bookclubgraphic_645_350 Il 4 e il 5 novembre a Mantova si è tenuta la XIII edizione del Forum del Libro dedicata quest'anno al tema Libri lettori comunità . Pubblichiamo qui, per gentile concessione dell'autore, un ampio stralcio della relazione introduttiva di Luca Ferrieri, responsabile della biblioteca di Cologno Monzese e autore fra l'altro di La lettura spiegata a chi non legge (Editrice Bibliografica 2011) e Fra l'ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire (Olschki 2013)

Luca Ferrieri

Al primo raduno dei Gruppi di Lettura (GdL) che facemmo ad Arco di Trento nel 2006, ponemmo molta enfasi sul concetto di lettura condivisa, e sulla sua radicale diversità rispetto a quello di lettura collettiva, ereditato dalla tradizione otto-novecentesca. Senza ripetere le considerazioni svolte in quella occasione, vorrei ricordare almeno una conseguenza pratica di questa diversità. I gruppi di lettura italiani, a differenza di alcuni americani, non sono mossi da una sorta di ostilità verso la lettura solitaria, ma anzi la prolungano, le offrono una nuova dimensione. Questa sfera resta squisitamente individuale, il gruppo di lettura si fa carico di tutto ciò che precede e segue l’atto privato e segreto della lettura, lo fa “detonare” nella prospettiva, appunto, della lettura condivisa. La quale resta terza (perché la lettura ci insegna sempre che tertium datur) tra lettura solitaria e lettura collettiva. C’è un filo che conduce dalla “stanza tutta per sé” di Virginia Woolf alle sale delle biblioteche o agli altri luoghi “ambulanti” dove si incontrano i gruppi. Quel filo è l’attenzione ai momenti della nascita, dell’iniziazione e della riproduzione della lettura, di cui non si sono occupati, per motivi diversi, né la tradizione del lettore solitario né quella della lettura collettiva.

Nel frattempo la parola condivisione ha fatto parecchia strada e, come spesso succede, ha perso un po’ di sostanza nel percorso: l’abuso delle parole spesso le trasforma in etichette segnaletiche, in termini passepartout, e quello che si perde è proprio il rapporto con la cosa stessa. Vorrei provare a ristabilirlo.

Nel cuore della condivisione

Condividere ha, da dizionario, due significati parzialmente contraddittori: a) avere in comune; b) spartire. Sullo sfondo, quindi, c’è un’altra parola chiave per i gruppi di lettura: comune. Tornerà negli accenni che faremo al rapporto con la comunità dei lettori e alla lettura come bene comune. Perché contraddittori? Perché il primo è identitario/proprietario e il secondo è comunitario/meticciario, se esistesse la parola. In realtà se i GdL avessero come scopo quello di raccogliere le persone che “hanno in comune la lettura”, farebbero un lavoro di tesseramento, senza nulla togliere alla utilità di questo lavoro. Invece quello che fanno è mettere la lettura in comune.

Ma proviamo a mettere dei picchetti, su quelli che sono i contenuti, i significati della condivisione nei gruppi di lettura.

  1. nel GdL la lettura è ospitale. Non si tratta naturalmente di buona educazione. Questa non fa mai male, ma qui è questione delle differenze che la lettura alleva rigorosamente e rigogliosamente, e che soprattutto accoglie, preserva, difende come il pane. C’è sempre lo straniero nel libro, e lo straniamento alla prima lettura, e poi all’ultima, ancora di più. Se non ci fosse dovremmo inventarlo.

  2. nei GdL la condivisione è stupita e stuporosa. Lo stupore avviene quando il lettore solitario esce di casa controvoglia in una sera umida e nebbiosa (come ci racconta Monique Pistolato) 1, per una punta di curiosità condita da molta diffidenza, e scopre, a volte con la forza di una rivelazione, i “valori aggiunti” della lettura condivisa. Quelli di cui discutevamo ad Arco di Trento, ossia, in forma di elenco, sempre parziale e provvisorio:

1. Un’altra lettura è possibile , che forse andrebbe meglio detto, Esiste la lettura degli altri;

2. Ecco i libri che avrei sempre voluto leggere ma non sapevo che esistessero;

3. Io leggo perché ti rispetto, io ti rispetto perché leggo, ovvero la scoperta dell’etica della lettura;

4. Alla lettura sommo l’ascolto: il testo ha una voce, i personaggi hanno una voce, gli altri lettori hanno una voce; nel GdL queste voci vengono ascoltate, a volte auscultate;

