snow1La prima parola fu il silenzio. La sua condizione necessaria, il suo farsi spazio. Aprirsi al mondo, senza allontanarsi da sé: forse per questo il silenzio più che una condizione è un'esperienza, più che un punto d'arrivo è una soglia. Ciò che è comodo e gratificante spesso elude l'essenziale e si fa rumore, insegnava Yves Bonnefoy a margine di alcune sue conferenze sull'haiku. La sfida della parola, proseguiva il poeta francese, è, innanzitutto, sfida per instaurare quel silenzio senza il quale la "parola detta" non può - letteralmente – accadere.

Nato a Helsinki nel 1960, Tero Liukkonen vive a Porvoo, nella regione finlandese dell'Uusimaa. Nello scritto di cui presentiamo un ampio stralcio, tratto dalla rivista "Kirjailija ", n. 4 (2016), che ringraziamo, lo scrittore invita a "guardare" il silenzio, "ascoltando" l'accadere delle piccole cose. Sopratutto ora che il Natale da evento - religioso, post religioso o di consumo che sia - si è ridotto a una mera data in un continuum che non distingue più spazi, tempi, suoni, otium o commercio, ritmi di vita dall'aritmia del rumore. Scrittore, saggista Liukkonen è anche insegnante di yoga, disciplina che modella fortemente il suo rapporto con la scrittura e le sue forme. (marco dotti)

Tero Liukkonen

Per indole sono sensibile e introverso e ho temuto molte prove della vita ancor prima che arrivassero. Sono sempre stato piuttosto sicuro di crollare, di non resistere, di fallire. Solo di rado sono riuscito a fronteggiare le sfide.

Le difficoltà mi accerchiavano e soltanto dopo che se ne erano andate mi accorgevo di essere effettivamente sopravvissuto. In realtà, anche piuttosto bene. Ero stato capace di trovare la forza interiore dentro di me, oltre ogni aspettativa. E quando la situazione si calmava, allora pensavo: dov’è che anche stavolta ho trovato l’energia per farcela?

La risposta è breve: in me c’è il silenzio.

Il compositore americano John Cage in un’intervista ha dichiarato: «La modernità è così chiassosa che non dovremmo cercare la pace mentale solo nel silenzio. Dovremmo trovare la pace mentale anche nel rumore.»

Sono d’accordo.

Nel caos del mondo per me è facile perdere il contatto con il mio silenzio interiore. Nella normale quotidianità si va così di corsa che il nucleo della mente non si percepisce più. Oppure, un compito ci sembra così importante da far sì che lo sosteniamo con infinito vigore.

E quindi dimentichiamo il silenzio.

Eppure, se solo riesco a rimanere consapevole e calmo, allora sento costantemente il mio più intimo silenzio. Lo avverto anche se intorno a me c’è intenso trambusto e caos. Torno al mio silenzio, mi placo, mi guardo intorno con serenità e lascio che la mia fronte si distenda.

In ogni suono che turbina sopra la mia testa c’è del silenzio che mi raggiunge se ho la pazienza di aspettarlo.

*

In treno o in autobus preferisco viaggiare senza alcun passatempo. Non mi porto dietro riviste o libri da leggere, né musica o podcast da ascoltare. Non lavoro, anche se so che sono molti gli scrittori e i giornalisti che si avvantaggiano di questo “tempo perso”.

Siedo da solo, in silenzio. Seguo i paesaggi che corrono dietro il finestrino. Osservo i viaggiatori, chi sale a bordo e chi scende. Mi immedesimo nel dramma che vedo ripetersi a ogni stazione o fermata: gli incontri, gli addii. Gli abbracci, le strette di mano, gli sguardi. Le parole che si dicono e quelle che non sento.

Siedo, in silenzio.

Ogni istante, ogni luogo che oltrepasso mi sembra troppo prezioso per poter affondare in una qualche altra realtà. Viaggiare significa che un tempo e un luogo passino attraverso il mio silenzio.

Loro lasciano un’impronta nel silenzio.

*

Sai, sono un buon ascoltatore. Da giovane ero timido e mi ritenevo talmente inadeguato che non osavo avvicinare le persone. Non capivo che in me c’è il silenzio. Con l’età ho imparato a restare in silenzio e a non aver paura di imbattermi negli altri – con parole oppure senza. E intanto ho notato quanto sia facile ascoltare gli altri semplicemente restando zitti.

Il reale scambio tra individui rimane incompiuto se non si ascolta. E l’ascolto è impossibile se non si trova il silenzio dentro di sé.

In alcuni rapporti umani ho finito per soffrire quando l’altro non si è reso conto che fosse meglio smettere di parlare e fare silenzio. Ho ascoltato e ascoltato, e il calice dell’ascolto dentro di me si è riempito fino a traboccare.

Le volte in cui resto in silenzio abbastanza a lungo, mi viene voglia di dire qualcosa. Voglio intervenire. Voglio parlare e sorridere, cercare uno scambio di sguardi.

