populismoFranco Berardi Bifo

Il crollo interminabile

Molti segnali di aggravamento della crisi sociale e di stagnazione irreversibile dell’economia sembrano annunciarlo: il diciassette che viene coinciderà probabilmente con una precipitazione globale. Il ceto finanzista globale ha reagito ai segnali rincarando la dose: l’aggressione golpista contro i governi latino-americani colpevoli di aver resistito al diktat finanziario, l’imposizione violenta del Jobs-act in Francia, la ferrea applicazione del Fiscal compact che ha già strangolato la società greca e sta finendo di strangolare l’Italia, la Spagna e la Francia. Ma il cavallo non beve, la ripresa cento volte annunciata non viene, e un’ondata anti-globalista, anti-europea, implicitamente quando non esplicitamente razzista, è ormai maggioritaria nel mondo bianco: America Europa e Russia unite nella guerra.

In assenza di una soggettività progettuale capace di ricomporre i processi sociali secondo un modello diverso da quello che si sta decomponendo, il crollo del capitalismo può essere interminabile e infinitamente distruttivo. Questa soggettività, che nel ventesimo secolo si riconobbe nel movimento operaio, oggi appare disgregata fino al punto che non riusciamo a intravedere possibili linee di ricomposizione.

Le rivolte anti-finanziarie del 2011 non hanno potuto invertire la rotta del sistema finanziario né sottrarsi ai suoi effetti. Quanto ai partiti della sinistra europei, si sono fatti strumento della violenza finanziaria, si sono piegati al Fiscal compact e alle politiche austeritarie anche a costo di scomparire come sta accadendo.

La storia mostra di non avere molta fantasia, e sta riproponendo la dinamica che portò al nazismo e poi alla seconda guerra mondiale: esattamente come negli anni Venti del secolo scorso, la disperazione produce un effetto di tipo identitario che si manifesta in un fronte Nazional-Operaista: uno schiavista alla presidenza americana, la Brexit, l’affermazione clerico-fascista in Polonia, la crescita del Front National e così via.

Agli operai impoveriti dal sistema finanziario le destre di oggi ripetono quel che Hitler disse ai lavoratori impoveriti dalle decisioni del Congresso di Versailles: non siete lavoratori sconfitti ma guerrieri nazionali che vinceranno. Non vinsero ma distrussero l’Europa. Neppure questa volta vinceranno, ma possono distruggere il mondo.

Populismo o ricomposizione

Ogni tentativo democratico di sottrarsi alla governance neoliberale è fallito: la volontà cosciente del corpo sociale non è in grado di agire sull’astrazione finanziaria, quindi reagisce secondo le linee dell’identità anti-globale.

La parola «populismo», molto usata di questi tempi, è una truffa che non spiega niente. L’idea di restaurare la sovranità popolare è una scemenza. La sovranità, in quanto facoltà di governare la vita sociale secondo le linee della volontà sovrana, è irreversibilmente perduta perché nelle condizioni di accelerazione ipercomplessa la volontà è impotente, e viene sostituita da automatismi tecnici e linguistici ai quali la società non può che sottostare. Inutile spazientirsi e provare frustrazione. L’impotenza non si cura con l’impazienza né col viagra dell’identità nazionale e popolare.
Il popolo, la nazione sono nozioni romantiche che identificano un coacervo di soggettività socialmente prive di potenza solidale. Il problema che il populismo non sa affrontare, figuriamoci poi risolvere, è proprio quello della solidarietà, o meglio della ricomposizione delle forze soggettive del lavoro. Popolo e nazione ritornano come tentativo reazionario di riterritorializzare forze sociali che hanno perduto ogni rapporto con la territorialità.

Solo quando la soggettività politica corrisponde alle forze sociali che muovono la macchina sociale diviene possibile un cambiamento cosciente. Solo la ricomposizione della minoranza sociale costituita dai lavoratori cognitivi, cioè coloro che programmano la macchina globale e le permettono di evolversi e di funzionare, potrà mettere in moto un processo di trasformazione reale. Non è questione di sovranità, ma di smantellamento e riprogrammazione dell’algoritmo tecno-linguistico che sta al cuore della macchina sociale.

Sulla scena globale si muovono oggi due attori: l’astrazione globalizzante e i corpi identitari incapaci di universalità. La corporeità demente confligge con l’astrazione prodotta dal cervello finanziario: un’onda identitaria nazionalista sessista e religiosa monta nel mondo. Il nazionalismo non sostituisce affatto il potere finanziario: l’astrazione adatta i suoi codici a un corpo demente, e infatti i mercati hanno reagito favorevolmente alla vittoria di Trump. Wall Street è perfettamente a suo agio con il nazismo, come la storia insegna.