5. Io non basto alla mia lettura, ossia il lettore non è un autarchico;

6. Sono orgoglioso di leggere, insomma trovo degli altri pazzi come me;

7. Leggendo sento e penso, ossia c’è un posto dove anche le emozioni della lettura hanno cittadinanza;

8. Leggo e poi rileggo; perché quel che fanno i GdL è anche riprendere in mano dei classici;

9. Tengo traccia delle mie letture. Sì le prendo sul serio: annoto, ci scrivo su, traccio un ponte tra scrittura e lettura; mi preparo anche. Lo avrei fatto senza il GdL della serata nebbiosa?

Questi valori aggiunti, nella grande maggioranza dei casi, sono inattesi, arrivano come un dono. Ma la condivisione è anche stuporosa: perché, quando scatta, ci rapisce, ci attanaglia, ci lascia senza fiato e senza parole.

  1. nel GdL la condivisione avviene attraverso la narrazione; ma non la narrazione del plot, il riassunto della trama, bensì la narrazione della esperienza, delle emozioni, del lascito e del vissuto. Quelle che prendono vita nel GdL sono storie di lettura.

  2. se la lettura condivisa perché la memoria è divisa? (forse perché la memoria di una lettura è spesso involontaria, e ogni lettore riscrive le storie, una cosa che con la storia non va bene, ma con le storie si può fare…)

  3. nel GdL la lettura è anche una tecnica – che si impara;

  4. nel GdL non si condivide solo la ricezione, ma la produzione e la postproduzione; si costruiscono artefatti di e sulla lettura, con appunti, disegni, mappe mentali, tavole associative, ecc.

Dallo stupore all’empatia. Passando per il pudore.

Lo stupore e la meraviglia sono, come noto, fondamentali motori di conoscenza. Solo lo stupore conosce 2 . Ma nello stupore della lettura condivisa c’è anche un altro aspetto che merita attenzione: esso genera contagio, suscita imitazione. Perché non si verifica solo qualcosa che sorprende, ma qualcosa di desiderato che accade. La condivisione è stupefacente perché realizza i nostri desideri senza punirci per questo, almeno si spera.

C’è un’altra parola chiave che sta al centro del percorso di condivisione. Ed è un’altra parola inflazionata: empatia. Di cui quindi occorre contrastare lo svuotamento, non buttarla via con l’acqua sporca. Perché è una parola importante, per le pratiche e la teoria della lettura. L’empatia, che si è sviluppata filosoficamente nell’alveo dell’empirismo inglese e delle sue riflessioni sulla simpatia, ha conosciuto una prima sistemazione concettuale all’inizio del Novecento, soprattutto grazie all’opera di Edith Stein e ad altre elaborazioni di campo fenomenologico, per poi riesplodere come strumento di analisi e ricette comuni nel nostro secolo. L’empatia, in realtà, è cosa assai diversa dalla simpatia, dalla compassione, dalla identificazione e dalla immedesimazione, tutte modalità presenti in lettura (e in scrittura: ci sono macchine narrative pensate per produrre questi effetti). L’empatia è, come dice la Stein, “l’essenza dell’atto che sta alla base di tutte le forme attraverso le quali ci accostiamo a un altro”. La lettura comporta una fortissima iniezione di empatia perché consente di vivere un’esperienza altrui come se fosse nostra, di sentirla sulla pelle, attraverso l’intera tavolozza dei nostri sensi e non soltanto attraverso una comprensione e condivisione razionale (nel senso di “essere d’accordo con”). Ma questo scatto non è prodotto solo dal meccanismo immedesimativo: vi sono letture che premono sul pedale dell’identificazione ma non producono empatia. Quando si dice (spesso negativamente) che nei GdL si pratica una lettura di tipo immedesimativo, si commette l’errore di scambiare l’una cosa per l’altra.