Ed è forse in quei momenti che anche l’altro diverso da me trova il suo silenzio. Che i nostri sguardi s’incontrano.

*

Il silenzio rende le voci percepibili. Non aumentare il tono della voce.

Se siedo e medito, avverto il mio respiro e gli scricchiolii della casa. E quando cammino nel bosco, sento il vento d’autunno sulle cime degli abeti o, in inverno, la neve che cade da un ramo. Che paradosso: i suoni riescono a far sentire il silenzio.

Nel 2011 ho passato il Natale nel Plum Village, nel sud della Francia. È un centro di meditazione buddhista vietnamita in cui i laici possono partecipare alle attività insieme ai monaci e ritirarsi per un tradizionale ritiro invernale persino per tre mesi. In Vietnam quest’usanza ha un significato che si associa al ciclo delle stagioni. Durante la stagione delle piogge è naturale ritirarsi dalle attività quotidiane perché molte mansioni pratiche diventano impossibili. Le piogge limitano gli spostamenti e pertanto è meglio mettersi comodi.

Nel Plum Village passavo molto tempo seduto in silenzio. E con me ce n’erano tanti altri, una cinquantina tra monaci e laici, tutti nella stessa sala.

Quando la campana della sera suonava richiamando alla meditazione, smettevamo di parlare. E si continuava con il silenzio serale. All’alba, lungo il tragitto per la prima meditazione della giornata, non si parlava e anche a colazione, mentre mangiavamo pudding e tè, eravamo in totale silenzio.

Solo a fine colazione suonava la campana e quello era il segnale che era possibile conversare. Un brusio vivace riempiva la mensa e non faceva alcuna differenza chi sedesse di fronte a me: se l’inglese Charles, il francese Frédéric o William, l’americano, c’era sempre una cosa urgente da dire. Un qualcosa che mi frullava nella testa e che avevo appena realizzato e che non vedevo l’ora di raccontare. Il silenzio aveva generato l’intuizione.

*

«Coloro che sanno non parlano. Coloro che parlano non sanno.» Diceva così l’autore del Daodejing oltre duemila anni fa.

Nel taoismo rientra la comprensione immediata della vita, senza elaborazione mentale. Ciò è impossibile senza il silenzio.

Nelle usanze del taoismo e dello zen è comune che i praticanti esperti non rispondano verbalmente. Il silenzio risponde in modo molto più efficace.

Il maestro zen giapponese Hakuin Ekaku ha ricevuto l’illuminazione all’età di quarant’anni. Lui vide chiaramente, come in un palmo della sua mano, che una parte dell’essere umano è la compassione, tanto quanto l’impegno ad aiutare tutti gli esseri viventi.

A volte vorrei trasmettere la mia visione su un argomento che domino molto bene, in forma non verbale. Come a dire: non parlo perché so, non insegno perché gli eruditi sono solo autodidatti, non dico niente perché sono gli altri che dovrebbero capire.

Ma quando mi accorgo che mediante l’assenza di parole, cioè con il silenzio, il messaggio che sto trasmettendo non arriva a destinazione, mi sento sconfitto. Sono sopraffatto dall’esasperazione.

Il silenzio dentro di me svanisce. Mi verrebbe voglia di urlare: insomma, ma non capisci!

In quei momenti perdo la presa con il mio silenzio interiore e anche se in apparenza sto zitto, sprofondo nel frastuono e nell’angoscia, nei contrasti chiassosi del mio io.

Il silenzio ritorna solo molto più tardi.

*

Dio si esprime attraverso il silenzio. In un’intervista mi è stato chiesto in che cosa credessi. Ho provato a dirlo e la risposta mi sembrò goffa e fallimentare.

Non sono ateo né agnostico, e non ho un rapporto confessionale con i dogmi istituzionalizzati di alcuna religione. Per me non è questione di fede, bensì di “esperienza”. Credo nell’episodio del pane e dei pesci? Nel canto degli uccelli o nella Via Lattea? Credo nel fatto che in questo momento sto respirando? Domande inutili.

Dio è un concetto tautologico: Lui è l’universo intero e il grande silenzio dietro di esso. Nel Nord, nel nostro luteranesimo, il tempo del silenzio cade in primavera, prima della Pasqua. Se c’è una cosa che non posso sopportare è che il Natale sia diventato così rumoroso. In questo periodo sento una sorta di angoscia natalizia e molte delle persone a me vicine se ne sono accorte. Per fortuna non sono l’unico. Ho notato che ce ne sono molti uguali a me, che patiscono un altrettanto forte desiderio di silenzio.

Sarebbe possibile avere un Natale senza campanellini, senza centri commerciali, senza jingle, senza iniquità e senza tutte quelle cianfrusaglie dai bip assordanti. Solo il silenzio avvolto nella neve.

Traduzione dal finlandese di Irene Sorrentino

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