magazines-headerNello Speciale:

Serena Carbone, Change, i tempi cambiano

Carlo Branzaglia, Zero, i venti anni della prima listings mag italiana

 

Change, i tempi cambiano

Serena Carbone

Il tempo si porta tutto; un lungo periodo è in grado

di mutare nome, figura, indole e Fortuna.

Platone, Antologia Palatina IX, 51

Le cose cambiano, il mondo cambia e con lui il linguaggio e i costrutti culturali generalmente intesi.

Nel 1968 esce in Francia il primo numero della rivista Change che, edita fino al 1983, con i suoi quarantadue numeri testimonia il vivace dibattito che ha animato la cultura d’oltralpe in particolare tra gli anni Sessanta e Settanta. Nel maggio 2016 la rivista viene ripubblicata integralmente dalla casa editrice Les presses du réel con il titolo Change numérique. Édition intégrale de la revue Change (1968-1983), così rimettendo in circolazione in quasi diecimila pagine quell’inesauribile scambio di idee che ha caratterizzato un periodo sul quale ancora molto c’è da riflettere.

La rivista, fondata da Jean Pierre Faye, Maurice Roche et Jacques Roubaud, gravitava attorno al collettivo Change che contava tra i suoi membri regolari anche Philippe Boyer, Yves Buin, Jean-Claude Montel, Jean Paris, Léon Robel et Mitsou Ronat. Per quanto francese, il collettivo si proponeva di interagire con le riviste di altri paesi per aprire a un dibattito internazionale. «La langue, en se changeant, change les choses», ecco l’idea intorno alla quale ruotava un progetto che abbracciava fin dal suo nascere i settori più diversi: dalla poesia alla matematica, dal romanzo alla linguistica, dalla teoria letteraria alla ricerca psichiatrica, con edizioni monografiche dedicate al montaggio, alla finzione, alla poesia orale, alla teoria della traduzione, ai formalisti russi o alla grammatica generativa. Così negli anni si sono avvicendate nelle pagine le firme non solo dei fondatori ma anche di Roland Barthes, Georges Bataille, Mel Bochner, André Breton, William Burroughs, Michel Butor, John Cage, Noam Chomsky, David Cooper, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Bernard Heidsieck, Lyn Hejinian, Dick Higgins, Pierre Klossowski, Michel Leiris e tanti altri.

«Nous habitons les sociétés du montage. Démonter leurs formes ne suffit pas: il faut aller jusqu’aux niveaux où elles se produisent elles-mêmes en engendrant ce jeu des formes – pour les changer». Queste poche righe aprono un tutt’ora attualissimo primo numero (Montage) che si colloca sotto l’egida di James Joyce e di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Il montaggio è descritto infatti da Faye come una forma di combinazione di elementi reali e non reali, che si estende dallo spazio delle arti visive a quello della narrazione per la sua precipua capacità di mettere in relazione le “cose” tra di loro, tanto da divenire fattore agente all’interno del dispositivo estetico.

Percorrendo i titoli dei vari numeri (La destruction, Le cercle de Prague, La mode l'invention, Le dessin du récit, La poétique de la memoire, Le groupe la rupture, La critique generative, L'imprononçable, Oppression violence, Police fiction, etc.), nel 1980 se ne trova anche uno interamente dedicato all'Italia: L’Italie changée con all’indice i nomi di Carlo Emilio Gadda, Andrea Zanzotto, Antonio Porta, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Amelia Rosselli, Tommaso Landolfi, Cesare Milanese, Giovanni Mariotti, Cesare Viviani, Aldo Tagliaferri, Stefano Agosti, Achille Bonito Oliva, Nanni Balestrini, Toni Negri, e ancora «Tam Tam», Adriano Spatola, Giulia Niccolai, Giovanni Joppolo, Christian Parisot, e infine un «Débat sur 1’Italie changée» tra Tito Perlini, Emanuele Severino e Gianni Vattimo.