Quello che invece accade (anche se non sempre) nella lettura condivisa dei GdL è questo:

  1. Attraverso l’empatia si sperimenta che l’apertura alla differenza è data dal riconoscimento della somiglianza il che, attraverso la lettura, può avvenire nei confronti di qualsiasi mostro vivente e senziente del creato. Nel GdL si pratica spesso (come gioco, o disciplina, o anche senza dirlo né pensarci) lo scambio del punto di vista: è un esercizio di empatia oltre che un ingresso nella camera dei bottoni del meccanismo narrativo.

  2. Noi sentiamo (non “noi ci identifichiamo con”) il dolore del personaggio, il dolore del mondo; ma nello stesso tempo lo relativizziamo, riusciamo a portarlo sullo sfondo, perché la bellezza del testo, la emozione che essa suscita, ci danno la forza di elaborare il lutto. Noi sappiamo infatti – leggendo – che l’empatia incontra un limite, che in questo limite è compresa anche la lettura, che se fossimo totalmente empatici non potremmo leggere, non possiamo morire con ogni personaggio.

  3. Potrebbe essere empatico e consapevole del limite anche il lettore “solitario”? Potrebbe, ma il GdL aiuta (in questo caso vale la sua funzione di gruppo di auto-aiuto), il lettore da solo potrebbe cadere nell’immedesimazione cieca o nel rifiuto del dolore della lettura. Ci sono libri che uno decide di leggere nel gruppo perché non ha mai osato leggerli da solo: questo vale non solo per i libri che possono suscitare passioni tristi, ma anche per libri difficili, impegnativi, o, al contrario, per libri troppo frivoli, troppo ricreativi, che uno non si è mai concesso. In questo caso il gruppo funziona come Grande Alibi.

  4. Prende forma così – non nella teoria ma nella pratica di lettura – la figura del lettore empatico di cui parla J. Brooks Bouson3: il lettore che si cala in un ruolo – che è quello del GdL – di partecipante e osservatore allo stesso tempo, che opera un continuo movimento di dentro/fuori rispetto al testo accogliendo e insieme trasgredendo l’orizzonte di attesa che questo disegna (qui ancora la differenza con la pura immedesimazione). Il lettore empatico realizza insieme il transfert (quando osserva) e il controtransfert (quando è empaticamente coinvolto) e ciò gli consente di tenere a bada i due movimenti 4.

  5. Noi impariamo a essere empatici anche con gli altri lettori, a sentire e conoscere le loro emozioni di lettura. Il GdL diventa così motore di empatia oltre la sfera della lettura, la esporta nella vita quotidiana (senza esagerare finendo nella mistica: molte affermazioni come “i libri cambiano la vita” appaiono spesso come slogan pubblicitari. Non nego che sia possibile, che sia vero, anzi: dico che forse è una verità che si custodisce meglio col silenzio).

  6. Un riscontro di tutto quanto sopra si potrebbe avere dando una letta ai molti romanzi, soprattutto americani, che raccontano la vita dei GdL (perché la letteratura sui GdL non è composta solo di saggistica, ma anche di narrativa, e questo è significativo).

L’empatia si incontra e scontra con un'altra emozione della lettura: il pudore. È un’altra parola chiave, un’altra tappa del nostro percorso. Il pudore della lettura 5 è il riserbo con cui i lettori esprimono o dietro cui nascondono le emozioni della lettura. Il pudore è consegnarsi al testo senza essere visti, è leggere senza farsi vedere, usare la lettura come scudo protettivo verso uno sguardo o una richiesta troppo invadente, contro una giornata pesante. In questo senso il pudore della lettura è l’antidoto verso un atteggiamento che a volte alligna anche nei GdL, l’esibizionismo e il narcisismo. (...) Eppure, facciamo largo anche questa volta allo stupore: questa violazione non avviene quasi mai. La condivisione, come si è visto, è anche coscienza dei limiti, e tra questi limiti la privatezza dell’atto di leggere conserva un ruolo centrale.