Il modello neoliberista continua a imporsi per automatismo, anche se il consenso si è dissolto. Nonostante il dilagare dell’illusione sovranista l’offensiva neoliberale continua, anzi accelera furiosamente. Come spesso accade quando un regime si avvicina al crollo, il ceto finanziario dominante, dopo aver portato l’economia mondiale al limite del collasso, impone come rimedio un’accelerazione isterica delle sue politiche: lo schiavismo porta a compimento la parabola del neoliberalismo, e il trumpismo, alimentato della rabbia impotente del popolo demente, non farà che accentuare l’impoverimento e lo sfruttamento di chi l’ha sostenuto.

Le modalità di semiotizzazione dell’esistente che sinteticamente definiamo «capitalismo» sono incapaci di interpretare la potenza implicita nel sapere e nella tecnologia, e piegano quelle potenze entro le categorie della crescita e dell’accumulazione. In un micidiale pervertimento, esse trasformano le potenze del sapere e della tecnica in fattori di scarsità e distruzione.

Un secolo dopo il 1917

Trasformare la guerra civile imperialista in guerra civile rivoluzionaria, disse Lenin, intuendo la possibilità di usare la guerra contro il capitalismo. Le condizioni della guerra si riproducono oggi su scala planetaria, ma non possiamo riproporre il rovesciamento leninista, perché la presa del Palazzo d’Inverno non ha più alcun significato nell’epoca del decentramento bio-info-politico del potere. Ma occorre ripensare il senso di quell’evento. Nella rivoluzione sovietica è iscritto il dispositivo che ha modellato l’intero Ventesimo secolo: la rivoluzione di Lenin impose un’identificazione militare delle classi sociali. Questa fu la sua forza tattica che permise ai bolscevichi di prendere il potere. Questo fu il suo errore strategico, e forse il suo crimine. Il partito operaio si impadronì dello stato, della sua struttura burocratica, del suo esercito, e si contrappose militarmente all’imperialismo mondiale, trasformando la lotta di classe in guerra nazionale, e soffocando i processi di autonomia rivoluzionaria in Germania, negli Stati Uniti e in molti altri paesi del mondo.

Nel corso di quella guerra il capitale suscitò le forze del fascismo per sconfiggere la classe operaia. Com’è finita lo sappiamo. Il comunismo di Stalin si alleò con la democrazia anglo-americana per sconfiggere il nazismo. In seguito la democrazia capitalista ha sconfitto il comunismo sovietico, e la democrazia divenne il mito politico fondamentale della seconda metà del Novecento. Ma presto si rivelò un’illusione: la riforma neoliberista cominciò a cancellare la democrazia con il colpo di stato in Cile l’11 settembre 1973, e continuò a cancellarla sistematicamente fino al luglio del 2015 in Grecia.

Si è instaurata allora una dittatura dell’astratto sul concreto che prende nome di governance liberista, che ha funzionato senza grandi conflitti negli ultimi decenni del Novecento. Dopo il nuovo 11 settembre del primo anno del nuovo secolo (e dopo la prima crisi della new economy che nel 2000 inaugurò il ciclo depressivo dell’economia globale), la triangolazione è cambiata, e il mondo si è sgretolato in frammenti identitari tra i quali si è scatenata una guerra civile globale.

L’eredità del colonialismo

La guerra civile che in forme diverse sta investendo ogni area del pianeta è in parte un effetto del crollo della fede nel globalismo economico, ma ancor più è un effetto dell’esplosione dell’ordine colonialista.

Zbigniew Brzezinski fu consigliere di Carter negli anni Settanta, poi si dedicò all’elaborazione di scenari del futuro politico globale. Nel 1993 pubblicò Out of control, un libro che rovescia l’ottimismo predominante in America dopo il crollo dell’impero sovietico, e prevede la moltiplicazione incontrollabile di fuochi di conflitto identitario nel mondo tecnicamente integrato dalla globalizzazione.

Lo scorso aprile su The American Interest Brzezinski pubblica un saggio dal titolo Toward a Global Realignment. Dietro il titolo anodino, l’articolo contiene una considerazione decisiva che potremmo sintetizzare così: dopo secoli di dominazione coloniale e di violenza i popoli del mondo stanno presentando il conto in termini morali ed economici, e l’occidente non è economicamente in grado di pagarlo né culturalmente disposto ad accettarlo. Non possiamo pagare il concreto debito storico verso coloro che abbiamo sfruttato per cinque secoli, perché dobbiamo pagare l’astratto debito finanziario che ci costringe a dedicare le risorse comuni al sistema bancario, mentre respingiamo nelle acque del Mediterraneo coloro che sfuggono alle guerre da noi stessi alimentate.

