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Callum Hill, For Eva Rising, single channel video, 03’05’’, 2016. Foto Nicolò Panzieri

Milo Adami

Una piccola ma peculiare mostra ha esposto a Firenze la molteplicità di codici, formati e tematiche nelle quali si orienta oggi il multiformato delle immagini in movimento digitali. Il curatore Leonardo Bigazzi ha scelto come luogo espositivo non una galleria bensì il Cinema Teatro La Compagnia di Firenze, edificio convertito in teatro nel 1987 da Adolfo Natalini – tra i protagonisti dell’architettura radicale degli anni Settanta – e da poco meno di un mese tornato in attività come sala dedicata al documentario e al cinema d’artista.

Il titolo della mostra, VISIO. Outside the Black Box (letteralmente «fuori dalla scatola nera») allude a un dibattito che negli ultimi vent’anni ha coinvolto artisti, critici e studiosi portandoli a interrogarsi su quali siano oggi i contesti, espositivi e non (gallerie, musei, cinema, biennali, spazi urbani) nei quali esibire i continui sconfinamenti che da un medium all’altro attraversano le immagini in movimento. Le pareti bianche di una galleria o quelle nere di un cinema da sole non possono più contenere immagini che costantemente transitano da un genere, dispositivo e schermo all’altro, senza alcuna continuità mediale. Dunque qual è il luogo? Come simili frammentazioni dello sguardo mutano la nozione di pubblico, di spazio e di esperienza visiva?

Visio. Outside the Black Box guarda alle immagini in movimento come a una famiglia audiovisuale unita seppur nel rispetto delle reciproche singolarità, codici, formati e linguaggi spesso sovrapposti gli uni agli altri; e lo fa attraverso una riflessione su ciò che le immagini oggi rappresentano e sul grado di controllo e consapevolezza che gli artisti dimostrano nei confronti dei mezzi di produzione video che la tecnologia mette loro a disposizione. Propone dodici opere video di artisti europei under 35 selezionati con un bando aperto e le espone ovunque all’interno del cinema Teatro la Compagnia, tranne che sul grande schermo: nel retro palco, nelle gallerie, negli ex camerini degli attori, portandoci a esplorare luoghi che normalmente agli spettatori sono sconosciuti. Più che un uscire dal cinema è un girarci intorno, attorno a ciò che non è, scoprendo le varie forme e declinazioni di un immaginario audiovisivo estremamente variegato con il quale oggi deve saper convivere.

Ci sono artisti, sostiene il curatore, che riconoscono nel cinema la capacità di raggiungere un pubblico diverso rispetto all’arte contemporanea, augurandosi con le proprie opere diffuse in sala di incontrare un tipo di esperienza più intima, coinvolgente e collettiva; altri preferiscono installare i propri video nello spazio, senza continuità temporale, rifiutando l’assimilazione allo schermo cinematografico e ai contesti del cinema. Gli artisti in mostra riflettono tale diversità e al contempo si confrontano con la complessa natura delle immagini che li circondano, interagendo con le imminenti contraddizioni del loro presente, dimostrando in questo una maturità e coscienza critica inaspettata. Emmanuel Van der Auwera, in Central Alberta, riflette ad esempio sulle dinamiche di una società sovraesposta ed emotivamente anestetizzata dalle immagini di violenza. Nel suo video una serie di attori recitano testi estrapolati dal forum di un raccapricciante sito di condivisione di video e immagini cruente («BestGore») quali omicidi, suicidi, torture e incidenti mortali. Caterina Eric Shanta in Palmyra si avvale invece della tecnica del found footage o del video remix per montare in sequenza una ricerca durata un anno e mezzo di immagini trovate sul web che raccontano la progressiva distruzione della città di Palmira.

Un’ulteriore linea di sviluppo che affiora ruota intorno al rapporto tra uomo e mondo, ambiente e tecnologia, fattori con i quali la nostra esperienza della realtà è costantemente ri-mediata. In The Retake di Jean Hubert, allestito in verticale sul fondo del corridoio interno dei palchetti laterali del cinema, due attori, un uomo e una donna seduti uno di fronte all’altro a un tavolo, leggono e interpretano facendolo proprio un testo composto da tra anni di conversazioni private scambiate da una coppia via sms su WhatsApp.