Bene comune…

Anche questa parola chiave ha registrato un processo di svuotamento, ma la lettura ha a che fare con il “comune” in molteplici sensi e da molto tempo. Innanzitutto c’è il “lettore comune” di woolfiana memoria, da cui discendiamo tutte e tutti - ed è significativo che la definizione venga proprio dalla scrittrice che mise la “stanza tutta per sé” al centro della fucina della lettura (oltre che della libertà intellettuale e della vita delle donne…). Così come è significativo che entrambe le espressioni siano state scelte addirittura come titoli di saggi della Woolf 6. In realtà nonostante l’antipatia istintiva che suscita in molti lettori, che in genere all’epiteto rispondono con un “comune sarà lei!” (come se “lettore comune” significasse “lettore qualunque”…), questo termine per Virginia Woolf indicava semplicemente il lettore non professionale, non obbligato, non accademico e spesso antiaccademico, quello che legge per il proprio (e altrui) piacere.

Ma il termine, in realtà, oggi, allude anche a un’altra problematica. E, tra parentesi, sarebbe interessante andare a vedere chi è il lettore comune ai tempi della mutazione digitale, come si è spogliato dell’originario imprinting gutenberghiano, da cui l’iniziale definizione strettamente dipende. Si potrebbe dire che il termine comune si è via via liberato della connotazione di medietà (=essere ciò che è in mezzo, ciò che non è né carne né pesce…), per assumere quella di terzietà (=ciò che è altro, alternativo). Il “comune” indica una sfera, che si va estendendo sempre di più e che è terza tra pubblico e privato, tra stato e mercato. Il comune quindi è il risultato della produzione sociale, in particolare, per quel che ci riguarda, della conoscenza e della intelligenza collettiva (e qui più ancora che al General Intellect penso alla concezione di Lévy o all’elaborazione di Castells sull’intelligenza delle reti); è un proliferare di azioni creative e di relazioni sociali che danno valore alle cose che facciamo, alle cose che si fanno quando si legge. La nozione di comune ha quindi uno stretto legame con la categoria di moltitudine7 e questa con quella di singolarità, perché la moltitudine “è un insieme di singolarità” 8.

Dal concetto di comune discende quello di bene comune, che oggi viene esteso un po’ a tutto, a una sempre più vasta pletora di oggetti o azioni materiali e immateriali. La discussione sulla lettura come bene comune, al netto dell’inflazione del termine, ha senso se la riportiamo al senso del comune (che non è ancora diventato, purtroppo o per fortuna, senso comune…), ossia al fatto che il comune è cosa ben diversa dall’identico, dall’identitario, dal consensuale. La lettura come bene comune è la lettura condivisa, ossia quella che mette in comune le differenze, cioè mette in comune ciò che non abbiamo in comune. E questa operazione ha senso se esiste una comunità di riferimento, una comunità di soggetti, di cui i GdL sono una (piccola) parte e un esempio.

A me non interessa, non so a voi, il GdL come organo di gestione del loisir e nemmeno come strumento di welfare culturale, importantissimo anche perché oggi in via di estinzione; né come organo di alfabetizzazione di massa, o cassa di risonanza promozionale, e perfino nemmeno come osservatorio di lettura – che pure è vitale; a me, forse a noi, interessa il GdL come cellula vivente e mutante di lettura condivisa, esempio lampante della necessità di superare la frattura tra comunità e società, esempio di una ricchezza sociale (la lettura) che viene spartita senza impoverire chi la dona, ma anzi arricchendolo. (...)

grande gaudio

Di tutte (le parole) la più grande è l’amore, ci ricorda la prima Lettera ai Corinzi (13. 1-13). Senza amore e senza piacere la lettura non sarebbe che un cembalo tintinnante. Eppure il piacere del testo, più di quarant’anni dopo Barthes continua a rimanere il grande escluso, demonizzato e rimosso quasi allo stesso modo da conservatori e progressisti e quasi per lo stesso motivo, il suo cosiddetto edonismo. Barthes è stato il primo a enunciare il discorso amoroso della lettura, che è fatto di desiderio, piacere e godimento (e anche di attese e di gelosie, come si è visto). Quel godimento che per Barthes è l’esperienza della perdita durante o dopo la lettura, il momento in cui vacillano “le assise storiche, culturali, psicologiche del lettore”, va in crisi perfino il suo “rapporto con il linguaggio” 9. Anche Elizabeth Long, nella sua analisi dei gruppi di lettura texani, individua nella “perdita del sé” uno degli elementi chiave del loro successo 10.

