reparto_neuropsihciatrico_belluno_smeb-_31Piero Del Giudice

La follia della guerra è frutto di una dettagliata ricerca svolta da Paolo Sorcinelli – docente di storia sociale all’Università di Bologna – e da un’équipe di storici e sociologi da lui guidata (Paolo Giovannini, Sabina Cremonini, Maurizio Camellini). La ricerca assume, come fascicoli di vicende individuali e come prove di un quadro storico, le cartelle cliniche e «narrative» (lettere, racconti, materiali altri) di ricoverati in circostanze di guerra degli ospedali psichiatrici di Mantova, Reggio Emilia San Lazzaro, Pesaro e del «Roncati» di Bologna. L’idea è questa: ricostruire le biografie e il vissuto dei protagonisti della follia in circostanze storiche precise e così – sul rovescio – stabilire il carattere di quelle circostanze. Se di crisi si tratta, se di anni cruciali si tratta, se di geopolitica singolare parliamo – in un territorio/paradigma dove passa la Linea Gotica, dove si accende come non altrove la guerra civile, dove si rastrella il nemico in rotta nei giorni della Liberazione – chi viene travolto dagli hot historic times verrà ricoverato nei manicomi e la sua storia farà testo, le tante storie individuali critiche daranno senso e forma al tempo storico.

Tocca dunque ai matti dare un senso alla storia, tocca a coloro che stanno con il corpo e la mente nella tempesta della storia, vittime che narrano in modo intelligibile o per concreto esistere la follia della guerra. Narrazioni silenziate. Non solo la reclusione, il silenzio dei parenti, l’ordine sociale reprimono il loro racconto, ma la psichiatria stessa sbarra il passo al senso delle loro parole, alla logica della loro esperienza.

La psichiatria non ama la realtà. Non sarebbe la guerra a provocare la crisi, la caduta d’equilibrio, le ragioni del ricovero, ma le «tare ereditarie», la «predisposizione» del soggetto, la deficienza organica e poi sempre nelle cartelle femminili quei luoghi comuni: «isteria», «frenosi puerperali», «frenosi mestruali». La psichiatria non vuole capire, evita e tiene sottotraccia il maggiore fattore di crisi, la guerra. La psichiatria dà prova della sua stoltezza, ottusità e genericità: «Rina, 37 anni, contadina, madre di sette figli, viene ricoverata a Pesaro nel novembre 1945 “affetta da psicosi maniaco-depressiva” probabilmente originata da trauma psichico subito durante il periodo del terrore nazi fascista […] nel luglio del 1944 la milizia, irrompe in casa sua, lega il marito, lo minacciano di morte con la pistola puntata alla nuca, imponendogli di rivelare ove nascosta l’automobile del medico di […] in presenza della moglie e dei figli che urlano di spavento» (corsivo mio). O il caso di Marta, 52 anni, casalinga, ricoverata al San Lazzaro di Reggio Emilia nel giugno del 1943. Una povera donna precocemente invecchiata, «smarrita, spaventata», non risponde alle infermiere, solo un vaticinio e solo al medico di turno che lo riporta in cartella, «cioè che su di lei pende un terribile destino, non lei, ma i suoi cari e noi che la assistiamo, avremo gravissime sofferenze». La diagnosi del manicomio è «delirio acuto», ma Marta si è vista portare via dalla guerra nell’ultimo mese i due figli più grandi richiamati alle armi nelle ultime leve alla vigilia dell’8 settembre del ’43.

Un territorio, quello scelto dalla ricerca, dove la guerra – totale e anche nella forma di guerra civile – penetra a fondo. E allora «taci, il nemico ti ascolta», «luce, luce!» il richiamo delle ronde all’oscuramento notturno, il caso e il destino presiedono le vite, la Repubblica di Salò e la scelta partigiana, i doppiogiochisti, le spie, i vicini si sorvegliano a vicenda, la linea del fronte che attraversa i villaggi e i passaggi tra le linee, i combattimenti al fronte e i bombardamenti nelle retrovie più lontane, la globalità della guerra e la guerra dentro le persone. Tutto perde fisionomia, è un mondo probabile, fitto di imprevisti, dove la mente oscilla, collassano i vecchi punti di riferimento e il tempo scritto sul calendario e nella circolarità delle stagioni perde senso.

È un incessante accadere tragico: la ritirata di Russia e i giovani dispersi in Russia – l’attesa, sino all’inoltrato dopoguerra, di questi dispersi e le patologie dell’attesa, delle madri, delle giovani spose –, la prigionia, la fame, la fatica fisica e psichica – l’isolamento – della prigionia, l’8 settembre e generale disorientamento, la fine dell’identità e la costruzione di un futuro, il 25 aprile e la resa dei conti.

Però nei manicomi ci si fa anche ricoverare per sottrarsi all’urto immediato della guerra, molti cercano e trovano lì un muro tra sé e gli eventi, uno iato tra sé e la Storia. Si riscatta qui una psichiatria che si fa complice delle simulazioni per necessità di rifugio – non «dar di matto», ma «fare il matto» –, non di ricoveri si tratta ma di manicomio quale asylum e diritto d’asilo.

C’è, c’è sempre, uno stream di irragionevole, inaspettata rottura di schemi. E le giovani donne in una città delle donne? nella fabbrica delle donne? nella campagna delle donne e di pochi, pochissimi uomini, se non soldati. Madri poi di meticci per via dei militari neri americani o per gli stupri di massa delle truppe senegalesi («aux morts senegalais», recita il cippo a bordo strada nel turbine turistico dell’isola d’Elba).

E non ha fine il dibattersi dell’uomo e della donna nella trappola della guerra. Lungo quanto la vita. E il silenzio dei vinti e delle donne dei vinti e dei figli dei vinti, quei buchi neri che calamitano il racconto sottovoce, le esistenze silenziate, nelle comunità che la guerra civile ha attraversato.

Paolo Sorcinelli

La follia della guerra. Storie dal manicomio 1940-1950

Odoya, 2016, 224 pp., € 16

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