l-ecrivain-et-philosophe-tristan-garcia-a-paris-le-25-octobre-2013_4518328Federico Francucci

Nato nel 1981, Tristan Garcia è già un filosofo affermato sulla scena euroamericana (discute in pubblico con Alain Badiou, è associato al ricco filone made in USA delle Object-oriented ontologies, nel 2011 ha pubblicato da Puf un interessantissimo libro, Forme et objet. Un traité des choses, che meriterebbe di venire tradotto senza aspettare decenni, così come, meno impegnativa ma molto bella, la sua analisi della serie tv Six Feet Under, intitolata Nos vies sans destin, del 2012), e un narratore che in Francia esce da Gallimard fin dall’esordio del 2008, La meilleure part des hommes (proposto in italiano da Guanda nel 2012, col titolo La parte migliore degli uomini). Non è certo l’ambizione, e per fortuna, che fa difetto al prolifico Garcia, e questo Faber, le destructeur – peccato aver decurtato il titolo originale nell’edizione italiana –, uscito in Francia nel 2013, ne offre ottima testimonianza: per come combina una struttura complessa dalla forte marca metanarrativa all’osservazione minuziosa dell’esistenza quotidiana di persone comuni (il soggetto sociale prevalente del libro è la classe media nel paesaggio urbano occidentale a cavallo tra XX e XXI secolo); e inoltre per come mescola romanzo di formazione, col suo sguardo su infanzia e adolescenza esercitato da dopo (e perciò quasi inevitabilmente malinconico), e romanzo di idee, che riflette sul crollo delle aspettative, all’ingresso nel nuovo millennio, di chi era cresciuto nell’ultima decade del Novecento – anni il cui fervore intellettuale e culturale poggiava su una serie di illusioni destinate a evaporare presto. Il tutto senza disdegnare le tecniche e gli effetti di generi letterari più pop, come il romanzo sentimentale o l’horror esoterico, e puntando scopertamente anche al coinvolgimento emotivo del lettore, per fargli attraversare un arco di tempo lungo più di vent’anni, all’interno di un mondo possibile arredato con estrema dovizia di dettagli.

Tanta roba, come si vede; così tanta che converrà tagliare con una certa rudezza nei delicati tessuti del libro, lasciando cadere aspetti anche di notevole rilievo, e arrivare più rapidamente possibile al motivo per cui secondo me Faber è un romanzo importante e va letto con la più grande attenzione. Quasi tutta l’azione si svolge nell’immaginaria cittadina francese di Mornay, sul fondo della provincia più immobile. Mornay suona come mort-né, certo, e anche come Mourn, pianto e lutto, bagnata in ogni sua pietra dalle acque del fiume Hombre (anch’esso inventato). Difficile riuscire più espliciti: Mornay è un posto dove la vita scorre priva di picchi evenemenziali, sempre uguale e avvolta in un diffuso grigiore che neutralizza tutti gli slanci dell’immaginazione. Eppure, secondo la più classica rottura dell’equilibrio, ai cittadini di Mornay toccherà assistere all’avvento di qualcosa di eccezionale; e questo qualcosa, anzi qualcuno, è proprio Mehdi Faber, bambino e poi ragazzo dai doni stupefacenti, paladino della giustizia tra le pareti della scuola e per le vie della città, stimolo continuo a oltrepassare i propri limiti per chi lo frequenta, fuori standard al punto da non sembrare nemmeno di questo mondo. Fin dalle elementari Faber sceglie Madeleine e Basile per formare una specie di terzetto inseparabile; la forza trascinante di Faber farà loro scoprire libri, musica, cinema, e poi, mentre la distanza dalle rispettive famiglie e l’insoddisfazione rabbiosa per quanto li circonda crescono sempre di più, l’impegno politico; e capillarmente innervati in tutto questo stanno l’attrazione, l’amore, la gelosia, la paura, in Maddie e Basile, che Faber li tradisca, li abbandoni.