Se si pensa che il rapporto tra piacere e godimento sia una questione di grado, di quantità, di evoluzione, si avrà una certa visione della storia della lettura; se si pensa, al contrario, come inclina a fare Barthes, che tra questi due momenti ci sia una rottura e a volte una contrapposizione profonda (il godimento è il piacere fatto a pezzi 11), allora anche quella visione avrà un segno diverso. Per quanto riguarda però il ragionamento che qui stiamo svolgendo, e l’approssimazione che richiede, terremo fermo il legame, non necessariamente l’unità, tra piacere e godimento del testo.

Una cosa è certa: se il piacere fa fatica a trovare le parole per dirsi, il godimento – quest’esperienza così forte, così asociale – è indicibile per definizione e quindi fuori dalla tavolozza della condivisione. E allora lasciamo questa tematica anche fuori dalla porta dei GdL? Ci affidiamo all’esperienza puritana della lettura che ci arriva dai salotti americani, dove l’unica trasgressione concessa in un plot irreggimentato è lo sbocconcellamento di un sacchetto di patatine?

Direi sommessamente ma decisamente di no, perché essi, probabilmente, non sopravvivrebbero a questa amputazione. Ne andrebbe della loro capacità di riproduzione, che non a caso, dopo il boom iniziale, è entrata in crisi anche negli USA. Le patatine non contagiano, non gemmano, almeno non abbastanza per spingerci via dal divano in una serata di nebbia. Se il viaggio è da divano a divano meglio stare su quello casalingo, forse.

È che senza un riferimento al discorso amoroso della lettura non c’è neanche la condivisione. Per questo, certo, il discorso del GdL resta un discorso di secondo livello, un metadiscorso: nel GdL non si pratica immediatamente il piacere della lettura, così come non si legge nemmeno insieme, nel senso letterale del termine. Però di questa esperienza si trasmettono alcune parti fondamentali, il racconto, i postumi, le dinamiche, le aspettative, l’incontro, le tracce, i segni di cambiamento, il decorso del tempo e il suo arresto nei momenti cruciali – grande componente del piacere. Qualche volta il piacere viene assaggiato attraverso un passo ad alta voce, una esegesi diretta di un passo, uno sfogliar di pagine alla ricerca di una citazione. Ma quello che è importante è che questo piacere viene testimoniato, trasmesso, documentato, direi, e la sua eco diviene la base di un nuovo piacere comune che è quello della condivisione. Un piacere che quanto più si nutre di ricordi, di memoria e di racconti, tanto più viene declinato al futuro, come attesa desiderante di nuove letture, come suggerimento di nuove piste e segreti. Non il godimento, che sarebbe impossibile, ma il pensiero del godimento viene condiviso.

Nei GdL il piacere viene apparecchiato. La partita che si gioca è proprio quella di dare cittadinanza sociale al piacere solitario della lettura, di trasmetterlo e comunicarlo.

O c’è forse qualcuno che dubita del fatto che, anche in amore, il massimo piacere è dato dalla comunicazione e dalla narrazione?

1 Monique Pistolato, Cari libri. La lettura condivisa come laboratorio di umanità, Milano, Edizioni Paoline, 2014.

2 Gregorio di Nissa; attribuzione incerta.

3 J. Brooks Bouson, The empathic reader. A study of the narcissistic character and the drama of the self, Amherst, University of Massachusetts Press, 1989.

4 Idem, The empathic reader, cit., p. 24 e segg.

5 Yves Ravey, Pudeur de la lecture, Besançon, Éditions Les Solitaires intempestifs, 2003.

6 Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1993, Roma, Newton Compton, 1993, (tit. orig.: A Room of one's own); Idem, Il lettore comune, Genova, il Melangolo, 1995.

7 Paolo Virno, Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee, 4a edizione, Milano, DeriveApprodi, 2014.

8 Antonio Negri, Cinque lezioni di metodo su moltitudine e impero, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, p. 52.

9 Idem, Il piacere del testo, cit., pp. 13-14.

10 Elizabeth Long, Book clubs. Women and the uses of reading in everyday life, Chicago, University of Chicago Press, 2003, p. 87. Cfr. anche: Elizabeth Long e Thompson Joyce, Reading together. Women's book clubs in Texas (Denton, Tex.: Texas Woman's University Media Services, 1996).

11 R. Barthes, Il piacere del testo, cit., p. 51.

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