«Dans le lieu le plus proche de nous. Des mutations et des secousses singulières, sur le fond d'une crise intense. Une société profondément changée. L’Italie». Così Faye apre il numero, che riporta stralci di testi, poesie e saggi di autori di cui molti passati per il Gruppo 63, neoavanguardia che si proponeva di sperimentare nuove forme e nuovi modelli partendo proprio dal linguaggio. Ma non solo teoria, un elemento vivo della rivista era quello di offrire una prospettiva ampia dei temi trattati che non si fermasse quasi mai alla mera speculazione ma si immergesse nella società coeva cercando di trarne i punti di applicazione e tensione. La presenza stessa in questo numero di una Lettre de prison di Toni Negri (allora leader di Autonomia Operaia detenuto a Rebibbia in seguito ai fatti del Processo 7 Aprile) e di un dibattito tra i filosofi Severino, Perlini e Vattimo sul terrorismo è un esempio del modo di pensare e strutturare le varie pubblicazioni.

Se il vero tema di un romanzo – come sosteneva Italo Calvino – è «un’immagine che spieghi il nostro inserimento nel mondo», potremmo dire che Change e i suoi autori hanno offerto per quindici anni una base critica essenziale per tirare le fila di quell’immagine del mondo in trasformazione. Credendo che quella trasformazione fosse possibile.

Change numérique. Édition intégrale de la revue Change (1968-1983)

a cura di Abigail Lang

Les presses du réel, 2016, cd, 8482 pp., € 20

a cura di Lang A., versione scaricabile in pdf, Les presses du réel, Paris, 2016.

 

Da Zero a Venti

I venti anni della prima listings mag italiana

Carlo Branzaglia

Al netto di previsioni apocalittiche o, al contrario, entusiastiche, la semiosfera nata dall’incrocio fra contenuti digitali ed eventi analogici porta alla ridefinizione, ma non alla scomparsa, di soluzioni appartenenti a modalità antecedenti. Coagulo dell’evolversi dell’immaginario collettivo, le riviste (per ogni decennio potremmo indicarne una seminale, da Fortune a Ray Gun) non perdono questo loro ruolo neanche nell’attuale temperie: segnatamente quelle che sanno ridefinire il vecchio ruolo nel nuovo “multiverso”.

L’occasione per verificare questa ipotesi viene dal ventesimo compleanno del quindicinale ZERO (1996–2016), primo e a lungo unico listings mag italiano: proprio perché questa specifica formula editoriale sembrerebbe la prima a dover sparire, già all’avvento del web 1.0… Le listings mag sono infatti riviste che danno informazioni sugli eventi a venire, siano essi programmi radiofonici, televisivi, cinematografici, o avvenimenti culturali: da questo punto di vista, il Radiocorriere della RAI ne è stato l’antesignano, in Italia, mentre su scala globale ancora una radio, la BBC inglese, ne lanciò il modello con Radio Times, nel 1923.

A partire dai tardi anni Sessanta, con l’esplosione del mercato giovanile, il termine si sposa però a quelle riviste ad esso destinate che raccolgono spettacoli, serate, mostre, cinema e teatro: la prima, Time Out, settimanale lanciato a Londra nel 1968, che nel momento di massimo splendore arriverà a vantare 36 edizioni internazionali per altrettante città (da Dubai a Pechino), e che nel 2012 diventa partner ufficiale delle Olimpiadi di Londra. Dapprima acquistabile nelle edicole, poi, recentemente, gratuito, Time Out non sfonda in Italia, dove appare sulla piazza romana nel 2002, per poi trasferirsi su web.

In quel momento, ZERO era già nato e stava via via conquistando le città della penisola, con la formula dei prefissi telefonici a declinare la testata (02, 06, 051, 055… fino all’edizione internazionale a Istanbul); vantando da subito una formula gratuita e un formato cartolina (105x150 mm, e cento pagine) che permise la distribuzione della testata attraverso appositi espositori collocati nei punti caldi della cultura giovanile, prima fra tutti quella milanese.

Abbiamo trasformato in un lavoro quello che più ci piaceva”, racconta il fondatore Andrea Amichetti: “vivere la città e divertirci. Nel 1996 non esisteva nessuno strumento per capire e raccontare il contesto urbano: così abbiamo pensato a una guida di Milano per i ragazzi che uscivano la sera. Era una cultura presente e viva in città, ma che non aveva alcuna legittimazione né visibilità”.

