dor2_gericault_001fFrancesco Fiorentino

150 persone stipate su una zattera di 20 metri per 7, l’acqua che arriva fino ai fianchi. Pochi giorni dopo, quando vengono tratti in salvo, sono solo in 15. Non è il Mediterraneo di oggi ma l’Oceano Atlantico di 200 anni fa. Un naufragio non di colonizzati ma di colonizzatori, rimasto nella memoria collettiva soprattutto grazie al monumentale quadro di Théodore Géricault, Le Radeau de la Méduse (1819).

Nel 1816 l’Inghilterra aveva restituito alla Francia il Senegal, occupato durante le guerre napoleoniche. Il governo francese manda quattro fregate piene di soldati di fanteria, funzionari, ingegneri a ricostruire la colonia. Una di esse – la Méduse, con a bordo 400 passeggeri tra cui il nuovo governatore del Senegal – si arena, le scialuppe di salvataggio non bastano per tutti e il capitano ordina di costruire una zattera con alberi e pennoni. Messa in mare, la zattera va subito alla deriva. Inizia una spaventosa lotta per la sopravvivenza; già al terzo giorno i naufraghi cominciano a mangiarsi i cadaveri.

Una vicenda mostruosa che ha ispirato opere d’arte molto diverse: un dramma di Georg Kaiser, un numero di Asterix, un oratorio di Hans Werner Henze, un progetto di John Connell e Eugene Newmann, un film di Iradj Azimi e altro ancora. Nel romanzo Das Floß der Medusa (La zattera della Medusa), di imminente uscita per Zsolnay, la vicenda è di nuovo ripercorsa, appassionatamente, da Franzobel, eccentrico scrittore austriaco nato nel 1967, che tra i suoi modelli annovera «Reinhard Priessnitz e Konrad Bayer, Heimito von Doderer, il gruppo Oulipo, i dadaisti, Truman Capote, Bulgakov, Daniil Charms, Pasolini e molti altri». Il 16 novembre – nell’ambito di In altre parole, la Rassegna di drammaturgia internazionale contemporanea curata da Pino Tierno, Simone Trecca e Ferdinando Ceriani, e giunta alla XI edizione – è stato presentato al Teatro Argentina di Roma il suo dramma Paradiso (1998), dove tre presunti serial killer evadono per conquistare la libertà, ma poi si scoprono circondati dal teatro, prigionieri di una finzione che neanche la morte di uno di loro riesce a interrompere. Un paradiso è il teatro, ma anche un inferno.

A proposito di realtà e finzione. Franzobel: in realtà Lei non si chiama così, ma Franz Stefan Griebl. Perché uno pseudonimo? È la scrittura che richiede l’abbandono del proprio nome?

Il nome Franzobel è nato 25 anni fa da uno scherzo tra studenti, è nato dalla fusione del nome di mio padre (Franz) e del cognome da nubile di mia madre (Zobl). Poi mi hanno chiesto spesso che significa questo nome e io ho cominciato a inventarmi delle storie. Una dice che il nome viene da una partita di calcio tra Francia e Belgio finita 2 a 0, sullo schermo c’era indicato il risultato FRANK 2:0 BEL, il due trasformato in Z ed ecco qua Franzobel. La decisione di assumere uno pseudonimo ha per me a che fare anche con il ruolo dell’autore nella scena letteraria. Uno pseudonimo non è necessario ma rimanda a un personaggio di finzione, al fatto che l’autore e la persona reale non sono del tutto la stessa cosa. Nel frattempo però anche mio figlio piccolo mi chiama Franzobel.

Lei scrive moltissimo: romanzi, drammi, lirica, saggi, libri per ragazzi. Sembra avere un rapporto felice con la scrittura. E anche con la notorietà?

Escapismo! Fuga dal mondo! Questa è quello che cerco e trovo nella scrittura. Ma anche senso e ordine e salute. La notorietà, il successo sono un equivoco, perché ogni comprensione è un equivoco, perché ognuno comprende sempre soltanto quel che vuole comprendere. Il successo è un equivoco anche perché nel mercato della letteratura e dell’arte sale a galla sempre qualcosa di diverso, mentre altro affonda. Il successo è relativo, i bestseller di oggi riempiranno le cantine di domani.

Il successo è un equivoco spesso fondato sullo scandalo sulla provocazione. I suoi romanzi sembrano individuare nel sesso e nella violenza le uniche molle delle azioni umane, cosi come i suoi personaggi sembrano definiti solo dalle loro perversioni. C’è anche il tema scabroso dell’abuso sui minori, della pedofilia. In Scala Santa oder Josefine Wurznbachers Höhepunkt, per esempio. Ha ancora senso oggi un’estetica della provocazione?

Sono sempre stato affascinato dagli abissi della psiche umana, dal grottesco occultato dietro la facciata borghese, dai mostri che si nascondono dietro gli umanisti. Le persone «normali» non mi interessano, neanche quelle che appaiono nei miei romanzi. Per quanto riguarda la Scala Santa, quel romanzo è la riscrittura di un romanzo pornografico molto popolare, Josefine Mutzenbacher ovvero La storia di una prostituta viennese da lei stessa narrata, apparso anonimo a Vienna nel 1906 e probabilmente scritto da Felix Salten, l’autore di Bambi. Ero irritato dal fatto che durante tutto il romanzo Mutzenbacher era minorenne.

Non si tratta di provocazione, non mi interessa la provocazione, sarebbe troppo noiosa e non funzionerebbe neanche. Si tratta piuttosto di una reazione alla provocazione del mondo, che io continuo a sentire come mostruoso, immorale, immensamente falso. Forse cerco solo di comprendere la bestia uomo.

