avt_albert-cossery_4856Raffaella Battaglini

Albert Cossery, nato al Cairo nel 1913, morto a Parigi nel 2008, scrittore egiziano di lingua francese. Così amava definirsi lui stesso. Di questo autore appartato, apprezzato da molti letterati tra cui Lawrence Durrell e Henry Miller, ma poco conosciuto nel corso della sua vita e pubblicato integralmente solo negli anni Novanta, esce ora in Italia il secondo romanzo, I fannulloni nella valle fertile. «Ascetico e gaudente», come lo definisce il curatore e traduttore, Giuseppe A. Samonà, nella sua bella prefazione, Cossery ha condotto una vita quasi priva di eventi, se si eccettua il trasferimento a Parigi nel ’45. Dal ’55 ha vissuto ininterrottamente all’hotel La Louisiane, un piccolo hotel della Rive Gauche vicino ai suoi caffè preferiti, dove passava gran parte delle giornate.

Scrittore parsimonioso – in sessant’anni di attività ha prodotto in tutto una raccolta di novelle e sette brevi romanzi – scriveva al massimo due o tre righe a settimana: perché «solo gli imbecilli scrivono tutti i giorni, quelli che sono contenti di ciò che fanno». Fedele al suo ideale di scrittore-monaco, che possiede poco o nulla e si tiene alla larga dalla notorietà, Cossery ha portato con sé nell’esilio il suo universo letterario: tutti i suoi libri si svolgono esclusivamente nell’Egitto della giovinezza; la città d’elezione, Parigi, non compare mai. Vi compaiono invece i bassifondi del Cairo, popolati di prostitute, ladri e mendicanti – un’umanità sommersa e marginale, indolente e a suo modo ribelle. In questo interesse per gli esclusi, oltre che nella vena grottesca, si può cogliere l’ombra di Dostoevskji, del quale Cossery è un lettore precoce e la cui influenza si avverte anche nei Fannulloni, l’unico suo libro ambientato in una famiglia della classe agiata. La trama infatti sembra una riscrittura parodistica dei Fratelli Karamazov: tre figli maschi, un vecchio padre vedovo e tiranno che vuole risposarsi con una donna giovane; l’accanita opposizione dei figli, uno dei quali, Rafik, monta addirittura la guardia per intercettare la mezzana incaricata di combinare le nozze... Ma le somiglianze finiscono qui: il mondo di Cossery, dominato dalla pigrizia, è un mondo votato alla più totale inazione. Gli atti violenti vengono solo immaginati: «La cosa migliore sarebbe stata che suo padre morisse. Ma questa soluzione non lo convinceva molto [...] avrebbe portato complicazioni d’altro genere...». Così pensa Galal, il fratello maggiore, che «dorme da sette anni, e si sveglia soltanto per mangiare». Il sonno è il protagonista assoluto del romanzo, e il movente principale di ogni azione: è per mantenere indisturbato il sonno della famiglia che Rafik si oppone alle nozze del padre; la presenza di una donna in casa ne altererebbe i ritmi, e turberebbe la sacralità perenne della siesta. L’otium è dunque il perno della filosofia di vita dei personaggi, che aborrono il lavoro e lo considerano una schiavitù e una vergogna; da cui la generale riprovazione per il desiderio del figlio minore, Serag, di andarsene in città a lavorare, desiderio che per lo stesso Serag è così labile da venir meno al primo tentativo di fuga.

La denuncia del lavoro come impostura e schiavitù è il tema ricorrente di tutte le opere di Cossery, che nei Fannulloni trova la sua espressione più radicale. Si tratta di una vera e propria presa di posizione filosofica, secondo una linea che dal droit à la paresse di Lafargue conduce al concetto oggi così dibattuto – da Blanchot ad Agamben passando per Nancy – di inoperosità: la scelta di non fare come potere destituente, come sottrazione al meccanismo del dominio. Nell’universo di Cossery, questa opzione non può che essere individuale; qui non sono in questione orizzonti collettivi, né prospettive rivoluzionarie, alle quali il pessimismo dell’autore non concede speranze. C’è spazio solo per la diserzione (torna in mente il famoso «diserta!» di Nell a Clov in Fin de partie di Beckett, altro parigino d’adozione nonché esule linguistico) o per la derisione, altro caposaldo della weltanschauung di Cossery.

Al tempo stesso, nei Fannulloni la paresse assume implicazioni più profonde, quelle di un autentico rifiuto di vivere: Galal, che potremmo definire un dormiente compulsivo, viene continuamente paragonato a un cadavere, e la casa a un luogo di morte. Tutti gli impulsi vitali cedono il posto al sonno. Ogni tanto, pur nella loro accidia, i personaggi provano un sussulto di desiderio: in genere nei confronti della servetta Hoda, che prepara i pasti per tutta la famiglia. Ma perfino lo slancio carnale viene sopraffatto dal torpore: a metà di un gesto la sonnolenza li invade e, invece di proseguire l’atto sessuale, si sdraiano sul letto e sprofondano nell’incoscienza. Ovviamente, tutto ciò non è esente da risvolti grotteschi («Perché sei sveglio? Sei diventato pazzo?», si apostrofano a vicenda i personaggi, quando qualcuno di loro viene colto nell’atto inaudito di muoversi...).

Un discorso a parte merita infine la lingua: quella di Cossery è stata definita una «lingua della memoria», per il modo peculiare in cui l’arabo affiora all’interno del francese. Questo procedimento investe soprattutto i dialoghi; mentre la lingua della narrazione è classica, nei dialoghi viene attuato un vero calco linguistico: le espressioni, soprattutto popolari, sono tradotte letteralmente dall’arabo con effetti stranianti, «colonizzando», in qualche misura, la lingua dei colonizzatori. Un rovesciamento che, in diverse forme, caratterizza l’intera opera di Cossery, tutta giocata sui meccanismi tipici dell’assurdo.

Questa singolare figura di scrittore – con la sua «volontà del minimo sforzo» e il suo rifiuto individuale e non violento, ma radicale, dello sfruttamento – in un momento storico come il nostro ha sicuramente qualcosa da insegnarci. Ci auguriamo che questa forma di resistenza non sia destinata a rimanere l’unica.

Albert Cossery

I fannulloni nella valle fertile

a cura di Giuseppe A. Samonà

«Letture» Einaudi, 2016, pp. XXVII-185, € 18,50

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