identity-795260_960_720Lelio Demichelis

Identità è una parola avvelenata, scriveva l’antropologo Francesco Remotti. Che può diventare un’ossessione. Promette ciò che in realtà non esiste (appunto, un’unica identità) e illude individui e popoli su ciò che non sono (essendo molteplici per composizione).

Ma l’identità come parola avvelenata e velenosa non riguarda solo la politica o le religioni, ma sempre più l’economia: è infatti un potente strumento di marketing, e basta pensare alle brand community, alla «marca» come produttrice di identità e di status individuale e insieme di falsa differenziazione dell’individuo, posto che ogni differenziazione è ammessa solo all’interno del sistema dei consumi predefinito dal sistema; ed è una pratica sempre più raffinata anche di organizzazione del lavoro, con l’impresa da vivere come «comunità di lavoro», con le retoriche sulla «condivisione» e sull’intelligenza emotiva del manager e il suo «far fare» gruppo/team per accrescere la produttività - ed ora con lo smart-working e il co-working.

L’identità, parola avvelenata e velenosa, è dunque la nostra ombra, evanescente ma sempre con noi, incancellabile e inestirpabile? E come si costruisce l’identità individuale, o un proprio sé autonomo, senza perdersi nel corpo collettivo che fa dell’identità omologata e unidimensionale il suo carattere sociale? Certamente, identità confligge con autonomia (secondo Kant); e con individuazione, che è per Jung quel processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale. L’identità, invece, nega in premessa ogni possibilità di autonomia e di individuazione, scioglie l’individuo nell’eteronomia del collettivo identitario (massa o impresa o mercato o rete/social che sia), esclude con-fronto e dia-logo, illude ciascuno di avere un’identità e di essere quindi più forte avendo acquisito un’anima collettiva identitaria. La questione è che questa Grande Ombra dell’Identità produce rapidamente una Grande Narrazione dell’Identità che oscura (appunto) la ragione, la solidarietà, la convivialità e infine la stessa libertà, producendo muri, esclusione, tribù, feticci e totem. Donald Trump; l’autocrate Erdogan; il colonialista Netanyahu; il Partito della nazione e la Leopolda; diverse forme di populismo; Facebook e la Silicon Valley; Putin: tutte forme e tecniche di potere che si costruiscono barando sull’offerta di identità e che – come nella caverna di Platone – producono ombre identitarie che devono essere credute vere secondo lo storytelling dell’identità.

Identità è una parola avvelenata, scriveva Remotti. Ma è usata dal potere (politico, economico e tecnologico) per ri-socializzare gli individui de-socializzati dal capitalismo e dalla tecnica, per accomunare e integrare, per connettere e vincolare, per distrarre e deresponsabilizzare, per includere ed escludere. Producendo identità tutte intrinsecamente religiose, facile compensazione emotiva che permette di legare insieme individui che devono invece essere isolati ma connessi – e ai quali la rete permette, per di più, di costruire identità sempre nuove e falsamente molteplici: in quanto anch’esse sempre e solo dentro a ciò che offre il grande sistema dell’identità capitalista – e messi in competizione tra loro Niente di nuovo, certo; che conferma la sempre nuova contrapposizione schmittiana dell’amico/nemico, che rafforza il noi padroni della nostra terra e del nostro sangue, che è un meccanismo utile anche per dare un’illusione di possesso e di proprietà a individui sempre più alienati da se stessi ed esclusi dall’esercizio della sovranità; concentrando poi sul nemico (i migranti/profughi, i diversi) ogni colpa.

Per approfondire il tema/problema dell’identità – dopo questa lunga premessa – consigliamo vivamente l’ultimo libro di Adriano Prosperi (oggi professore emerito di Storia moderna alla Normale di Pisa, autore di testi fondamentali come Delitto e perdono, Tribunali della coscienza, Cause perse, Giustizia bendata e La vocazione, Einaudi; Il seme dell’intolleranza, Laterza). Il libro è intitolato semplicemente Identità e riprende o rielabora testi precedenti, ma si distingue da altri testi, più o meno recenti, che si sono confrontati con questo problema. E dove appunto «il carattere religioso […] emerge in modo indiscutibile dallo studio di manufatti culturali di tipo speciale, come la nazione, l’etnia, l’identità culturale o di sangue e di suolo, e così via»; mito la cui recente rinascita dimostra «che c’è un problema emergente e non risolto nella cultura e nella società. E se il problema c’è, bisogna prenderlo sul serio».

