43-referendum_immagineG. B. Zorzoli

Una convincente conferma delle motivazioni di fondo che hanno portato al risultato del referendum, ce la fornisce il confronto tra questo voto e quello del 2014 per l’elezione del parlamento europeo.

In comune le due consultazioni hanno infatti la circostanza di non essere soggette ai condizionamenti presenti nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento: il classico rapporto clientelare e le pressioni di mafia, ‘ndrangheta, camorra (l’identificazione identitaria con una forza politica è fattore che oggi pesa molto meno di un tempo e non è più garantito a priori). Entrambe le elezioni erano quindi molto più libere, consentendo all’elettore di manifestare con molta autonomia il proprio orientamento o, spesso, lo stato d’animo prevalente quando si recava alle urne.

Nel 2014 le elezioni europee ebbero luogo pochi mesi dopo la nomina a capo del governo di Renzi, connotato da tre fattori di novità: l’età, la volontà di rottamare i vecchi protagonisti del suo partito, essere fino a pochi mesi prima estraneo alla politica nazionale. Renzi sembrava dunque incarnare alla perfezione il ruolo dell’anti-establishment, immagine che ha provocato la spettacolare crescita dei voti al suo partito: dal 25% dell’anno prima a più del 40%, un risultato senza precedenti.

Spesso anti-establishment viene utilizzato come sinonimo di populismo, che certamente ne rappresenta una componente, accanto però a motivazioni meno ideologizzanti e più concrete. Non a caso nel referendum la più alta percentuale di no si è riscontrata tra gli elettori tra 18 e 35 anni, dove massimo è il disagio sociale per la mancanza o la precarietà del lavoro, mentre chi ha un’occupazione fissa riceve retribuzioni inferiori alle attese, comunque non confrontabili con quelle della generazione precedente alla medesima età. Fenomeno confermato dalla diminuzione della percentuale dei no al crescere dell’anzianità degli elettori.

Qualsiasi sia il giudizio sui quasi tre anni del governo Renzi, è fuor di dubbio che le attese di un cambio significativo di rotta sono andate deluse: crescita non esaltante degli occupati, mancato, o modesto, miglioramento delle loro condizioni di lavoro, mance – tipo bonus di varia natura – che hanno probabilmente offeso più che gratificato, sarebbero ragioni sufficienti a motivare il disincanto. Probabilmente nell’attuale situazione (italiana e internazionale) non si poteva fare molto di più, ma a livello delle enunciazioni di principio, sì. Viceversa, a parte qualche rara e generica sparata verbale, contro ben identificabili condizioni immeritate di privilegio Renzi ha evitato di pronunciarsi (il caso delle banche è esemplare), mentre è stato prodigo di elogi nei confronti delle élite (si pensi ai reiterati apprezzamenti per l’operato di Marchionne). Last but not least, l’eccesso di ruoli importanti assegnati a persone provenienti da Firenze e dintorni ha fatto a pugni con la promessa rottamazione del passato, di cui questo costume era parte integrante.

La mancanza o l’inadeguatezza dei segnali di cambiamento è allora entrata in sinergia con la carenza di critiche all’establishment e ha provocato la slavina dei no, riproducendo in Italia, “la rabbiosa protesta anti-establishment e anti-globalizzazione [che] ha fatto prima vincere la Brexit e ha ora portato Trump alla Casa Bianca, creando una profonda spaccatura, non facilmente sanabile, in entrambi i paesi; nella società americana, senza precedenti dai tempi della guerra civile”, come paventavo nel mio intervento su alfapiù del 22 novembre scorso (Onde lunghe e pericolo iceberg). Una protesta provocata dal disagio sociale, ma, soprattutto, dalla mancanza, finora, di proposte in grado di fornire prospettive diverse per il futuro, E così concludevo: “Anche se il personaggio non ci piace, il nemico comune oggi non è Renzi”.

Conclusione che continuo a sottoscrivere. Vorrei che non fosse così, ma purtroppo temo che l’esito del referendum riproporrà la situazione che portò la vecchietta di Siracusa ad augurare lunga vita al tiranno Dionisio, perché il suo successore sarebbe stato certamente peggiore di lui.

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3 Risposte a Lunga vita al tiranno Dionisio

  1. Paolo Fabbri scrive:

    caro GB., immagino che augurando lunga vita al tiranno, tu ti riferisca a Dioniso il Giovane, noto per l’interesse verso le opinioni dei costituzionalisti. Infatti, quando Platone venne a Siracusa con dei progetti di riforma fu imprigionato da Dioniso almeno per un anno. Chissà se il filosofo la pensava come la tua vecchietta “populista”! tuo Paolo Fabbri

  2. Raffaella Battaglini scrive:

    ricordiamo perfettamente il precedente articolo di G.B. Zorzoli, che già ci aveva innervosito parecchio.Non abbiamo alcun bisogno che ci vengano elencate le pecche del governo Renzi, le conosciamo benissimo.”La slavina dei no”, lungi dall’essere un segnale preoccupante,è invece il segno che il popolo italiano, nonostante la campagna populista e intimidatoria di Renzi, non si è fatto imbrogliare e si è opposto alla controriforma del pataccaro di Firenze.Dovremmo andarne orgogliosi, e invece “Lunga vita al tiranno Dionisio”? Ma stiamo scherzando?

  3. paolo fabbri scrive:

    In un intervento su Alfabeta, “Avatar, politico e festivo” nel preistorico 2013 , a seguito della designazione di Renzi a segretario del PD, avevo ricordato che il furbone “in un testo che la scrive lunga, “Tra De Gasperi e gli U2”, Giunti ed., Firenze, 2006 (…) asseriva che i giovani, tediati dalle diatribe sui valori democratici, prendono la bandiera rossa per un significante della Ferrari e l’Internazionale non come inno, ma come il designatore rigido di una squadra di calcio: l’Inter.” E avevo rivendicato il ” diritto intellettuale: non credere prima facie alla resistibile ascesa degli Avatar: manco una parola, neppure un’immagine”.

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