Come autore di teatro ho vissuto due grandi scandali. Hunt tratta della guerra civile nell’Austria del 1934, un evento che alcuni politici avrebbero preferito continuare a lasciare sotto silenzio. Il dramma è stato un grande successo. Diversamente è andata con Moser, in cui mi sono occupato di Hans Moser, un attore popolarissimo, e della sua connivenza col nazismo. E in quel caso ho toccato una ferita aperta, in Austria, e provocato ondate di indignazione. Entrambi gli «scandali» hanno sviluppato una dinamica propria non più controllabile: ognuno vi ha sentito quello che voleva sentire; e siamo di nuovo al tema dell’equivoco.

Passiamo invece al tema del naufragio, al suo prossimo romanzo. Con la vicenda che si nasconde dietro il quadro di Géricault è stato amore a prima vista, un amore passionale, stando a diverse sue dichiarazioni. Come se il rapporto con una storia da raccontare avesse qualcosa di un rapporto erotico con una donna.

Se non ci si infiamma, se non ci si innamora e non si è disposti a abbandonarsi totalmente alla passione, non si possono passare migliaia di ore a fare una cosa. È davvero un rapporto erotico, un essere-affascinati, un avvicinarsi, un farsi-sedurre, fino al lavoro giornaliero sulla relazione, fino alla paura del raffreddarsi della passione ecc. E da ultimo sta poi il figlio in comune, il romanzo finito.

Nel 2015 Banksy dipinge a Calais un graffiti ispirato al quadro di Géricault: sulla zattera si vedono profughi dei giorni nostri. Nelle vicinanze si trovava un campo nomadi illegale. La vicenda della Medusa riguarda anche i tragici naufragi nel Mediterraneo di oggi? Anche se poi si tratta non della storia di una emigrazione tragicamente fallita, ma di una colonizzazione che naufraga inaspettatamente.

Da circa un decennio so di queste tragedie che hanno come teatro il Mediterraneo e sono sempre ancora senza parole di fronte all’indifferenza con cui in Europa vengono tollerate queste migliaia di morti. Ogni anno un 11 settembre. È orribile! E sì, tutto questo sta sullo sfondo nel mio romanzo, anche se forse non è immediatamente visibile, ma è ben percepibile, credo.

Erano tutti colonizzatori i naufraghi, ma tra i 15 superstiti solo uno era soldato semplice, gli altri tutti ufficiali.

Ero molto interessato a capire quanto i valori dell’Illuminismo avessero ancora validità in una situazione così estrema. Quasi per niente. Che i più alti in grado siano sopravvissuti e i soldati semplici no, è un fenomeno interessante riguardante le dinamiche di gruppo. Ma spiegabile per me non lo è. Sarebbe potuta andare anche altrimenti.

In Una modesta proposta, il celebre pamphlet satirico di Swift, per risolvere i problemi di sovrappopolazione, miseria, disoccupazione e criminalità in Irlanda viene avanzata la proposta di ingrassare i bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri o anche di esportarli a Londra. Nel XVIII e nel XIX secolo l’antropofagia non era un tabù, almeno sui mari. Persino la Chiesa apostolica lo permetteva se praticato in caso di assoluta necessità. Sembra quasi un’ammissione del carattere in ultima istanza cannibale del colonialismo.

La tratta degli schiavi ha finanziato la rivoluzione industriale, quindi abbiamo nei confronti dell’Africa una colpa storica, un debito storico non ancora saldato. Perciò non possiamo lamentarci della migrazione. Noi non siamo cannibali, ma continuiamo a divorare (almeno metaforicamente) esseri umani del Terzo mondo.

Lei ha preso pubblicamente posizione contro Nobert Hofer, il candidato della destra austriaca alla carica di Presidente federale. Com’è stata accolta la vittoria di Trump in Austria?

Con grande scetticismo, ma tanti sono contenti, perché vedono in lui un combattente contro i predoni delle banche d’investimento di Wall Street. È – credo – un fenomeno interessante, ma anche pericoloso: la «gente comune» spesso affida la propria lotta contro il capitalismo ai politici di destra. Anche Hitler ha speculato con la paura di una lobby ebraica che avrebbe deciso le sorti della finanza mondiale. Sono paure ottuse, che io come scrittore vorrei comprendere e che in parte comprendo anche, quelle di cui si servono gli Hofer e i Wilder, i Le Pen e i Trump. La sinistra non sa come affrontarle. Il che è molto pericoloso e molto triste.

Lei ha partecipato a progetti di Mail Art, un movimento che con l’avvento di Internet ha assunto una qualità del tutto nuova. Qual è il suo rapporto con Internet e con i social network?

Ha un andamento ciclico: ogni tanto ho il mio periodo di intensa frequentazione dei social network, seguito poi da una fase di astinenza. Facebook è una geniale invenzione dei servizi segreti, un Grande Fratello su base volontaria. Ma tutto quello che oggi ancora interessa sono le nostre abitudini di consumatori. Io cerco di prendere la cosa non troppo sul serio, qualche volta ci casco, ma mi accorgo di continuo che non ne traggo grandi frutti. Non vorrei più fare a meno di Internet come possibilità di effettuare ricerche sui temi più disparati. Proprio nel caso di un romanzo storico come La zattera della Medusa la possibilità di googlare è stata fondamentale. Sì, lo so, avrei potuto fare lo stesso usando lessici e dizionari, ma certe volte le domande sono così complesse che la velocità della ricerca in rete è di grandissimo aiuto.

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