Un problema che nasce anche dalle scienze dell’io e dalla loro riduzione dell’uomo alla sola (o soprattutto alla prevalenza della sua) biologia, con «il passaggio da un’idea della natura morale del soggetto, a una nozione biologica dell’eredità che l’individuo si porta dietro. Non siamo tornati all’antropologia come scienza che misura i crani. Ma la concezione della psiche umana elaborata dalla teoria freudiana, cioè di una personalità dominata da un messaggio iscritto nel profondo da esperienze della prima infanzia – e che può quindi essere scoperto e decifrato e anche corretto dallo psicanalista – sta mutando a favore di una sottolineatura dell’importanza dei geni ereditati dal seme e dall’ovulo». Che rafforza, nuovamente e pericolosamente le vecchie retoriche/ideologie identitarie di «sangue e terra» oppure di passato che non muore. Di cui è tristissimo esempio il Vecchio continente, che invece di procedere verso un’Europa dei popoli minaccia di rovesciarsi nel suo opposto: a riprova che l’identità come veleno, più che costruire, soprattutto distrugge.

Parafrasando il titolo di Pirandello, Prosperi distingue tre tipi di identità: dell’uno, del nessuno e dei centomila. Quella dell’uno è l’identità come coscienza individuale, molteplice sempre, ma contro cui l’ideologia identitaria «ripropone un’idea dell’uomo a una dimensione, simile a quella combattuta nel 1968 dall’allora famoso scritto di Herbert Marcuse»; il nessuno è l’assenza di identità o l’identità cancellata; mentre il centomila è la coscienza di un’appartenenza collettiva. E qui Prosperi recupera e rielabora molti spunti, tutti essenziali: Le Bon; il Novecento come società di massa e della propaganda; l’identità e il nazionalismo; la nazionalizzazione delle masse, secondo George Mosse; Hobbes e il popolo come collettivo incorporato e sciolto nel e rappresentato dal corpo politico del sovrano; l’Inquisizione come tribunale dell’identità; un’Europa la cui espansione politica ed economica è stata sostenuta con la cancellazione del diverso, da un lato, e la sua assunzione all’interno della cultura dei conquistatori, dall’altro; il disciplinamento dei popoli; il fedele religioso che trascende nel suddito fedele dello Stato; la distinzione tra kultur e civilisation; le comunità immaginate; la querelle sulle radici cristiane dell’Europa; l’invenzione del passato; la scoperta delle identità di territorio (neologismo legato – aggiungiamo – all’economia identitaria dei distretti, del capitalismo personale e ora del nuovo artigiano).

Ma non solo: mentre all’europeismo illuminato ma minoritario si oppone il ritorno di fiamma di particolarismi etnici, ecco che nel lavoro degli storici – è una critica di Prosperi alla sua categoria – «domina non tanto la storia di processi di incontro tra civiltà, quanto la storia delle origini dei singoli popoli intrecciata con la storia della formazione della loro “identità culturale”». Delegando cioè alla storia, scrive Prosperi, «il compito di placare quella che Michael Stürmer, nel 1983 definiva come “quella fame di senso e di identità che prima avevano soddisfatto la religione e la magia”». Per dire che la crisi delle ideologie ci riporta «a un passato che credevamo sepolto: quello di un’elaborazione di storie educative in funzione identitaria, a colpi di falsificazioni sistematiche». Ignorando la dimensione del mutamento e del molteplice, da cui invece (e per fortuna) nessuna storia, individuale e collettiva, è immune.

Adriano Prosperi

Identità. L’altra faccia della storia

Laterza, 2016, 105 pp., € 14

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Una Risposta a Adriano Prosperi, le ombre dell’identità e la caverna del potere

  1. […] todo caso, recomiendo la lectura de la reseña titulada “Adriano Prosperi, le ombre dell’identità e la caverna del potere“, de Lelio Demichelis […]

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