dukleyDa alcuni anni l’artista russo Sergey Balovin (ora affiancato dalla compagna Claudia Beccato) gira il mondo con una performance interattiva intitolata In Kind Exchange, che mira a mettere in discussione le logiche del mercato dell’arte contemporanea: Balovin infatti vive scambiando le sue opere (nell’ultimo periodo il ciclo Trans-faces, ritratti realizzati a inchiostro, sovrapponendo il volto del soggetto a quello di un’altra persona) con beni diversi, ma che devono essere utili (vestiti, alloggio, cibo, biglietti di treno o d’aereo...). Il progetto, grazie al quale l’artista ha già traversato oltre 40 paesi senza toccare denaro, ha attirato l’attenzione dei media internazionali (Huffington Post, South China Morning Post, Da India, fra gli altri) e di diversi curatori e mercanti, tra cui il russo Marat Guelman, che l’estate scorsa ha invitato Balovin e Beccato presso il Dukley European Art Community, una residenza per artisti in Montenegro. Pubblichiamo qui un diario di questa esperienza.

Claudia Beccato

Il Dukley European Art Community di Kotor, in Montenegro è una singolare residenza artistica d’intento europeo, ma sensibilmente russa. È qui che Sergey (Balovin ndr) e io veniamo invitati per tutto il mese di agosto 2016.

Arriviamo a Tivat una domenica e ad aspettarci all’aeroporto c’è un ragazzo, occhi azzurri e capelli castani, che pare locale. Quando ci presentiamo ho la conferma, ma il russo lo parla fluentemente. Ci accompagna in hotel a Budva, città della costiera adriatica prediletta dai russi, dove alloggeremo per tutto il mese. Posiamo i bagagli e scendiamo nella hall, curiosi di conoscere gli altri artisti in residenza: per l’occasione abbiamo tenuto da parte una bottiglia di vino frizzante. Ma nella hall non c’è nessuno, se non una seria ragazza seduta al pc e un’altra figura evanescente a cui chiediamo quanti sono gli artisti in residenza. Ci dice: troppi. Ma dove sono? Affianchiamo la ragazza al suo tavolo, è di origine ucraina e sembra conoscere molto bene la residenza e chi la cura; anche lei è arrivata da poco, ma sa già cosa farà in questo mese: un lavoro d’indagine sulla nostalgica visione del Tito che è stato e del suo comunismo. Realizzerà interviste nella sua “cerchia di conoscenze intellettuali locali”, così dice, e l’indomani ne parlerà con Marat Guelman, il curatore della residenza. Confusi, andiamo a dormire.

Il mattino successivo siamo a Kotor, al centro d’arte contemporanea dove avremo lo studio. La natura è magnifica, Kotor si trova nel punto più profondo delle Bocche di Cattaro, il fiordo del mediterraneo. Ma proprio di fronte alla cittadina c’è qualcosa di molto ingombrante, una crociera: ogni mattina ce ne sarà una diversa, s’insinuano all’alba o al mattino, scaricano e caricano turisti accaniti.

Al centro d’arte c’è un tipo pancione e ambiguamente pacioso seduto davanti all’ingresso; accanto a lui delle sedie vuote, che spaventano gli ospiti, perché non c’è nessun bar o ristorante nei paraggi. E c’è un altro signore a petto nudo che taglia l’erba. Sarà lui, ci dicono, a darci le chiavi del nostro studio, ma dobbiamo attendere che termini con il proprio impegno. 5, 10, 15 minuti, poi l’uomo lascia il decespugliatore e si avvicina, ricomponendosi faticosamente. Si presenta, si chiama Igor. Viene dall’Ucraina. Cerca di tranquillizzarci per qualsiasi ragione, ci mostra lo studio e ci invita a fare una passeggiata e un bagno in mare, quasi per toglierci dai piedi. Nel pomeriggio, annuncia, arriverà Guelman, il fondatore di questo progetto.

Marat Guelman è il maggior collezionista russo d’arte contemporanea. La sua galleria di Mosca è stata tra le prime, e le più famose, a comparire alla fine dell’Unione Sovietica: è nata nel 1990, un anno prima del collasso. Era un punto di ricerca intellettuale, di sviluppo d’idee e confronti. Una motrice della scoperta di giovani talenti russi con l’intento di integrarli in un contesto artistico globale. Sempre senza temere temi tabù come i conflitti in Cecenia, il presidente o la chiesa ortodossa.

Nel 2012 l’attività commerciale cessa per diventare una fondazione. Ma nel 2015 Guelman deve definitivamente lasciare quello spazio. Gli viene recapitata una dubbia ordinanza e non solo dovrà lasciare la galleria, ma la Russia stessa. Gli ci vorranno alcuni mesi prima di poter tornare.

