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Esce nei prossimi giorni da Donzelli (408 pp., € 37) Arte e sfera pubblica. Il ruolo critico delle discipline umanistiche di Michele Dantini. Gli studi di Dantini sono da tempo un punto di riferimento per i cultori dell’arte contemporanea – su una misura ormai «espansa», da Klee e Duchamp sino a Manzoni e Pistoletto – ma, come sanno i nostri lettori, suo interesse maggiore da tempo è quello di mettere in relazione queste esperienze verticali coi loro orizzonti, cioè coi contesti socio-culturali: non tanto sul versante della produzione, quanto su quello della ricezione. Come dice uno degli esergo del libro, di Hannah Arendt, «l’ambito pubblico è costituito dai critici e dagli spettatori, non già dagli attori e dai produttori».

Senza nulla perdere della sua specifica competenza linguistica, e rivendicando anzi un’«erudizione» non fine a se stessa bensì garanzia della più esaustiva thick description del proprio campo (un’autentica filologia militante dunque, nei circuiti accademici così spesso evocata e così di rado praticata), la storia dell’arte si fa così, in Dantini (e lo dicono con forza tanto il titolo che il sottotitolo del suo libro), storia della cultura artistica. Che configura una «sfera» civile, politica, per l’auspicata «cittadinanza desta e qualificata». Significativo dunque che nel volume, ai gremiti quanto illuminanti affondo sui suoi artisti d’elezione, Dantini preponga saggi su figure di grandi «lettori», quali Michael Baxandall e il Longhi di Proposte per una critica d’arte, i quali non si sono limitati alla perlustrazione del proprio «campo» ma quel «campo» hanno inteso travalicare per mostrarci come le dinamiche da loro perlustrate riguardino, più in generale, i modi della nostra esistenza. Figure, come dice Dantini nel collocarsi al loro seguito, di «filologi (e, certo, “intellettuali”) non immemori del proprio tempo, capaci anzi di legare le sorti del rinnovamento disciplinare a istanze più ampie e generali, sorretti da un profondo senso di obbligazione nei confronti dei propri simili ma al tempo stesso mobilitati da qualcosa come un desiderio di distanza». Non meno significativo, dunque, che il libro si concluda con dieci schede riguardanti «libri colti contro la pedanteria»: libri di autori tout court esemplari come Ernst Robert Curtius, George Orwell, Isaiah Berlin, Eward Said e Zygmunt Bauman. (a.c.)

Per gentile concessione dell’editore, anticipiamo qualche stralcio dall’introduzione.

Michele Dantini

Potrei presentare Arte e sfera pubblica come un libro sulla diaspora tedesca e ebraico-tedesca [...]. Avrei buone ragioni per farlo. Farei però un torto alle molteplici inquietudini che hanno nutrito la ricerca e suggerito l’articolazione del volume, sospingendone gli ambiti cronologici ben oltre i limiti del periodo entre-deux-guerres.

All’origine di questo mio progetto stanno perplessità e riserve per l’angustia di un determinato specialismo umanistico oggi corrente; e il desiderio di contribuire a riformulare i compiti, le tecniche, gli stili, la platea dell’indagine storica (o del «discorso critico»)[...]. «Articolare storicamente il passato», osserva Benjamin, «non significa conoscerlo “come propriamente è stato”. Significa impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo».

Negli anni della Repubblica di Weimar le istanze di «senso», «comunità», «totalità», «completezza» (qualsiasi cosa si intenda con simili termini) avvicinano posizioni differenti, talvolta contrapposte: esse conferiscono al dibattito sul ruolo e l’importanza della conoscenza storico-filologica il suo tratto specifico – Sloterdijk parlerebbe di «tensione verticale» – e introducono la domanda sull’«agire» individuale e collettivo in modi che non sono sociologici. Il ricordo di questa prospettiva appare oggi smarrito, e pour cause se consideriamo quanto siano mutati i contesti storici e sociali. Tuttavia la circostanza segnala un’amnesia sorprendentemente diffusa, su cui vale la pena interrogarsi, per più versi conseguenza di processi transculturali postbellici [...].