Le parole di Brzezinski sono agghiaccianti e inequivocabili: «Quel che accade oggi nel medio oriente potrebbe essere solo l’inizio di un fenomeno più vasto che si dispiegherà nei prossimi anni in Africa, Asia e anche tra i popoli pre-coloniali dell’emisfero occidentale. Massacri periodici da parte dei colonialisti occidentali si risolsero nello sterminio dei popoli colonizzati su una scala paragonabile ai crimini del Nazismo nella seconda guerra mondiale, provocando centinaia di migliaia e talvolta milioni di vittime. Oggi sta emergendo una potente volontà di vendetta non solo nei paesi islamici». Nella pagina successiva Brzezinski elenca una serie impressionante di violenze provocate dalla colonizzazione spagnola del Sud America, da quella inglese in India, dalla guerra dell’oppio, dai francesi in Algeria, dai russi nel Caucaso e in Asia, fino alle guerre americane degli ultimi decenni. Brzezinski conclude con queste parole: «Quanto sconvolgente è la dimensione di queste atrocità, tanto veloce è la cancellazione della memoria da parte dell’occidente. Ma nel mondo post-coloniale una nuova narrazione storica fondata sul risentimento sta emergendo».

Solo l’internazionalismo della classe operaia avrebbe potuto evitare che la resa dei conti del colonialismo passato e presente si risolvesse (come sta accadendo) in un bagno di sangue planetario: operai dell’occidente industriale e proletari dei popoli oppressi da due secoli di colonialismo si riconoscevano nello stesso programma comunista. Ma il comunismo è stato sconfitto, e ora dobbiamo affrontare la guerra di tutti contro tutti in nome di niente.

La soggettività depressa

La mitologia che ha preso il sopravvento dopo la dissoluzione del sistema socialista è quella della competizione illimitata scatenata dal neoliberismo in nome della mitologia dell’arricchimento. Nel volgere di tre decenni questa mitologia ha fatto fallimento: la privatizzazione ha distrutto lo stato sociale mentre il salario reale è sceso, e il tempo di lavoro è aumentato senza più limiti. La soggettività bianca occidentale è rabbiosamente depressa. Jonathan Franzen la racconta nei suoi romanzi: «La gente è venuta in America per due cose, il denaro e la libertà. Se non avete denaro, vi aggrappate più rabbiosamente alle libertà. Anche se fumare ti uccide, anche se non hai di che nutrire i tuoi figli, anche se i tuoi figli vengono ammazzati da maniaci con fucili da guerra in mezzo alla strada. Puoi essere povero ma la sola cosa che nessuno ti può sottrarre è la tua libertà di rovinarti la vita in qualsiasi modo tu voglia farlo» (Libertà).

La promessa di arricchimento ha funzionato solo per una piccola parte della società. Per tutti gli altri l’avventura liberista si è risolta in precarietà, neuro-sfruttamento, meno salario e più lavoro. Gli altri allora rivendicano la loro libertà, che in America è quella di portare armi. Scomparsa la prospettiva internazionalista che era il nucleo della coscienza operaia (dappertutto lo stesso nemico, lo sfruttamento) ora ciascuno si rinchiude nel suo clan, etnico o virtuale, e prepara le armi per proteggersi dall’invasione che arriva da territori che la colonizzazione ha reso poveri e rabbiosi, e cui il globalismo ha promesso il paradiso consumista.

Il sentimento di appartenenza ha preso il posto della ragione universale, la soggettività sociale sembra incapace di coscienza autonoma, e le condizioni tecno-psichiche in cui si forma la relazione sociale rendono impensabile la solidarietà.

Eppure la possibilità del comunismo, cioè di una società libera dal ricatto del salario e capace di sopperire ai suoi bisogni con l’esercizio libero dell’attività intelligente in rete, rimane iscritta nella conoscenza e nella tecnologia, anche se l’attualizzazione di quella possibilità è resa terribilmente improbabile dalla composizione culturale e psichica del lavoro cognitivo precario e frattalizzato.

Dobbiamo imparare a ragionare con due cervelli. Il primo cervello deve avere piena coscienza della deriva disastrosa in cui siamo entrati, e della nostra impotenza a fermarla coi metodi obsoleti della politica. Ma col secondo cervello dobbiamo confidare nella forza dell’imprevedibile: un movimento internazionale dei lavoro precario e cognitivo che stravolga dall’interno il funzionamento della macchina finanziaria globale e inizi un processo di solidarietà internazionalista. Gli Stati Uniti potrebbero essere nei prossimi anni l’epicentro di un movimento che attraversi insieme le minoranze oppresse e il ciclo del lavoro cognitivo: la Silicon Valley globale che non è soltanto un centro di potere ma anche un luogo di conflitto sociale, culturale ed estetico.

che vuol dire programma

Quanto più il lavoro diviene cognitivo tanto più la coscienza riflessiva è assimilata dalle modalità lavorative: i lavoratori industriali tenevano distinta la loro attività cosciente dal loro lavoro, mentre l’attività riflessiva dei lavoratori cognitivi tende ad essere integrata con l’attività lavorativa.

