ragazzi_vita_wh2Maia Giacobbe Borelli

Il falso si costruisce con ciò che tutti sanno

Umberto Eco

Non c’è niente di male nella produzione di un bel varietà dove ragazzi, perlopiù in mutande, usano una parlata dialettale (finta o vera che sia) di altri tempi all’interno di una scena lucida e patinata, quasi come nei musical tanto di moda oggi. Non c’è niente di male a far muovere questi bei ragazzi all’interno di un’azione ben coreografata, cantando Claudio Villa in un’atmosfera degna di una fiction televisiva, dove infatti ci guida tra i vari episodi proprio Lino Guanciale, il Claudio Conforti del piccolo schermo.

Allora perché questo senso di fastidio all’uscita dal Teatro Argentina dopo aver visto Ragazzi di vita, con ottimi giovani attori come Lorenzo Grilli – Er Riccetto – e divertenti personaggi, dal Nerone Francesco Giordano a er froscio – Giampiero Cicciò – alla madre, interpretata da Sonia Barbadoro? Sono personaggi ben delineati, macchiette che sembrano usciti dai disegni eleganti di Sto e dalle scenette comiche di Petrolini.

Lo spettacolo, messo in scena da Massimo Popolizio, è spesso raccontato sapientemente in terza persona, come avevamo già sentito in spettacoli che Luca Ronconi trasse dai romanzi, dal Pasticciaccio (1996) ai recenti Pornografia (2014) e Lehman Trilogy (2015), interpretati proprio dallo stesso Popolizio, che è e rimane uno dei nostri migliori attori.

Ma se si vuole intrattenere il popolo romano ispirandosi al mondo di Petrolini e di Sergio Tofano, perché tirare in ballo proprio Pasolini? Perché raccontare con questo spirito allegro, per episodi scelti, con alcune rinunce e qualche aggiunta divertente, operate dalla drammaturgia di Emanuele Trevi, proprio il romanzo del 1955 col quale Pasolini intendeva denunciare con perfetto verismo le condizioni del sottoproletariato che viveva in una delle zone più desolate di Roma?

Lo spettacolo, prodotto dal Teatro di Roma nel lodevole intento di ricordare Pasolini a quarant’anni dalla barbara uccisione, mantiene il guscio delle azioni descritte dal romanzo ma al suo interno non è rimasto più niente dello spirito di denuncia di uno scrittore che si era eretto a testimone della crisi dei valori del suo tempo, pagandone le conseguenze fino in fondo. Lo spettacolo non sembra trasmettere nessuna emozione diversa da un effimero divertimento, nessuna denuncia, tanto che potremmo essere davanti al set di un servizio di moda: dove certe tematiche, certe povertà da favela brasiliana fanno da sfondo alla collezione autunno-inverno 2016-2017. Oppure possono suscitare la nostalgia delle nostre italiche giovinezze, come fossero ricordi dei bei tempi andati, che ora purtroppo non son più.

E di spettacolo di successo si tratta, di sala piena, di recensioni entusiastiche sui quotidiani nazionali; ma si esce dall’Argentina con la sensazione amara di aver mancato un dato essenziale del discorso di Pasolini, quello della testimonianza della tragica condizione dei diseredati, degli ultimi, oggi come ieri vittime incolpevoli, triturati dalla Storia dei più forti. Denuncia per la quale quel romanzo, nella figura dell’autore, Pier Paolo Pasolini, e dell’editore, Livio Garzanti, vennero processati (finendo poi assolti) su richiesta della Presidenza del Consiglio dei Ministri (per iniziativa del tristemente noto Ministro dell’Interno dell’epoca, l’onorevole Tambroni), il 4 luglio 1956 a Milano.

Si trattò del secondo processo subito da Pasolini ma del primo avente per oggetto la sua produzione artistica, definita pornografica. In sua difesa lo scrittore disse al processo: «Il libro è la testimonianza della vita da me vissuta per due anni in un rione di Roma. Ho voluto fare un documentario. La parlata in dialetto romanesco riportata nel romanzo è stata un’esigenza stilistica. Quando antropomorfizzo la cagna ho voluto dire che molte volte i ragazzi purtroppo conducono la vita come animali. Nel titolo Ragazzi di vita ho inteso dire ragazzi di malavita».

Ed è di questo che avrebbe potuto parlare la messa in scena. Questo di cui scriveva Pasolini nel suo primo romanzo, uscito per ferma volontà del coraggioso Garzanti e proiettato subito al centro di un’aspra polemica: venne infatti ferocemente osteggiato, tanto dalla stampa comunista che da quella di governo, per l’uso del dialetto e la crudezza delle scene, e difeso da pochi, troppo pochi, tra i quali Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti che scrisse appassionato in sua difesa.

Insomma siamo di fronte, con questo spettacolo, a una falsa ricostruzione del romanzo, che rimuove gli intenti dell’autore e che, paradossalmente, odora un poco di populismo fascista, in un’esaltazione della romanità de borgata e dei bei tempi andati, che sappiamo (o almeno lo sanno quelli che, per dato generazionale, ne furono testimoni), «bei tempi» non furono affatto. Tempi che d’altra parte non sono neanche veramente andati, perché se a quelli di Pasolini i ragazzi di borgata si prostituivano al cinema Farnese ora gruppi di ragazzi africani si offrono nel piazzale alla Stazione Termini.

La morte di Genesio non strappa più nessuna lacrima, nessuna commozione, nessuna empatia. Tanto si sa, così va il mondo, cinico e baro: ieri i ragazzi di vita morivano annegati nel Tevere, oggi i ragazzi muoiono a centinaia affogati nel Mediterraneo. Ma, nella foga ambientalista che sarà nuova fonte di ripresa economica, le rondini sì, quelle sono da salvare senza indugio, e per loro finalmente il pubblico si commuove, sospirando di sollievo al momento del salvataggio!

Così la platea televisiva riempie la sala e si spella le mani ad applaudire, riconoscendo nel buon Riccetto le proprie origini gloriose. Ma Pasolini non voleva certo che ci identificassimo coi suoi sottoproletari. È così che si costruisce il falso, con ciò che tutti sanno come direbbe Umberto Eco. Perché, come diceva il grande Petrolini interpretando Nerone nel 1930, «il popolo quando lo fai giocà, abbocca subito… il popolo quanno s’abitua a dì che sei bravo, pure se non fai niente, sei sempre bravo!».

Ragazzi di vita

da Pier Paolo Pasolini, drammaturgia di Emanuele Trevi, regia di Massimo Popolizio

Roma, Teatro Argentina, fino 20 novembre 2016

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