Con Arte e sfera pubblica cerco di corrispondere all’invito che da più parti viene rivolto agli umanisti – invito a «spiegare con precisione i [propri] metodi di indagine e rivendicarne il rigore... sia rispetto agli studiosi delle scienze dure e tecnologiche, che rispetto alla società nel suo insieme». Al tempo stesso mi propongo di rimuovere alcuni ostacoli che intralciano oggi lo studio delle immagini [...].

Non pochi tra i saggi del libro si soffermano sulle molteplici differenze tra cultura europea e cultura americana primo-novecentesca cercandole nelle biografie intellettuali di artisti (come Duchamp) e studiosi divisi, per scelta o necessità, tra due mondi; e curando di distinguere orizzonti teorico- o politico-culturali presentati in seguito, nella seconda metà del ventesimo secolo, come pacificamente convergenti. «La specializzazione è una sorta di pressione esercitata strumentalmente a tutto campo in tutto il mondo e in tutti i sistemi scolastici», ricorda Edward Said in Representation of the Intellectual. «La perizia tecnica e il culto per l’esperto accreditato sono invece fenomeni più peculiari di questo dopoguerra».

Il tema dell’interpretazione è cruciale. Intesa in senso ordinario e quotidiano, l’attitudine a interpretare – dunque a interrogarsi e interrogare, revocare in dubbio, distinguere, connettere, articolare – è a mio avviso conditio sine qua non di una cittadinanza desta e qualificata. Il declino di questa stessa attitudine è invece un pericolo per le sorti delle democrazie. Intesa in un senso tecnico, l’«interpretazione» è la premessa di una corretta (e tutt’altro che scontata) correlazione tra storia dell’arte e storia della cultura.

In un recente intervento sul New York Times, Nicholas Kristof, editorialista politico del quotidiano, invita a non sottostimare l’importanza delle discipline umanistiche. Cita i tre autori che a suo avviso hanno avuto più ampia influenza sul suo modo di considerare la politica o la giustizia, Isaiah Berlin, John Rawls e Peter Singer, e osserva: «viviamo in un mondo più prospero quando programmatori e uomini del marketing ci assediano con smartphones e tablets. Presi per se stessi, tuttavia, gli uni e gli altri sono nient’altro che tavolette. Sono la musica, i saggi, i giochi cui danno accesso che conferiscono loro valore, e tutto ciò è reso possibile da un’intelligenza di tipo umanistico». È significativo che un vivace sostegno alle Humanities venga qui da un acuto osservatore dell’attualità internazionale, da un intellettuale «generalista»; e si accompagni al riconoscimento dell’importanza delle «nuove idee». La posizione di Kristof è condivisibile, purché aggiungiamo che proprio lo specialismo deteriore impedisce non di rado alle competenze umanistiche di inserirsi nella discussione generale e provare la propria utilità da punti di vista pubblici [...].

Per Nietzsche, il cui pensiero è alle origini del dibattito weimariano sul ruolo delle discipline umanistiche, l’ordinamento universitario degli studi classici è un problema etico-politico, non solo disciplinare. La filologia routinière, sibila nelle annotazioni per un’«inattuale» mai pubblicata, dal titolo Noi filologi, educa all’«erudizione più avulsa e esecrabile, [a] un indolente e inattivo stare in disparte, [a] una timorosa sottomissione». La verve polemica di Nietzsche, sovente irresistibile, colpisce qui in modo sin troppo aspro. Ma anche altri filosofi, come Peter Sloterdijk di recente, hanno manifestato una crescente insofferenza per l’attuale riduzione della «cultura umanistica» a qualcosa come «un affare per archivisti e documentaristi» [...].

Nel dibattere sul ruolo presente e futuro delle Humanities trascuriamo non di rado di considerare la relazione che corre tra lingua, emozioni e cittadinanza. Si tratta di una relazione cruciale. «Proviamo a figurarci quanti sentimenti misteriosi e profondi che pure sono stati espressi in seguito sarebbero rimasti muti [senza di lui]», scrive Baudelaire a proposito di Hugo. Nell’intrecciare le professioni di critico e poeta, l’autore dei Fiori del male suggerisce qui che la legislazione originaria è quella in base alla quale assegniamo un nome alle cose. «Il linguaggio non può più conseguire il suo unico e vero scopo», conferma Nietzsche in Richard Wagner a Bayreuth, a distanza di non molti anni dalla commemorazione celebrazione baudelairiana di Hugo. «E cioè far sì che i sofferenti si intendano tra loro sulle afflizioni più elementari della vita».