La subalternità della coscienza cognitaria dalla forma lavoro (competizione, efficienza, prescrizione automatica delle finalità cognitive) va messa in questione: rompere quella subalternità è la condizione perché la società possa uscire dal dominio neuro-totalitario.

Un processo di soggettivazione cosciente nella sfera del lavoro cognitivo nascerà forse come cura della sofferenza psichica, e quindi attraverso la riattivazione della corporeità erotica collettiva, e solo quando la mente collettiva interconnessa sarà in grado di riconoscersi socialmente ed eroticamente in una corporeità collettiva emergerà l’energia necessaria per un movimento di fuoriuscita dall’ordine distopico che si sta instaurando. L’attività di trasformazione si manifesterà allora come forza di ri-programmazione.

Il concetto di programma è sempre stato centrale nel pensiero politico. Ma il senso di questa parola è cambiato

Nel ventesimo secolo programma era un insieme di linee progettuali che la volontà politica imponeva al corpo sociale. Oggi dobbiamo ragionare sul programma come alternativa algoritmica all’algoritmo dominante. La programmazione (nel senso di design informatico dei processi produttivi e distributivi) è la forma di azione specifica del lavoratore cognitivo.

L’autonomia delle pratiche di programmazione è il progetto politico cui occorre dedicarsi, ma sappiamo che l’autonomia della pratica presuppone l’autonomia del soggetto.

Dobbiamo pensare alla Silicon Valley globale come nel ’17 pensavamo alle officine Putilov e negli anni ’70 pensavamo a Mirafiori: il reparto centrale della riproduzione del mondo, il luogo in cui si concentra il massimo di sfruttamento e il massimo di potenza trasformativa.

Mentre i poteri politici si afflosciano nell’impotenza e gli stati nazionali sono incapaci di governare i flussi semio-finanziari, la Silicon Valley globale prende il posto dei poteri del passato. Ma (contrariamente a quel che pensa Eugenj Morozov) la Silicon Valley globale non è un luogo privo di conflitti, perché dentro ci stanno cento milioni di lavoratori cognitivi sparsi nelle città di tutto il mondo. E’ dalla loro sofferenza psichica che può venire il loro risveglio etico. E dal risveglio etico di cento milioni di lavoratori cognitivi, di ingegneri e di artisti viene la sola possibilità di evitare una regressione spaventosa, di cui cominciamo a vedere i contorni.

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4 Risposte a Speciale Il populismo al tempo degli algoritmi / 2: Il diciassette che viene

  1. mauro scrive:

    Bellissimo con un tocco finale di fantascienza di alto livello! Mauro

  2. Ennio Abate scrive:

    APPUNTI SULL’ARTICOLO DI BIFO

    Speciale Il populismo al tempo degli algoritmi / 2: Il diciassette che viene

    1. Assenza di un «soggettività progettuale».

    IN ASSENZA DI UNA SOGGETTIVITÀ PROGETTUALE CAPACE DI RICOMPORRE I PROCESSI SOCIALI SECONDO UN MODELLO DIVERSO DA QUELLO CHE SI STA DECOMPONENDO, IL CROLLO DEL CAPITALISMO PUÒ ESSERE INTERMINABILE E INFINITAMENTE DISTRUTTIVO. QUESTA SOGGETTIVITÀ, CHE NEL VENTESIMO SECOLO SI RICONOBBE NEL MOVIMENTO OPERAIO, OGGI APPARE DISGREGATA FINO AL PUNTO CHE NON RIUSCIAMO A INTRAVEDERE POSSIBILI LINEE DI RICOMPOSIZIONE.

    Il succo non è diverso da quello che io ho sintetizzato con la mia battuta: « prepariamoci al “peggio” (il “trumpismo all’italiana” appunto!)». O da quanto ha scritto Badiou (nello stralcio da me riportato): « abbiamo la frustrazione popolare, la sensazione di un disordine oscuro, nell’opinione pubblica di molte persone, e principalmente nei meno abbienti, i cittadini degli stati di provincia, i contadini delle campagne, negli operai senza lavoro e così via – tutta la popolazione, che è progressivamente ridotta dalla brutalità del capitalismo, al nulla, che non ha possibilità di esistere, e che resta, in alcuni luoghi, senza lavoro, senza soldi, senza orientamento, senza una direzione esistenziale. E questo terzo punto è una condizione molto importante della situazione globale di oggi. La mancanza di direzione, di stabilità, il senso di distruzione del loro mondo, senza la costruzione di un altro mondo, quindi una sorta di vuoto disfacimento» (http://sinistrainrete.info/estero/8513-alain-badiou-riflessioni-sulle-recenti-elezioni-americane.html)

    2. Partiti di sinistra (europei e italiani)

    QUANTO AI PARTITI DELLA SINISTRA EUROPEI, SI SONO FATTI STRUMENTO DELLA VIOLENZA FINANZIARIA, SI SONO PIEGATI AL FISCAL COMPACT E ALLE POLITICHE AUSTERITARIE ANCHE A COSTO DI SCOMPARIRE COME STA ACCADENDO.

