cover_article_835_en_usMarco Giorgerini

Trilobiti, pubblicato pochi mesi fa da minimum fax (la prima edizione italiana del 2005, firmata ISBN, è da tempo fuori commercio), è tutto ciò che possiamo leggere di Breece D’J Pancake. Lo scrittore del West Virginia (quell’insolito «D’J» è frutto di un refuso di stampa subito accolto e difeso dall’autore: una divertita concessione al caso da parte di chi ha fatto di un estenuante labor limæ il suo marchio di fabbrica) si è tolto la vita a neppure ventisette anni, dopo aver accumulato nel breve volgere di poco più di due decenni esperienze tali da assicurargli una maturità non comune. Dalla morte del padre a quella del suo migliore amico, dal ruolo di docente in una scuola militare alla promettente carriera letteraria. «Era lui a doversi prendere cura di me», dichiarò John Casey, professore universitario, firmando una prefazione ora riproposta nel volume in esame.

Sono dodici racconti, originariamente dati alle stampe nel 1983, che sanno di polvere e luce accecante, di alcoliche notti insonni e di strade infinite, di un indefinito senso di stasi opprimente che rischia di indurre a un disincantato fatalismo. A volte sembra che la vita, quella vera, possa goderla chi fa il grande passo, chi chiude con la provincia rurale e si getta nel mondo: «Chicago diventò un sogno e poi una specie di malattia». E ancora: «La vita vera era a Chicago» (La mia salvezza).

Eppure, sotto i modi rudi di operai sfruttati e di puttane che non vanno per le spicce, sotto la cappa di un’accentuata incomunicabilità («nessuno vuole parlare con me, Lucy», Cacciatori di volpi) in Trilobiti brilla un candore fatto di accensioni liriche dolcissime e timide ammissioni di colpa. Dico così, ammissioni di colpa, perché in mezzo al cinismo inevitabile e persino necessario di un mondo che conosce solo la logica elementare del lavoro, del sesso, della legge da rispettare o da violare (Come deve essere), le sfumate e malinconiche riflessioni di alcuni personaggi sembrano quasi colpe da tenere nascoste.

Il protagonista di Trilobiti, uno dei racconti più intensi del libro, smentisce indirettamente il ragazzo che sogna Chicago e confessa: «Sono nato in questo posto e non ho mai smaniato per andarmene». Parole di cui difficilmente avrebbe potuto appropriarsi la molta letteratura americana che ha identificato nel viaggio, più o meno metaforicamente inteso, il suo fondamento primo (è superfluo citare On the road, capolavoro di Kerouac).

Racconti inquieti e perfettamente cesellati, dunque, ossessivamente ponderati. John Michaud, in un articolo pubblicato sul «New Yorker», ha affermato che «alla stesura di una storia [Pancake] dedicava quattro versioni scritte a mano e una decina a macchina, piene di correzioni, aggiunte, appunti».

C’è stato chi ha accostato alla sua scrittura quella del primo Hemingway («si è tentati di paragonare l’esordio a quello di Hemingway, quando nel 1924 pubblicò i racconti e le prose di Del nostro tempo», osserva Joyce Carol Oates nella nota che apre il libro), chi vi ha intravisto un minimalismo di matrice carveriana, chi un richiamo all’epica di William Faulkner. Ispiratori a parte, Trilobiti sorprende proprio per il nitore dello stile, per una lingua che assume coloriture quasi sacrali: ogni parola, inchiodata in periodi asciutti, scarnificati, è dove necessariamente deve essere. Nulla può essere spostato in questa architettura che sotto l’apparenza della spontaneità nasconde una struttura complessa e calcolata fin nei suoi minimi dettagli. Caratteristica, questa, senz’altro apprezzata da Kurt Vonnegut, che senza esitazione ammette: «Si tratta semplicemente del più grande scrittore, dello scrittore più sincero che io abbia mai letto». È anche il libro preferito di Tom Waits, e la cosa non può sorprendere chi conosca l’artista di Pomona.

Le storie di Trilobiti nascono e crescono nel segno della ruggine. Il tempo, che alla ruggine è naturalmente legato, è forse il vero protagonista di queste pagine. La malinconica e dimessamente orgogliosa consapevolezza della nostra precarietà percorre la prosa dell’autore («Mi piace tenere in mano sassolini che hanno vissuto tanto tempo fa»: ecco la soddisfazione di sentirsi tappa finale di un passato che tende a infinito). Pancake vede in se stesso e nel mondo che gli scorre così chiassosamente accanto niente più che un frammento infinitesimale ma non insignificante di un tutto sconfinato. Un anello di giunzione tra un passato carico di migliaia, milioni, miliardi di anni e un futuro che l’eterno presente sembra schiacciare in un angolo e che tuttavia si realizzerà, nonostante tutto. I ricordi sono, spesso, tutt’altro che consolatori e rasserenanti. Prendono alla gola, sono i morsi gelidi e implacabili del tempo che scorre impietoso. Al di fuori della temporalità soggettiva dell’umanità – trascurabile in termini assoluti – Pancake sembra poter davvero respirare. In mezzo alla natura, presenza di fondamentale importanza nella sua opera, sembra riscoprire la sincera preghiera, e manifestazione al contempo, di un dio silenzioso che viene nominato, in tutto il testo, una volta soltanto. Un dio terrestre, terrigno, immanente, nonostante nei suoi ultimi anni di vita lo scrittore avesse aderito con ostentata convinzione alla religione cattolica.

Leggere questo libro è un po’ come ascoltare Woody Guthrie. Certo, tra lo scrittore della Virginia occidentale e il menestrello dell’Oklahoma la distanza è evidente (così come sono evidenti alcune affinità relativamente alle ambientazioni e agli «ultimi» resi protagonisti). Lo storico cantore dell’America del dopoguerra illuminava con le sue protest songs l’altra faccia del sogno americano (siamo, in letteratura, dalle parti di Furore), e aveva addosso l’ardire di una speranza collettiva, sociale. La musica, però, non è così distante da quella di Pancake: secca ed essenziale, ma capace di aprirsi in melodie struggenti e delicate.

Breece D’J Pancake

Trilobiti
t
raduzione di Cristiana Mennella

minimum fax, 2016, 191 pp., € 16

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