landolfiAntonino Trizzino

Landolfi è così, Landolfi non è così: quante ne hanno dette su Tommaso Landolfi. È uno scrittore per scrittori, uno scrittore elusivo, uno scrittore notturno, un minore, un decadente, un sontuoso traduttore dal tedesco, dal francese, dal russo di Gogol’ e Puškin, che, quando scrive in proprio, «non fa altro che tradursi». Alcuni lo considerano uno stilista. Non è la definizione corretta, in realtà intendono dire che è uno scrittore, un grande scrittore. Quelli che diffidano dei grandi scrittori usano spesso la parola «stilista». Ma Landolfi sa che lo stile non è fatto di preoccupazioni stilistiche; queste sono «retaggio di spiriti mediocri».

Fra gli anni Cinquanta e Sessanta, mentre cresce il suo implacabile isolamento, Landolfi abbandona ogni progetto di romanzo per dedicarsi alla scrittura diaristica, «luogo vergognoso e clandestino». Des mois – terzo diario dopo LA BIERE DU PECHEUR (1953, Adelphi 1999) e Rien va (1963, Adelphi 1998), apparso per la prima volta da Vallecchi nel 1967 e ora riproposto da Adelphi – è un catalogo di «deiezioni dell’anima», scrisse allora Manganelli, un’invenzione retorica dove passato e futuro si annullano in un «perituro istante». Invece che documento di eventi quotidiani, il diario landolfiano è il registro di un abbandono, di una vocazione al disastro: «Vivere non si può se non simulando, se non fingendosi uno scopo qualsiasi».

Se si ama la vita, non si scrive un diario. L’ingresso nell’universo artistico è riservato quasi sempre a chi ha fallito di poco la propria vita; Landolfi, dal canto suo, l’ha fallita di molto: «un momento della mia vita vale l’altro; non c’è nessun bisogno di individuarne uno tipico». Si è capito, Landolfi non ha un bel carattere. È coltissimo e puttaniere, dandy e tenebroso, grande giocatore e misantropo, annoiato e impaziente, aristocratico e spiantato. Geniale traduttore, ma molto ozioso. Letterato, ma furiosamente antiaccademico («non son più in grado di parlare con intellettuali»). La cosa non deve stupire. Landolfi è uno spirito idiosincratico, nei confronti della lettura per esempio: «Ho sempre odiato il tavolino, sempre odiato non tanto la lettura quanto il sistema stesso della lettura, quello star fermi con un oggetto in mano che si va scorrendo con l’occhio per ore intere», aveva scritto in Rien va. O del mestiere di scrittore, di cui si vergogna: «Non ho mai avuto la pazienza (ed è forse un mio merito) di tirare davvero a pulimento certe pagine; che nondimeno apparvero a qualcuno particolarmente ben tornite […]. Ma un bel giorno, sentendomi prigioniero entro i miei quasi fisici risentimenti nei riguardi della pagina, un bel giorno deliberai di allentare il controllo sulla medesima, anzi di lasciarle addirittura le briglie sul collo, e giunsi così (facendo come al solito il salto troppo lungo) in molti casi fino a una positiva sciattezza. Ebbene, lo credereste? Non per tanto cessai od ho cessato d’essere definito uno “stilista”».

In Des mois Landolfi trascorre dalla riflessione sul lavoro intellettuale, che ha le caratteristiche distruttive del vizio e comporta «sigarette ed alcool a non finire», al disprezzo della fede («l’uomo, se vuol serbare la speranza, deve inchiodare il proprio dio come il nibbio sulla porta del castello») e dei suoi dispensatori («le suore, ciechi strumenti di occhiuta corruzione»); dalla segreta fraternità con una gatta («forse il solo animale che conosca la noia umana») alle considerazioni sullo stile che nasce non già nella devozione ma nel distacco dalle parole («utensili e non sacri arredi e non incarnazioni del Verbo»); dall’estraneità a qualsiasi setta letteraria, perché la cultura è qualcosa da tenere segreto («è storia di rifiuti, di sdegni e di insoffribili tedi»), al rapporto con i due figli che, «usciti dal malevolo nulla», sono una presenza amata e perturbante.

Centro di questo diario – composto fra il novembre del 1963 e l’aprile del 1964 ad Arma di Taggia, a portata di corriera da San Remo, dove c’è il casinò e dove si è trasferita la famiglia – è l’impurità simulata o veritiera della vita di Landolfi; indizio di questa impurità è la morte: «non diamole pretesto alcuno, e vedremo a cosa si appiglierà, vedremo allora se davvero è fatale». Landolfi non solo desidera, ma sceglie l’impurità, la mistificazione, il sacrilegio. In Des mois è spesso annotato il rapporto con i figli, una bambina di sei anni, la Minor, e un bambino unenne, il Minimus. Landolfi contempla la dinamica dei loro corpi brevi: «La corsa del Minimus impetuosa verso di me al mio arrivo, quell’inarrestabile rotolamento che ha per termine e fine le mie gambe: ah, perché a questo o ad altro così è indissolubilmente legata un’idea di morte, perché non mi s’apre ma mi si stringe il cuore?».

L’impurità è ancora più irrimediabile nel legame di un «padre antisociale e antitutto» con la figlia che lui chiama «in modo non innocente e non peccaminoso», ha scritto ancora Manganelli, «la mia amante»: «Posare la guancia sulla sua piccola coscia e fantasticare così di possederla (ma lei non tien ferme le gambe un sol momento, è femmina nell’anima e nell’utero ancora cieco). Sei anni tra due mesi: un’età da stupro, da peccato senza remissione, da violazione profonda, da sacrilegio. […] L’idea del peccato deve essere inclusa nei nostri rapporti, nella mia adorazione; inclusa e dolcemente allontanata, non per pregiudizio morale, ma così, quasi per caso, per nessun motivo, per letizia (se ha un senso quello che scrivo)».

Una vocazione catastrofica segna ogni pagina di questo diario. Landolfi non ha più un mondo sotto i piedi e sa che negare o affermare l’impuro è meno tremendo che sospettarlo; sa che la verità tende a essere segreta, a essere come un presagio.

Tommaso Landolfi

Des mois

Adelphi, 2016, 169 pp., € 19

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2 Risposte a Tommaso Landolfi, la parola impura

  1. Beppe ha detto:

    Non capisco perché mettere il link ad amazon invece che al sito dell’editore

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