robinuAngelo Guglielmi

Il film Robinù, sui ragazzi dei bassi di Napoli, prima ancora della specifica trattazione del tema, contiene l’indicazione delle regole capitali cui (alle quali) chi lavora con i media dovrebbe aprire le orecchie. Vedere il film intanto significa capire perché oggi c’è nostalgia per quella televisione di un tempo (Rai Tre) in cui Michele Santoro dirigeva Samarcanda. All’origine di quella Rete vi era anche una convinzione di Pier Paolo Pasolini (di cui peraltro chi scrive al di fuori di Petrolio criticava ferocemente la produzione narrativa) – anticipata invero da Roberto Rossellini e da tutto il grande neorealismo cinematografico –, il quale si diceva all’incirca «stanco di parlare delle cose con le parole, voglio parlare delle cose con le cose». Robinù realizza questa intuizione. Nel film non vedrete mai la faccia di Michele, non lo sentirete parlare né sarete disturbati da alcuna voce fuori campo: vedrete solo immagini e, se parole, quelle pronunciate dalle persone raffigurate da quelle immagini. E non le percepirete tutte, alcune (molte) vi sfuggiranno perché sono pronunciate in stretto napoletano (la sola lingua che i ragazzi dei bassi conoscono). Ma non vi preoccupate. Le immagini sono così potenti da non avere (quasi) bisogno di parole. Parlano con ciò che vedrete.

E cosa dicono i ragazzi (di appena dieci undici anni) dei bassi di Forcella e degli altri quartieri popolari di Napoli? Non vanno a scuola perché le scuole non sono in grado di riceverli (gli insegnanti e le pedagogie attuate rispondono a altre domande e necessità); non dispongono (perché non ce ne sono) di altre opportunità a misura della loro condizione; sentono l’urgenza di costruirsi un proprio futuro; sono pieni di energie e di vitalità; appartengono a famiglie e genitori che non avevano nulla come loro e hanno dovuto ingegnarsi per cavarsela; e anche loro certo devono cavarsela ma vi dedicano maggiore energie e determinazione (perché loro, a differenza dei genitori, già appena adolescenti avvertono il bisogno di contare); e vi si impegnano scegliendo come risorsa determinante la strada teatro di rapine e ogni alto sopruso, intimidazione e ricatti; spaccio allargato di droga; presto si organizzano in comunità solidali che non per forza fanno capo a cosche esterne ma dalle quali difendono l’autonomia di operare e la necessità di auto proteggersi; sono decisi e feroci; il possesso di una pistola è il massimo della loro autorità e piacere; sanno di incutere paura ma nutrono rispetto, fino a un vero e proprio culto, per chi tra di loro ha mostrato maggior valore preservando dagli errori i compagni più giovani; le loro famiglie più spesso numerose sono la loro estensione e quando sono in carcere è la madre che li sostituisce nel piccolo spaccio: è la sola forma di amore che testimoniano sopravvivendo e nutrendo i fratelli troppo piccoli ancora a casa.

Si va progressivamente costituendo un sistema di vita integrato che non ha fessure (un secondo stato sociale criminale, lo definisce Santoro): forte struttura gerarchica aperta a tutte le forme della delinquenza, spaccio di droga (soldi, soldi, molti soldi), ammazzamenti carcere qualche volta morte. Nasce un nuovo stile di vita che non contesta quello dei quartieri alti della città (borghesi e altoborghesi) ma semplicemente si affianca a loro. Sono due città che si ignorano e scorrono parallele. È credibile dire che la città cattiva avrebbe potuto essere diversa, evitare la degradazione che ha scelto se avesse nutrito un senso pur piccolo della dignità umana? No. È una motivazione che è ancora possibile sostenere? No, è silenziosamente rifiutata. Vi è un solo modo per gli abitanti della città cattiva di sottrarsi al loro già deciso destino. Fuggire dal luogo dove sono nati. E nel film di Santoro c’è uno che emigra: se ne va a Parigi a fare il pizzaiolo. Degli altri (tra chi rimane): c’é chi per orgoglio rifiuta di entrare nel branco e vi partecipa da appartato – preferisce sparare in solitudine (ora ha 17 anni, uscirà dal carcere a 40), c’è chi muore, c’è chi dall’interno del carcere esclama col sorriso del desiderio: possedere un kalashnikov è meglio che stringere tra le braccia la Belen.

Questo è il film di Santoro. Un film non fiction e dunque privo delle dispersioni inevitabili nello sviluppo narrativo tradizionale; qui, lo ripetiamo, è abolita ogni mediazione, si mostra quel che è, senza appesantirlo (manipolarlo) con accuse e commenti. Apri la pancia e vedi quel che c’è. È importante aprire la pancia e scoprire quel che c’è?. Sì, se c’è un dottore (ma non c’è) capace di operare. E perché non c’è un dottore? I motivi sono tanti, ma tra questi – ha risposto Santoro, al termine della proiezione pubblica del film, a chi glielo chiedeva – il fatto che il male da estirpare produce PIL che si aggiunge a quello istituzionale consentendo ai governi locali e nazionale di distrarsi fingendo di occuparsi delle cosiddette «necessità più urgenti» e di più facile soluzione (che tuttavia rimangono insolute). E poi Napoli è una città bellissima, per ricchezza di storia, cultura e natura; forse, come io da tempo vado dicendo, la vera capitale d’Italia. Roberto Longhi, a chi gli chiedeva se fosse mai stato a Istanbul (l’ultima capitale dell’Impero, dopo Roma) rispondeva: no, conosco Napoli.

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