momowoSerena Carbone

Dalle artiste-artigiane alla storiografia del design, dalle paladine del merletto e della ceramica alle pioniere della produzione industriale, dalla tecnologizzazione alla retorica della crostata, dalle questioni di genere all’immagine della donna nelle campagne pubblicitarie, dai modelli di apprendimento agli «elenchi biografici». Di questo e di molto altro si è discusso a Milano, in Triennale durante il terzo convegno dell’Associazione Italiana Storici del Design, dal fascinoso titolo Angelica e Bradamante. Le donne nel design fra storia, ricerca e professione. Una maratona con più di venti interventi per lanciare una sfida metodologica agli storici del design sul come fare storia di fronte a un tema che interseca questioni di genere, politica ed etica.

Organizzato in concomitanza con la XXI Triennale, che ospita al primo piano W. Women in Italian Design, il convegno ha zoomato in maniera incisiva, chiara e concreta su una questione calda che si lega in maniera particolarmente diretta alle modalità di rappresentazione del femminile e alla stessa costruzione di un immaginario simbolico al quale non si può non fare riferimento di fronte agli ultimi e sempre più frequenti fatti di cronaca. Gli interventi, brevi ma mirati, sono stati divisi in più sezioni e a chiusura è stata imbastita una tavola rotonda dal titolo «Le donne nella professione: mappatura e prospettive. Quale la dimensione delle donne nel design?».

Molteplici sono state le riflessioni emerse, tra tutte la questione metodologica che «spazzola la storia contropelo», ovvero che propone, anzi impone – viste le urgenze emerse – un modello d’indagine reticolare e non più autoriale, come sottolinea in apertura Raimonda Riccini, Presidente di A/I/S/ design. Messe al rogo mitologie e agiografie, cosa ci resta? Tutto il resto, e non è affatto poco: le persone, la loro storia, gli oggetti prodotti e un’infinitudine di relazioni, scambi e intrecci con il Secolo Breve in cui contestualizzare i fatti, le azioni, le pratiche. Uno sguardo a volo d’uccello, insomma, capace di allargare i confini di una professione complessa che include le designer propriamente intese, anche nell’accezione di produttrici e realizzatrici, e l’ampia gamma di altre figure parte integrante di questo universo, come le imprenditrici e le tante artiste-artigiane della prima metà del Novecento che hanno accompagnato il passaggio all’industrializzazione. L’intenzione, più volta emersa dai diversi contributi, non è stata quella di scrivere una storia delle donne del design, ma di riconfigurare piuttosto la storia del design all’insegna delle molteplici figure di donne rimaste in ombra e riemerse grazie al lavoro di scavo di studiose e associazioni negli ultimi anni (oltre la stessa AIS, ricordiamo DCOMEDESIGN). Gli archivi pubblici e privati e di aziende in particolare sono apparsi come la fonte primaria di queste ricerche che, insieme alle testimonianze dirette, restituiscono una visione del mondo del design che non si esaurisce in una semplice differenza tra femminile e maschile ma suggerisce una complessità di fondo in cui la ricerca storica si immerge e riemerge abbracciando una prospettiva più ampia, intrigante e variegata.

Oltre alle numerose storie narrate (storie di vita e di lavoro di Clara Garesio, Lucrezia Gangemi, Liisi Beckmann, Anita Klinz, Lora Lamm, Piera Pieroni, Giuliana Gramigna, Anna Maria Fundarò, Maria Simoncini) sono stati presentati anche progetti in corso, come MoMoWo e l’Enciclopedia delle donne, piattaforme di raccolta, di scambio, di promozione e di valorizzazione di una cultura femminile. L’obiettivo di questi progetti non è quello di creare spazi di antagonismo, ma spazi inclusivi di cooperazione e conoscenza, perché in passato troppo spesso il riconoscimento di una donna nelle arti è passato attraverso il vaglio maschile. Memori di questo, sembra chiaro che un «contesto» che sostiene, accoglie e dona visibilità alle donne professioniste è il primo passo per una loro piena affermazione. Così anche il semplice (in apparenza) stilare elenchi biografici di donne altrimenti destinate all’oblio ha un suo valore, perché la narrazione (come del resto in passato lo sono state le numerose «Vite di uomini illustri») può cambiare il paesaggio e gli orizzonti delle possibilità, come dice Rosanna Carullo, promotrice della citata Enciclopedia delle donne.

Lontano da sterili retoriche e stereotipi preconfezionati, si è ragionato con dati e percentuali alla mano: i quali fotografano un’Italia in cui cresce la presenza femminile ma non senza criticità. In particolare se durante il periodo di formazione (università) il dato è paritetico se non maggioritario per le donne, i numeri calano nel periodo di inserimento delle stesse nel mondo del lavoro, e soprattutto per quanto concerne la retribuzione – ancora clamorosamente al di sotto di quella dei colleghi uomini. Non sono solo parole o numeri, non è neanche una questione di quote rosa, ma semplice volontà di affermazione di una libertà di scelta che già Virginia Woolf dichiarava – in una Stanza tutta per sé – passare necessariamente per un’indipendenza economica, oltre che per uno spazio di solitudine. L’educazione, inoltre, emerge come un fattore rilevante: considerando che, secondo il Global Gender Gab Index, l’Italia nel 2015 si colloca ancora al 58° posto, per quanto riguarda l’istruzione delle donne (accanto a Trinidad e Tobago e lo Sri Lanka), per scivolare addirittura al 111° per l’economia. Ma, venendo all’oggi, da poco sono stati dichiarati i vincitori del Compasso d’oro, il più antico e prestigioso premio mondiale di design: tra i 13 nomi non figura neanche una donna.

Angelica fugge, Bradamante combatte sotto le false vesti di uomo, George Sand indossa un abito, Virginia Wolf fa una gita al faro, Simone De Beauvoir «diventa» donna, Oriana Fallaci scrive Un uomo; le streghe al rogo, le streghe sono tornate per bruciare i reggiseni sotto una falsa coltre di ipocrisia. Tanti sono gli stereotipi da combattere, ma il problema oggi non si configura come una contraddizione di generi: piuttosto come l’affermazione di una metà della luna da far splendere in maniera plena, per costruire insieme ai compagni d’avventura un immaginario in cui riconoscersi e in cui riconoscere uno spazio senza pregiudizi e disparità. Uno spazio restato troppo a lungo precluso.

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Una Risposta a Design al femminile alla Triennale di Milano

  1. Anty scrive:

    Come si fa a metterlo su fb??

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