Quello che caratterizza la testata è senz’altro la sua capacità di descrivere un universo giovanile in perenne movimento: tanto da vedersi dedicare, con questo background, un volume nella collana Oscar Mondadori, già nel 2003. Ma un’altra caratteristica determinante è l’attendibilità: gli eventi raccolti su ZERO sono selezionati, e controllati il più possibile. E poi l’ironia, che traspare dalle pagine e dalle copertine, dove ci si inventa un nuovo modo di gestire l’inserzionista pubblicitario.

Le copertine raccontano dal basso la storia della comunicazione negli ultimi anni”, spiega l’art director Alessandro Busseni. “Una volta bastava sbattere il prodotto in prima pagina, con le sue key feature rivisitate alla ZERO. Ultimamente ci siamo dovuti inventare di tutto: la copertina mattoncino per costruire oggetti (la connettività di un operatore telefonico); quella saporita, fragola o cioccolato, anteprima di un nuovo gelato; o, ancora, con un modellino di aereo da montare per una compagnia low cost. Seguiamo brand che non vendono più oggetti, ma idee”.

Con queste premesse, quella di ZERO diventa una vera e propria community, basata su un rapporto molto forte con i propri lettori, e su una reputazione consolidata. Questo aspetto diventa determinante nel momento in cui le edizioni locali, eccetto quella milanese, si trasferiscono sul web: in questo passaggio, l’utente stesso si trasforma in fornitore di informazioni, e alla lunga in un redattore accreditato. Se il web garantisce così il coinvolgimento del lettore, d’altra parte necessita di una diversa e più sostanziosa articolazione dei contenuti, per garantire coerenza: un paradigma dell’attuale comunicazione digitale. E allora in rete arrivano speciali, classifiche, recensioni e interviste. D’altra parte, nell’era del web, la stampa mantiene un suo ruolo se si distingue per qualità: e a fianco di ZERO appare, come speciale, ZERO Grande, in un formato A3 che permette di giocare su un progetto grafico più ricco e articolato di quello, forzatamente minimale, della testata originale.

E per una rivista che ha basato la sua storia sulla comunicazione degli eventi, incominciare ad organizzarne, con propri concept, per conto terzi, diventa un passaggio automatico: ZERO Design Week, Home Smart Home (per Samsung), Open (per Vodafone), Mini Design Week (intensissima d’altra parte la collaborazione con la casa automobilistica anglo tedesca) e Notte Italiana, che permette a ZERO di entrare alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2014… solo per citare le più recenti.

La città ormai è un media”, conclude Amichetti, “e gli investimenti continuano a crescere per attività site specific, in particolare a Milano. Il nostro ruolo è quello di condividere con i partner commerciali la comunità di chi vive e si diverte in città. A volte progettiamo iniziative cittadine per brand, oppure direttamente sul nostro target: ma non siamo direttamente produttori di eventi, piuttosto cerchiamo di far arrivare un messaggio, con i nostri media e con dei format ripetibili”.

In fondo, per le sue stesse caratteristiche ZERO ha anticipato in tempi non sospetti un tema fondamentale della comunicazione contemporanea: quello dei contenuti, della loro reperibilità, del loro controllo. La capacità di trarne direttamente dal proprio contesto, e dai propri interlocutori (utenti inclusi), è evidente oggi debba godere di una regia, se non addirittura di un controllo, nella gestione. E sono proprio queste le basi sulle quali si fonda il bene più prezioso per le organizzazioni contemporanee: la reputazione.

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Una Risposta a Speciale: In rivista (Change + Zero)

  1. ugo Olivieri ha detto:

    Voglio comunicare a Serena Carbone autrice dell’articolo sulla riedizione francese di “Change” che nel 1986 feci un’antologia italiana dei testi della rivista dalla fondazione sino agli anni ’80: “Change: un laboratorio del Novecento”, a cura di U. M. Olivieri, Liguori, Napoli. Se è interessata posso farle avere una delle ultime copie superstiti.
    un gentile saluto
    Ugo Olivieri olivieri@unina.it

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