La mostra aderisce a un progetto più ampio intitolato VISIO, promosso dallo Schermo dell’arte film festival di Firenze, il cui compito negli ultimi cinque anni è stato quello di mappare le evoluzioni dei codici visivi associati alle immagini in movimento, concentrandosi in particolare nell’aiutare giovani artisti europei a confrontarsi e promuoversi con una rete di professionisti del settore. La nuova generazione di artisti che il progetto ha monitorato in questi anni, tutti nati negli anni Ottanta e formatasi nelle accademie d’arte d’Europa, nati col magnetico ed elettronico e cresciuti col digitale, da un lato porta memoria di tale passaggio, spesso integrando nei propri progetti desueti dispositivi di proiezione come proiettori pellicola, diapositive, fotografie in bianco e nero, VHS, archivi cartacei e fotografici, facendo propria un’attitudine citazionista che li lega sentimentalmente alla storia che li ha preceduti. Altre volte, sempre più di frequente, gli artisti più giovani si muovono tra i formati digitali come fossero in un grado zero dell’esperienza: sperimentando, mescolando materiali di alta e bassa risoluzione, ignorando la storia che li ha preceduti e abbandonandosi senza filtri e condizionamenti alle nuove tecnologie. Ricorrono a ogni tecnica di postproduzione (dal 3d all’animazione e alla motion graphics) e registrazione video, da un cellulare a una videocamera a basso costo, o a immagini trovate e piratate dal web; per loro il video oggi è un pulviscolo multiforme di possibilità, un mezzo soprattutto veloce, economico e istantaneo. Una sorta di ingenuità naïf convive con un forte, intimo e impellente desiderio di voler esprimere, comunicare e condividere con l’altro le urgenze del contemporaneo.

Il percorso di Laura O’Neill – la più giovane in mostra, 24 anni – è particolarmente significativo. Nel suo video Kingcross st Pancras (locomotion) manipola un filmato da lei girato sul luogo di un tragico incidente mortale occorso a un suo amico, sovrapponendovi una stilizzata e fantasmatica figura femminile, disegnata in animazione, che nuda sembra danzare, leggera e macabra, rivelando attraverso il proprio corpo le terribili immagini sottostanti. Senza una formazione come video artista, provenendo da studi artistici ma di scultura, Laura racconta di essere cresciuta tra videogames e video musicali, il suo cellulare è il suo notebook sul quale archivia eventi sporadici della sua vita privata. Nessun legame con la storia del video che l’ha preceduta, questa è la sua peculiarità. Anche Karima Ashadu – 31 anni, nigeriana di origine ma nata in Inghilterra – si è formata in una scuola d’arte e si è avvicinata tardi al video. In lei matura un approccio più misurato e premeditato: nello spazio del retropalco dello schermo del cinema espone la sua videoinstallazione Makoko Sawmill, dove lavoratori nigeriani in un cantiere di Lagos vengono seguiti e reinquadrati da due misteriose virtuali figure trapezoidali. Karima rifiuta il cinema quale luogo dove esporre i propri video, ciò che le interessa è il confronto con uno spazio reale e instaurare con lo spettatore un rapporto intimo, unico e irrepetibile.

Data una simile varietà di approcci all’immagine e alla modalità di fruizione, sono i luoghi istituzionali e consolidati quali cinema, festival, musei e gallerie a doversi oggi trasformare alla luce della frammentazione dei codici visivi. Accogliere la molteplicità delle storie e delle fonti, nonché le tensioni generate dall’incontro, scontro, confronto, prossimità e sovrapposizione tra le svariate immagini in movimento che circolano nei più disparati contesti, reali e virtuali, ci aiuterebbe a comprendere ed interpretare con meno pregiudizi e maggiore serenità le complesse stratificazioni della nostra cultura visiva, imprigionata in diatribe accademiche che hanno tenuto troppo spesso distanti i settori disciplinari del cinema dal confronto con quelli delle arti elettroniche e digitali.

VISIO. Outside the Black Box

a cura di Leonardo Bigazzi

Firenze, Cinema Teatro La Compagnia, dal 16 al 20 novembre 2016

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