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Léon Bakst, La Reine et son page, 1921 © National Gallery of Australia, Canberra

Valentina Parisi

A Montecarlo di fronte all’edificio dell’Opéra o Grand Théâtre, inaugurato nel 1879 a mo’ di fastosa dependance annessa alla non meno sontuosa architettura del Casinò, ci s’imbatte nel busto insolitamente sobrio di un signore dai lineamenti fini e un po’ esotici che, stagliandosi sull’azzurro del mare, fissa il teatro con aria malinconica. Decifrando a fatica l’iscrizione dilavata dal tempo, si scopre che quel gentiluomo, assiso sul suo piedestallo di granito rosa e attorniato da un superbo sfondo di palme, altri non è che Sergej Djagilev, geniale impresario dei Balletti russi che, con la dislocazione spaziale di una Russia in gran parte immaginaria nella capitale delle capitali, Parigi, aprì una pagina irripetibile nella storia delle avanguardie d’inizio secolo.

Matisse, Picasso, de Chirico, Braque, Derain, Debussy, Stravinskij, Ravel, Satie – questi gli artisti che legarono il proprio nome alla compagnia di ballo fondata nel 1909. Un progetto destinato a lasciare un’impronta decisiva non solo nell’evoluzione del balletto e della musica, ma anche – e forse non sorprendentemente – in quella della moda, grazie alla lunga collaborazione di Djagilev con Léon Bakst, immaginifico costumista e scenografo. Ed è proprio su quest’aspetto che si incentra la mostra Designing Dreams, a Celebration of Leon Bakst.

La scelta del luogo non è casuale: a Montecarlo la compagnia si trasferì infatti già nel 1922 (sull’onda degli entusiasmi suscitati a Parigi nel decennio precedente), installandosi nella sua prima sede stabile grazie al sostegno del principe Pierre. Cosicché non c’è da stupirsi se Monaco, oltre all’archivio privato di Serge Lifar, étoile dei Balletti, si trova anche una notevole collezione dei costumi utilizzati dalla troupe. Combinando liberamente le suggestioni più disparate, Bakst aveva rivestito i danzatori di Djagilev di veri e propri abiti da sogno, incarnando le proiezioni oniriche della Belle Époque. Difficile individuare anche una sola allusione stilistica riferita a un altrove barbaro, «selvaggio» e squisitamente esotico, che l’artista di origini ebraiche (nato a Grondo, ora in Bielorussia, nel 1866) non avesse saputo recepire e far sua.


Nei costumi per i Balletti Russi la fascinazione per un Oriente da Mille e una notte (
Salomé, 1908; Cleopatra, 1909; Shéhérazade, 1910) si fonderà inaspettatamente con le reminescenze del soggiorno di Bakst in Grecia e a Creta nel 1907 (Narciso, 1911; Elena di Sparta, 1912), ma anche con il retaggio del Medioevo più oscuro (Ivan il Terribile, 1911; Il martirio di San Sebastiano, 1911) o addirittura con la ieraticità dei danzatori di Siam (Le Dieu Bleu, 1911), esibitisi a Pietroburgo nel 1900. Alle pesanti sete e ai taffetà delle creazioni per il balletto d’ambientazione georgiana Tamara, o ai broccati ricamati per Ivan il Terribile (cui è dedicata un’intera sala al piano superiore) fanno invece da contraltare le impalpabili mises adattate direttamente al corpo del più iconico danzatore di Djagilev, Vaslav Nijinsky. Prima di cadere preda della follia verso la fine degli anni Dieci, il ballerino venuto dalla campagna russa farà in tempo a reincarnarsi nello Spettro della Rosa (indossando un modernissimo body trapunto di petali), ma soprattutto nel Fauno di L’Après-midi d’un faune, sfoggiando un’attillatissima calzamaglia a larghe chiazze che evocava il mantello di un animale immaginario.

Decisamente più tradizionali appaiono invece i lambiccati costumi per La bella addormentata (1922) che, per il loro sfarzo eccessivo, fecero quasi fallire la compagnia. La fantasia sfrenata di Bakst esigeva mezzi ancora più imponenti; non a caso, i ultimi due anni della sua vita l’ex sodale di Djagilev li trascorse decorando gli interni delle ville di ricchi magnati americani (tra cui anche la casa londinese di James Rotschild) e disegnando tessuti ispirati ai motivi ornamentali russi o dei nativi americani per il tycoon statunitense della seta Arthur Selig (alcuni – splendidi – sono esposti nel corridoio d’ingresso).

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Léon Bakst, Ritratto di Vaslav Nijinsky ne « L'Après-midi d'un faune », 1912 Collezione privata, Parigi

Ma in realtà la collaborazione di Bakst con le case d’alta moda era iniziata ben prima, quando a Parigi, tra il 1913 e il 1914, aveva realizzato abiti e accessori per le maison di Jeanne Paquin e Camille Roger, oltre che per le sue amiche Luisa Casati e Ida Rubinstein. D’altronde le signore francesi, dopo aver assistito ai balletti di Djagilev, non chiedevano altro che di trasformarsi in una Ninfa o in una Perì grazie all’intervento del suo costumista. Nelle sue memorie il sarto-simbolo della Belle Époque, Paul Poiret, raccontava in tono piccato di averne scontentata più d’una «che si era recata da me con un bell’acquerello comprato a caro prezzo da Bakst, perché mi rifiutavo di interpretare le idee di qualcun altro». A suo giudizio, c’era ben poco da estrapolare da quelle invenzioni teatrali: «Erano troppo sopra le righe per poter ispirare un creatore di moda che debba fare i conti con la vita reale». Un timore che certo non dovette nutrire Yves Saint Laurent: il quale nel 1976 realizzò un’intera collezione ispirata proprio ai Balletti Russi. A Villa Sauber, in una saletta, le sue indossatrici continuano a sfilare sullo schermo in modalità loop, come se il sogno di Bakst non fosse mai terminato.

Designing Dreams, a Celebration of Leon Bakst

a cura di John E. Bowlt con Celia Bernasconi

Monaco, Nouveau Musée National, Villa Sauber, fino al 15 gennaio 2017

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