    Bifo ne certifica la morte o il suicidio. Si può pensare che la colpa sia stata dei «puristi di sinistra» che non hanno voluto sporcarsi le mani « con un po’ di pragmatica socialdemocrazia». Resta da capire e pronunciarsi su questa morte o suicidio. Io personalmente propendo per il sì.

    3. Ritorno al fascismo?

    LA STORIA MOSTRA DI NON AVERE MOLTA FANTASIA, E STA RIPROPONENDO LA DINAMICA CHE PORTÒ AL NAZISMO E POI ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE.

    È una posizione anche questa affine a quella di Badiou, che nell’articolo citato ha scritto: « In un certo senso, queste nuove figure politiche – Trump, ma molti altri oggi – sono vicine al fascista degli anni Trenta. C’è qualcosa di simile. Ma ora senza, ahimè, i loro nemici deli anni Trenta, che erano i partiti comunisti. È una sorta di fascismo democratico – una risoluzione paradossale – una sorta di fascismo democratico che è, loro sono all’interno del piano democratico, all’interno dell’apparato democratico, ma suonano qualcosa di diverso, un’altra musica, in quel contesto. ». Ne siamo sicuri? Non è un riflesso pavloviano sia quello di Bifo che di Badiou? È un punto molto delicato e difficile da chiarire. Perché entra in gioco l’immaginario di partenza di ciascuno di noi che potrebbe ostacolare un’analisi più lucida dei processi in corso. Non so se sia la storia che non ha molta fantasia o ne abbiano troppa Bifo e Badiou. E poi anche la definizione di «fascismo democratico» è talmente ambigua che va presa con le molle. E se quello che sta maturando fosse peggio del fascismo (storico)? E quindi fossero insufficienti anche le forme d’opposizione per così dire “antifasciste”?

    4. Nazionalismo, sovranismo, populismo.

    L’IDEA DI RESTAURARE LA SOVRANITÀ POPOLARE È UNA SCEMENZA. LA SOVRANITÀ, IN QUANTO FACOLTÀ DI GOVERNARE LA VITA SOCIALE SECONDO LE LINEE DELLA VOLONTÀ SOVRANA, È IRREVERSIBILMENTE PERDUTA PERCHÉ NELLE CONDIZIONI DI ACCELERAZIONE IPERCOMPLESSA LA VOLONTÀ È IMPOTENTE, E VIENE SOSTITUITA DA AUTOMATISMI TECNICI E LINGUISTICI AI QUALI LA SOCIETÀ NON PUÒ CHE SOTTOSTARE. INUTILE SPAZIENTIRSI E PROVARE FRUSTRAZIONE. L’IMPOTENZA NON SI CURA CON L’IMPAZIENZA NÉ COL VIAGRA DELL’IDENTITÀ NAZIONALE E POPOLARE.
    IL POPOLO, LA NAZIONE SONO NOZIONI ROMANTICHE CHE IDENTIFICANO UN COACERVO DI SOGGETTIVITÀ SOCIALMENTE PRIVE DI POTENZA SOLIDALE. IL PROBLEMA CHE IL POPULISMO NON SA AFFRONTARE, FIGURIAMOCI POI RISOLVERE, È PROPRIO QUELLO DELLA SOLIDARIETÀ, O MEGLIO DELLA RICOMPOSIZIONE DELLE FORZE SOGGETTIVE DEL LAVORO. POPOLO E NAZIONE RITORNANO COME TENTATIVO REAZIONARIO DI RITERRITORIALIZZARE FORZE SOCIALI CHE HANNO PERDUTO OGNI RAPPORTO CON LA TERRITORIALITÀ.

    Altro punto aggrovigliato. Il ritorno alla *sovranità* (nazional-patrottica o statalista o popolar progressista) è indicato come rimedio al neoliberismo globalizzante in vari modi. Seguo e cerco di confrontarmi ( ma con riserve e – sinceramente – sospetti) le variegate posizioni di Buffagni, di La Grassa, del FSI (Fronte sovranista italiano), di Formenti. Non mi sento di dire, come fa Bifo, che si tratta di scemenze, ma, pur nelle forme meno estremizzate ( ad es. questa segnalata su FB da Formenti: «Post-neoliberismo e la politica della sovranità» di Paolo Gerbaudo http://www.eunews.it/2016/12/02/73420/73420) sento qualcosa che cozza con la mia formazione di “marxista critico”.