Spesso tendiamo a trascurare l’importanza che emozioni negative come la rabbia, la delusione, il disgusto hanno nei processi cognitivi. Se elaborate, possono sostenere la nostra propensione a sviluppare esperienze. Se rimosse la intralciano invece durevolmente. In anni recenti sociologi come Habermas, Honneth e Sennet o filosofi come Martha Nussbaum si sono soffermati più volte sul ruolo politico delle emozioni negative [...]. La distinzione tra nobile excandescentia e disdicevole rancor attraversa l’intero Rinascimento per giungere sino a Edgar Wind, storico dell’arte e allievo di Panofsky nel periodo di Amburgo. Questi distingue tra nobile excandescentia e deplorevole rancor nell’esile nota di un saggio maggiore: mantiene così in vita il problema. Nelle Considerazioni di un impolitico, apparse nel 1918, Mann aveva fatto peraltro della contrapposizione tra furor philosophicus e furor politicus una chiave per intendere l’ostilità tedesca al «democraticismo liberale» anglo-francese e americano: tema che confluirà di lì a poco nell’agenda della «rivoluzione conservatrice». Si tratta ora di considerare più da vicino le connessioni esistenti tra capacità argomentative e esercizio della cittadinanza...

Le opere d’arte sono concepite per destare emozioni potenti e complesse. La loro interpretazione pone problemi specifici, perché quadri e sculture non si esprimono attraverso parole. «Parlano» invece attraverso le parole che noi prestiamo loro, e questo comporta responsabilità particolari per chi si confronti con l’elusività del «significato». «Trovare le parole» per descrivere o interpretare le immagini è un problema che impegna gli storici dell’arte da molto tempo – dedico qui un intero saggio alle Proposte per la critica d’arte di Roberto Longhi, e mi soffermo sul molteplice interesse di Baxandall per il problema della descrizione (o ecfrasi). «Trovare le parole» implica prima riconoscere e elaborare quelle emozioni che le immagini suscitano in noi – emozioni che non sono di ordine semplicemente estetico, ma coinvolgono l’intero ambito della nostra esistenza. Questo è un buon motivo per affermare che competenze di ordine visuale hanno per noi immediate utilità linguistiche e cognitive, dunque civili. Ci aiutano a ordinare esperienze complesse e a muoverci in modo meno impacciato tra ambiti sensoriali diversi, permettendoci di «tradurre» e transitare dall’uno all’altro in forme plausibili [...].

Monografie o saggi degli storici dell’arte raccoltisi a Amburgo attorno alla Biblioteca Warburg conservano spesso testimonianza di una partecipazione profonda, non di rado contrastata o tout court drammatica, all’arte e alla cultura contemporanea. È proprio a questo livello pubblico e per così dire sapienziale di interlocuzione con i contemporanei, di coinvolgimento nei problemi più generali del proprio tempo, che desidero spingere questa mia ricerca [...]. Per Wind, che ne scrive nel 1931, «la memoria è il problema cruciale per lo storico dei simboli». Colma così d’un tratto, e nel modo metodologicamente più avvertito, la distanza che separa l’ambito del «godimento» da quello della responsabilità. «Non solo perché [la memoria] è lo strumento della conoscenza storica, ma perché, con il suo corredo di simboli, crea una riserva di forze cui attingere in situazioni storiche determinate [...]. Sotto questo profilo il problema della sopravvivenza dell’Antico acquista senso di paradigma storico [...]. È un esperimento condotto sulla propria persona».

Questa impostazione, warburghiana in origine, contrasta con l’opinione oggi corrente secondo cui sussiste un’invalicabile distinzione tra Antico e Contemporaneo – tra «filologia» e «critica culturale». Per non pochi tra i maggiori storici dell’arte del Novecento il confronto con l’arte e la cultura contemporanee è costante, né potremmo immaginare la loro attività senza considerare questo nutrimento. […]

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