.

Daria Deflorian, Antonio Tagliarini

Il cielo non è un fondale

Roma, Teatro India, 23-27 novembre 2016

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