60840_pplpelleorsoMichele Emmer

Uno dei grandi successi della stagione è stato il film The Revenant, premi Oscar al protagonista Leonardo Di Caprio e al regista Alejandro Iñárritu. Avrebbe meritato un Oscar come attore non protagonista anche l’orso, in parte costruito al computer, protagonista assoluto della scena dell’assalto al cacciatore. Sempre hanno attirato la fantasia umana le storie di orsi. Basti pensare alla storia delirante – raccontata da Werner Herzog, nel 2005, in Grizzly Man – di quel folle che per anni passò le sue estati vivendo in mezzo ai pericolossimi Grizzlies, sino all’epilogo tragico in cui venne coinvolta anche la fidanzata. Presenza diffusa, da noi, sino alla prima metà del Novecento nelle Alpi e nelle Dolomiti, gli orsi sono amatissimi da tutti se di peluche, ma in pochi li apprezzano nella loro versione animale vivente. Caso tipico fu quello del Trentino, che a un certo punto si tentò di ripopolare appunto cogli orsi, presenti in effigie in molti stemmi di paesi ma che in ben pochi vogliono in carne ed ossa. Quei primi orsi immigrati dalla Slovenia (ci fu addirittura un referendum per cacciare gli orsi foresti) morirono tutti, sembra per essersi cibati di carne avariata. Ora nel parco del Brenta Adamello ce ne sono tanti di orsi, e si possono incontrare nei boschi, sempre che non fuggano all’arrivo degli esseri umani.

Dunque tante storie, in letteratura e al cinema, sugli orsi. Di loro si parla in un film italiano girato in gran parte in Val di Zoldo, nella provincia di Belluno: terre che fornivano legname alla Repubblica Veneziana, e anche gelatai partiti da lì per girare il mondo. Non è ovviamente la risposta italiana al film di Iñárritu, anche se qualche trucco cinematografico viene usato quando l’orso si ritrova ad attaccare uno dei protagonisti del film. In un piccolo paese si aggira un orso: particolarmente cattivo, per la nostra mentalità umana, ma che fa semplicemente tutto quello che dovrebbe fare un orso. Siamo negli anni Cinquanta del Novecento, nel piccolo paese abita una pecora nera che beve, non lavora, è stato in carcere. Ha un figlio che non vuole essere come lui ed è fatalmente destinato ad andarsene, a cercare un lavoro e una vita migliore. Dopo l’ennesimo assalto agli animali allevati dai pastori, i paesani decidono che bisogna eliminare l’orso «cattivo». E proprio lui, l’ubriacone, si offre di farlo in cambio di una ricompensa. Se non ci riuscirà lavorerà gratis per un anno per l’unico benestante del paese. Il figlio non vuole che vada. Ma lui parte, e il figlio lo segue. Insomma, si ritrovano in due nella foresta e la storia segue il corso che deve seguire in un film del genere.

Un western alpino inusuale per il cinema italiano. Contano i personaggi, ma soprattutto l’orso. Presenza arcana che ogni tanto appare, in tutta la sua maestosità, e porterà con la sua morte alla risoluzione dei conflitti tra padre e figlio. Bravo Marco Paolini nella parte del derelitto ubriaco e violento, ed efficace anche il figlio, con quella faccia pulita lontana un miglio dalle facce di tutti gli altri abitanti. E quella curiosa montanara che incontrano nei boschi, donna libera e indipendente che non vuol dipendere da nessuno. Un’umanità scomparsa raccontata con affetto in splendidi boschi con un linguaggio molto semplice, perfettamente adatto alla storia narrata.

Un piccolo film, una storia molto semplice ma che sia per l’ambientazione, le facce dei personaggi, la credibilità della situazione resta come una piccola perla nel desolato panorama delle commedie italiane. Una storia legata a un luogo sconosciuto, a posti molto belli, a un’umanità non frequentata dal cinema; una storia che vuole essere un apologo dei rapporti tra umanità e natura, tra animali ed essere umani, con un’acuta osservazione dei volti e dei comportamenti di questi personaggi rimasti ai margini della storia. Dove Paolini recita con il suo viso, spigoloso e distrutto, senza usare l’arma che maggiormente utilizza a teatro, le parole. E la sua fisicità funziona, rende bene lo scorbutico, alle volte cattivo, sempre scostante padre che non ha più illusioni. E che non cerca il riscatto nell’uccisione dell’orso. È solo un modo per cercare di tirare avanti sapendo di aver già perduto tutto.

La pelle dell’orso

regia di Marco Segato, sceneggiatura di Marco Paolini e Marco Segato, da un libro di Matteo Righetto

Italia, 2016, 92’

Ricordiamo ai lettori che è adesso disponibile l'Almanacco 2017  della nostra rivista con una selezione degli articoli usciti nel 2016 e la sezione inedita L'invasione aliena. A tutti quelli che ci seguono, segnaliamo inoltre che in questi giorni si è aperto il cantiere di Alfabeta. Vi aspettiamo!

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi

THIS ARM / DISARM
Le macchine armate di Paolo Gallerani in un filmato di Maurizio Gibertini - Milano 10 marzo guarda il trailer