    5. Che fare e su chi puntare?

    SOLO LA RICOMPOSIZIONE DELLA MINORANZA SOCIALE COSTITUITA DAI LAVORATORI COGNITIVI, CIOÈ COLORO CHE PROGRAMMANO LA MACCHINA GLOBALE E LE PERMETTONO DI EVOLVERSI E DI FUNZIONARE, POTRÀ METTERE IN MOTO UN PROCESSO DI TRASFORMAZIONE REALE. […]EPPURE LA POSSIBILITÀ DEL COMUNISMO, CIOÈ DI UNA SOCIETÀ LIBERA DAL RICATTO DEL SALARIO E CAPACE DI SOPPERIRE AI SUOI BISOGNI CON L’ESERCIZIO LIBERO DELL’ATTIVITÀ INTELLIGENTE IN RETE, RIMANE ISCRITTA NELLA CONOSCENZA E NELLA TECNOLOGIA, ANCHE SE L’ATTUALIZZAZIONE DI QUELLA POSSIBILITÀ È RESA TERRIBILMENTE IMPROBABILE DALLA COMPOSIZIONE CULTURALE E PSICHICA DEL LAVORO COGNITIVO PRECARIO E FRATTALIZZATO. […]
    DOBBIAMO PENSARE ALLA SILICON VALLEY GLOBALE COME NEL ’17 PENSAVAMO ALLE OFFICINE PUTILOV E NEGLI ANNI ’70 PENSAVAMO A MIRAFIORI: IL REPARTO CENTRALE DELLA RIPRODUZIONE DEL MONDO, IL LUOGO IN CUI SI CONCENTRA IL MASSIMO DI SFRUTTAMENTO E IL MASSIMO DI POTENZA TRASFORMATIVA.

    Se diffido della prospettiva sovranista altrettanto diffido di questa prospettiva “cognitivista” di Bifo, per quanto possa simpatizzare (ma poco) col suo immaginario utopistico. Non credo che è « dal risveglio etico di cento milioni di lavoratori cognitivi, di ingegneri e di artisti» che verrà «la sola possibilità di evitare una regressione spaventosa, di cui cominciamo a vedere i contorni». Il risveglio etico non basta. E l’esaltazione profetico-utopistica del soggetto sociale “decisivo” ( in questo caso i «lavoratori cognitivi», altre volte indicati dallo stesso Bifo con un termine ancora più astratto e indefinito: “cognitariato”) è in Bifo enfatizzata troppo unilateralmente grazie alla lettura fortemente antileninista che egli fa della storia del socialismo. (Cfr. prossimo punto 6)

    6. Non liquidatemi Lenin [nota a]

    TRASFORMARE LA GUERRA CIVILE IMPERIALISTA IN GUERRA CIVILE RIVOLUZIONARIA, DISSE LENIN, INTUENDO LA POSSIBILITÀ DI USARE LA GUERRA CONTRO IL CAPITALISMO. LE CONDIZIONI DELLA GUERRA SI RIPRODUCONO OGGI SU SCALA PLANETARIA, MA NON POSSIAMO RIPROPORRE IL ROVESCIAMENTO LENINISTA, PERCHÉ LA PRESA DEL PALAZZO D’INVERNO NON HA PIÙ ALCUN SIGNIFICATO NELL’EPOCA DEL DECENTRAMENTO BIO-INFO-POLITICO DEL POTERE. MA OCCORRE RIPENSARE IL SENSO DI QUELL’EVENTO. NELLA RIVOLUZIONE SOVIETICA È ISCRITTO IL DISPOSITIVO CHE HA MODELLATO L’INTERO VENTESIMO SECOLO: LA RIVOLUZIONE DI LENIN IMPOSE UN’IDENTIFICAZIONE MILITARE DELLE CLASSI SOCIALI. QUESTA FU LA SUA FORZA TATTICA CHE PERMISE AI BOLSCEVICHI DI PRENDERE IL POTERE. QUESTO FU IL SUO ERRORE STRATEGICO, E FORSE IL SUO CRIMINE. IL PARTITO OPERAIO SI IMPADRONÌ DELLO STATO, DELLA SUA STRUTTURA BUROCRATICA, DEL SUO ESERCITO, E SI CONTRAPPOSE MILITARMENTE ALL’IMPERIALISMO MONDIALE, TRASFORMANDO LA LOTTA DI CLASSE IN GUERRA NAZIONALE, E SOFFOCANDO I PROCESSI DI AUTONOMIA RIVOLUZIONARIA IN GERMANIA, NEGLI STATI UNITI E IN MOLTI ALTRI PAESI DEL MONDO.
    NEL CORSO DI QUELLA GUERRA IL CAPITALE SUSCITÒ LE FORZE DEL FASCISMO PER SCONFIGGERE LA CLASSE OPERAIA. COM’È FINITA LO SAPPIAMO. IL COMUNISMO DI STALIN SI ALLEÒ CON LA DEMOCRAZIA ANGLO-AMERICANA PER SCONFIGGERE IL NAZISMO. IN SEGUITO LA DEMOCRAZIA CAPITALISTA HA SCONFITTO IL COMUNISMO SOVIETICO, E LA DEMOCRAZIA DIVENNE IL MITO POLITICO FONDAMENTALE DELLA SECONDA METÀ DEL NOVECENTO. MA PRESTO SI RIVELÒ UN’ILLUSIONE: LA RIFORMA NEOLIBERISTA COMINCIÒ A CANCELLARE LA DEMOCRAZIA CON IL COLPO DI STATO IN CILE L’11 SETTEMBRE 1973, E CONTINUÒ A CANCELLARLA SISTEMATICAMENTE FINO AL LUGLIO DEL 2015 IN GRECIA.