Ma a un certo punto si scopre che il racconto di questi anni, dal 1981 al 1996, distribuito tra i punti di vista dei tre personaggi principali, ci arriva da un secondo livello narrativo incastonato nel primo. Basile infatti sta scrivendo un romanzo con cui cerca di fissare i suoi ricordi di Faber, elaborando il lutto dell’improvvisa scomparsa dell’amico, che si volatilizza misteriosamente nel 1996, e insieme cercando di esorcizzarne lo spettro che continua a ossessionarlo. La stesura dell’opera è molto avanzata, e manca solamente del finale. Siamo, adesso, nel 2011. Basile ha trent’anni, è rientrato nei ranghi, insegna nel liceo che ha frequentato da studente. Una sorte simile è toccata a Maddie, farmacista. Dei sogni e delle lotte di quindici anni prima è rimasta solo la cenere; Mornay e la Hombre hanno spento tutto. Solo ora veniamo a sapere che Basile fa di cognome Lamaison – crudele ironia.

Allora forse possiamo capire perché, nel romanzo di Basile che sta dentro il romanzo di Garcia, lentamente si affacci, prima tramite indizi e poi in una visione mostruosa, l’ipotesi della natura demoniaca di Faber, e l’idea che il grande amico, e il grande amore, sia anche causa di rovina e distruzione per i suoi due compagni – Faber il distruttore, appunto, caduto sulla terra per metterla a ferro e fuoco, ma forse anche per rifarla tutta nuova, dopo. Basile e Maddie fanno di tutto per non odiare la loro vita, ma dato che Faber – ossia, per parlare non più in figure, Lucifero: spirito della lotta e dell’intelligenza non domata dalla forza delle cose – li ha toccati, ciò risulta per loro impossibile. Il diavolo della rivolta, che non vaga più per le strade di Mornay, abita ancora un angolo della loro anima, e guasta i ritmi sonnolenti del lavoro, i tiepidi rapporti di coppia, il sapore del cibo biologico e della Coca zero. Il nome di ciò che i due provano per l’antico compagno è risentimento, la più triste delle passioni tristi. E, logica conseguenza, il loro desiderio si avvolge malignamente su di sé per desiderare la propria estinzione. È per questo che, consapevoli di quello che rischiano, decidono di far tornare l’amico, anzi il nemico. Basile deve finire il suo romanzo: Faber deve morire. Il romanzo di Garcia comincia su Maddie che scova Faber, derelitto, irriconoscibile e puzzolente (nel 2011 i titoli della rivoluzione non sono certo alle stelle), per riportarlo a Mornay.

Ma Faber non morirà, e Basile non finirà il romanzo. Lo finirà, invece, qualcun altro, che sulla pagina si presenterà come «l’autore del romanzo che state leggendo». Si chiama Tristan, nel 2011 è un liceale; diventerà scrittore, farà in modo che il risentimento non schiacci un’eredità difficilissima da raccogliere, ma non per questo meno necessaria, per noi tutti abitanti di Mornay.

Tristan Garcia, che è un po’ Tristan, un po’ Basile, e un po’ Faber, fuori dai suoi libri è un filosofo realista. Che però ha dimostrato, nelle vesti di romanziere, coi fatti, come si possano fare i conti in maniera non isterica né banalmente demolitoria, pur attestandosi su posizione ideologiche e concettuali diverse, con il romanzo postmodernista. È una lezione, credo, da meditare.

Tristan Garcia

Faber

traduzione di Sarah De Santis

NN, 2016, 408 pp., € 19

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2 Risposte a Tristan Garcia, Faber deve morire

  1. […] Su Trollipp Su D di Repubblica Su Il mondo di Athena Su Libri in pantofole Su Casa di ringhiera Su Senzaudio Su Liberi di scrivere Su A mente acida Su Leggiamo Su …il piacere della lettura Su Athenae Noctua Su gli amanti dei libri Su Sul Romanzo Su alfabeta2 […]

  2. gianmaria ha detto:

    dopo aver letto l’articolo ho comprato immediatamente questo libro.
    Voi non avete mai avuto la sensazione che le persone con cui siete entrate in contatto abbiano ottenuto, dalla vostra conoscenza, un peggioramento del proprio stato filosofico- mentale? Che le vostre osservazioni sulla ineffabilità del significato di ogni cosa non siano state per loro uno sputo per accrescere la propria consapevolezza ma una ragione per sprofondare nel nichilismo? Spero di trovare a mia volta conforto in questa lettura

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