Qui a Kotor, a sponsorizzare l’intero progetto, è Dukley, una compagnia ucraina che possiede alberghi e resort di lusso in Montenegro, paese in cui il turismo si concentra in estate e nelle altre stagioni fatica. Eppure si continua a costruire infrastrutture e alberghi, trasformando le coste colate di cemento. Guelman, quindi, è incaricato di promuovere il territorio con iniziative importanti. Organizza convegni, esibizioni, festival e tiene attiva una galleria d’arte in un complesso di lusso al Dukley Gardens.
Presentata finalmente la nostra idea a Guelman, iniziamo a lavorare. Abbiamo poco tempo, 30 giorni per realizzare l’esposizione. Il materiale non è facilmente reperibile in Montenegro e in tutto il paese c’è una sola tipografia, a Podgorica.

Pian piano conosciamo l’ambiente della residenza e chi la abita: una famiglia russa allargata agli ucraini, bielorussi e agli altri paesi satelliti della passata Unione Sovietica. Sebbene il progetto sia definito europeo, è fortemente russocentrico, non solo dal punto di vista culturale: i visitatori sono per lo più amici di Guelman, che in vacanza in Montenegro si affidano a lui. E gli artisti invitati, per ora, sono praticamente tutti russi, a parte qualche artista locale, un ragazzo americano arrivato a Kotor tramite l’ambasciata americana in Montenegro e io che comunque lavoro con Sergey Balovin. Vogliono però un futuro internazionale, lo affermano più volte.

Una delle aspirazioni più grandi per un artista contemporaneo russo orientato al mercato è entrare a fare parte della cerchia di Marat Guelman. Lui affina il gusto artistico di ricchi russi pronti a comprare arte. Con noi, in residenza, ci sono altri artisti che in un modo o nell’altro sono venuti in contatto con Guelman tempo fa. Diana Machulina, russa di origine ucraina, educatissima, è una intellettuale della south Russian wave arrabbiata perché in Europa l’arte russa contemporanea si conosce molto poco, e soprattutto per gli atti estremi e politici di artisti come Petr Pavlensky. Alexandra Makarskaya, artista visuale che risiede a Kotor quasi da quando il progetto è nato, usufruisce dello studio senza avere più la borsa destinata ai residenti. Lavora tanto e spera di vendere, ha persino dipinto tele concepite appositamente per il gusto montenegrino, dice. Poi c’è Matvei Krylov, attivista politico diventato artista per caso. Non ha mai studiato arte, non era la sua aspirazione, ma la sua performance Head Count, ospite della galleria di Marat Guelman nel 2013, ha fatto breccia: ha dipinto di rosso, con la sua testa, il nome di Putin, allusione a omicidi sospetti in cui il Cremlino avrebbe mosso qualche pedina. A 28 anni, questo soggiorno montenegrino è il suo primo al di fuori dalla Russia: finora non aveva avuto il permesso di uscire a causa di alcuni arresti per propaganda anti-Cremlino. È eccitato e confuso, non si sente a suo agio. Scatta foto compulsivamente e perde il suo sguardo nel vuoto, si estranea. Prova a parlarmi con timidezza, non sa l’inglese, ma tra gli artisti in residenza pare il più comunicativo. Sogna di andare a Parigi e Berlino. Ha chiesto a Guelman di essere ospitato senza la borsa per non avere scadenze impegnative per il suo animo instabile in questa fase. Per un giorno viene ospitato il talentuoso poeta Feodor Swarovskiy, disabile da qualche anno e costretto a una sedia a rotelle per un maldestro chirurgo a cui non è valsa la pena fare causa. Viveva a Mosca e faceva il giornalista, ma ora si è trasferito in Montenegro perché, dice, in Russia non c’è niente da fare per lui.

Il Dukley European Art Community è un attracco anarchico, dove si può fare (in linea di massima) quello che si vuole. “Marat Guelman welcomes everyone to Montenegro” compare sul sito del centro. Se si ha una buona idea, si può essere facilmente ospitati in residenza. Si può persino fare 50% vacanza e 50 % lavoro. Nessuno controllerà quello che fai. C’è flemma e lentezza. Il Dukley Art Center è una pausa dalla Russia, un porto temporaneo per chi vuole respirare un altro tepore. Qui è l’opposto di Mosca, tutto si muove a ritmo leggero, fa caldo, gli umori sono rilassati.

Lasciamo la residenza a metà agosto. A ottobre chiamiamo Matvei per sapere come sta, ci dice che tutto è sotto controllo: il suo passaporto è scaduto e in tre mesi non è riuscito ad attraversare i confini della Bosnia o dell’Albania. Sarebbe dovuto ritornare in Russia, ma resterà in residenza a Kotor fin quando qualcuno lo caccerà.

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