    Questa lettura a me pare riduca la posizione di Lenin a un piatto militarismo. Già ai tempi della Guerra del Golfo (1990) Fortini analizzò criticamente la formula di Lenin ( Cfr. «Otto motivi contro la guerra», in Disobbedienze II, pagg. 126-132, manifesto libri, Roma 1996) ma mai arrivò a dire, come Bifo fa oggi, che « la rivoluzione di Lenin impose un’identificazione militare delle classi sociali. questa fu la sua forza tattica che permise ai bolscevichi di prendere il potere. questo fu il suo errore strategico, e forse il suo crimine» e allineando disinvoltamente e sbrigativamente in un fascio unico Lenin, Stalin, il colpo di stato in Cile del 1973 e la Grecia del 2015. Sì, come dice Bifo, « il comunismo è stato sconfitto, e ora dobbiamo affrontare la guerra di tutti contro tutti», ma, per favore, non «in nome di niente». Qualcosa nella *nostra” storia ( e del pensiero di Lenin, genio politico e non ottuso militarista) può guidarci nel buio attuale.

    [nota a]
    Sempre in difesa di Lenin recupero quanto detto a proposito di Fidel Castro:

    “Ho spesso citato il detto di Brecht: «Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe! » (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo![1]). Per dire che le nostre lotte – sicuramente sul fondo – hanno una loro specificità di cui va tenuto conto e non devono essere disprezzate. Ma – e le reazioni alla morte di Castro sono un’occasione per precisarlo – specifiche sono anche «le lotte sulle cime». E le scelte dei vari leader con gli errori e gli orrori che a volte comportano vanno giudicate alla luce di quel loro specifico contesto, diverso da quello in cui noi agiamo”.

    [1] Dal frammento La bottega del fornaio

  3. Paolo Rabissi scrive:

    A parte che sembra di leggere un romanzo di P.Dick (male minore peraltro) riporto due passi che mi sembrano emblematici:

    “Ma col secondo cervello dobbiamo confidare nella forza
    dell’imprevedibile: un movimento internazionale dei lavoro precario e
    cognitivo che stravolga dall’interno il funzionamento della macchina
    finanziaria globale e inizi un processo di solidarietà
    internazionalista”
    e:
    “Un processo di soggettivazione cosciente nella sfera del lavoro
    cognitivo nascerà forse come cura della sofferenza psichica, e quindi
    attraverso la riattivazione della corporeità erotica collettiva, e
    solo quando la mente collettiva interconnessa sarà in grado di
    riconoscersi socialmente ed eroticamente in una corporeità collettiva
    emergerà l’energia necessaria per un movimento di fuoriuscita
    dall’ordine distopico che si sta instaurando. L’attività di
    trasformazione si manifesterà allora come forza di ri-programmazione”

    sono due passaggi che mostrano l’impasse di un pensiero incapace di rendere concreto un discorso che nelle sue affermazioni generali, a parte certi discutibili giudizi storici (per i quali valgono le osservazioni di Abate), posso anche condividere. Non riesce a porsi la domanda giusta e cioè: in che modo è possibile pensare a un processo di soggettivizzazione organizzativa del lavoro cognitivo e precario? L’astrattezza del prendere come punto di partenza il lavoro generico ci porta molto ma molto indietro, a un livello premarxista, preleninista e, con quella riattivazione della corporeità erotica collettiva anche pre-psicanalisi. Si può e si deve ripartire dal lavoro cognitivo e precario ma solo a patto che la si smetta di parlarne in astratto, occorre ricominciare dalla composizione di classe, occorre cominciare a parlare prima di tutto di lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, di lavoro di genere, di lavoro di etnie, di lavoro immigrato. Qualcosa proponiamo nel numero 12 di http://www.overleft.it

  4. iskratov scrive:

    “La storia mostra di non avere molta fantasia, e sta riproponendo la dinamica che portò al nazismo e poi alla seconda guerra mondiale: esattamente come negli anni Venti del secolo scorso, la disperazione produce un effetto di tipo identitario che si manifesta in un fronte Nazional-Operaista: uno schiavista alla presidenza americana, la Brexit, l’affermazione clerico-fascista in Polonia, la crescita del Front National e così via.” Non sono d’ accordo con questa premessa dell’ autore. Ai tempi della nascita del nazismo in Germania c’ era una fortissima Linke, c’ era stata Weimar, e ancora il paese era a terra per le pesantissime perdite subite in seguito alla guerra mondiale. La relativamente vicina Russia era un immenso paese comunista che credeva nei valori dell’ Internazionalismo; e dunque in Germania il nazismo fu tollerato, anzi incoraggiato dai grandi industriali che avevavo bisogno del lavoro sporco di Hitler e delle sue Camcie Brune, e del loro messaggio semplicistico, piccolo borghese per fare presa sul popolo tedesco. Adesso la storia è cambiata, l’ URSS è finita da più di un ventennio, si è disgregata e dalla sua disgregazione sono nati i nazionalismi, mentre il liberismo ha finito con il coincidere con l’ idea stessa di economia e di società, ma fa parte di questa fase storica e è solo un’ impressione, non è detto le cose stiano davvero così. Adesso le elite finanziare non hanno bisogno certo di allearsi ai vari populismi, hanno già un potere enorme. I populismi nascono davvero dal basso, non tutti, certo, ma non sempre l’ onda d’ urto del populismo è reazionaria, lo stesso Trump secondo me resta un fenomeno elitario che ha usato un linguaggio populista per fare presa sul popolo americano, ma è salito al potere grazie all’ antico correttivo elitario della legge elettorale americana, l’ espediente che i Padri Fondatori avevano ideato per impedire che il sistema elettorale aprisse davvero ad una democrazia dal basso. La conta dei voti popolari avrebbe altrimenti dato la vittoria alla pur orrida Clinton, che però parlava un linguaggio più raffinato (e si fa anche presto :-). E’ vero che l’ ideologia di sinistra si disgrega, e finisce con fare parte della sovrastruttura culturale dell’ elite, ma non mi sembra che Marx, per esempio, avesse molto simpatia per la sinistra parlamentare enon solo parlamentare, dei suoi tempi. Solo lo sciopero generale e la rivoluzione erano le armi per il marxismo. Altri tempi davvero, ma la sua analisi resta viva. Siamo nel Capitalocene, la terra e le specie animali vengono distrutti e interi popoli sono spazzati via dall’ espansione del neolibersimo, resa davvero inarrestabile e insostenibile dalla tecnologia che ha a disposizione per appropriarsi di beni, vite, terre , tutto ciò che può prendersi se lo prende ad un ritmo sempre più insostenibile. La terra è devastata da questa continua guerra che le viene opposta, l’ appropriazione originaria di marxiana memoria accade ogni giorno ogni attimo a spese di quello che resta dell’ambiente, di intere regioni, comunità, specie animali. “Negli anni trenta del novecento Max Horkheimer rispondeva così a quelli che criticavano il fascismo: chi non vuole parlare (in modo critico) del capitalismo dovrebbe anche tacere sul fascismo” (S. Zizek). Mi viene in mente il saggio di Michele Riot-Sarcey, uscito in Francia “Le proces de la liberté”, “storia sotterranea del XIX secolo” in cui l’ autrice indaga l’ enorme materiale storico sfuggito all’ analisi storiografica “classica”, e di cui non sappiamo quasi niente, per esempio un’ idea di democrazia diversa dal modello della rappresentanza, un modo diverso di intendere la libertà, come la intendevano allora, agli inizi dell’ 800 e in seguito, ancora alla luce del 1789, ma nel nuovo secolo che si stava prefigurando; prima che si fissasse un vocabolario che ha poi condizionato anche la maniera di concepire i movimenti politici, prima che si chiudesse la scatola nera della storia e delle ideologie che adesso diamo per scontate. Frugare lì nel margine, fra populismo e movimenti di lotta dal basso. Un’ archeologia dei movimenti di autocoscienza e di lotta, di pratiche di lotta per la libertà anche individuali. Penso anche a quello che sta succedendo a Standing Rock, la lotta dei Cherokee e dei popoli indiani americani che si ritrovano riuniti lì, e le varie lotte dei popoli indigeni contro l’ invadenza delle multinazionali in molte altre parti del mondo, è lì che si fa la storia, o che si prova a fermarla o a deviarne il corso; dovremmo tenerlo presente e essere lì presenti in qualche modo. Mi viene in mente il gesto del padre di Rossella O’ Hara (ebbene sì), che prende la terra e gliela mette in mano, perché penso che solo così si può trovare la forza di lottare; un po’ quello che scrive anche Franzen quando dice che sebbene il mondo sia ormai un malato terminale, bisognerebbe fare come s.Francesco, salvare ognuno quello che può di terra di ambiente di animali, di parole, dal diluvio liberista. Anche difendendo le specie animali che si stanno estinguendo , ogni pezzo di terra, ogni albero, ogni persona. Stare vicino alla terra e difenderla come insegnano in questi giorni i popoli nativi a Standing Rock.

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