referendumG.B. Zorzoli

Negli ultimi cento anni tre sono state le maggiori crisi europee. La grande guerra 1914-1918 lasciò un continente stremato, con la generazione di mezzo decimata, stati enormemente indebitati e alle prese con la non facile riconversione dell’industria bellica, gonfiatasi oltre misura. Per di più alla fase precedente il conflitto, che aveva vissuto la novità di una prima, parziale globalizzazione, si era sostituita una chiusura nazionalistica, aggravata dall’umiliazione di trattati di pace simili a diktat, subìta dai paesi sconfitti, e dalle tensioni derivanti dalla definizione dei nuovi confini. La proposta vincente fu il fascismo in Italia, il nazismo in Germania, Salazar in Portogallo, Franco in Spagna, e regimi sostanzialmente autoritari nella penisola balcanica. Ne rimasero esenti il Regno Unito e i paesi scandinavi. L’alternativa di sinistra ai vecchi gruppi dirigenti aveva già perso credibilità quando, all’inizio del conflitto, i partiti socialisti francese e tedesco avevano votato i crediti di guerra e quello italiano aveva pensato, furbescamente, di cavarsela con lo slogan «né aderire, né sabotare». L’incapacità di gestire la crisi postbellica e la lotta fratricida contro i socialdemocratici, scatenata dai neonati partiti comunisti, fece il resto. Il prezzo per liberarsi dal nazifascismo fu altissimo: una seconda guerra mondiale, da cui l’Europa uscì spaccata in due.

Meno drammatiche, ma altrettanto preoccupanti sotto il profilo economico-sociale, furono le conseguenze delle due crisi petrolifere degli anni Settanta, che tra fine 1973 e 1979 videro il prezzo del greggio moltiplicarsi per venti. In un’Europa, molto più oil dependent di oggi, per descrivere quanto stava accadendo si dovette inventare un neologismo: stagflazione, stagnazione più inflazione a due cifre. In questo caso il retroterra erano però il ’68 e le lotte operaie degli anni precedenti. Gli effetti politici della crisi furono quindi la caduta delle dittature greca, portoghese e spagnola, il successo del PCI nelle politiche del 1976, la vittoria di Mitterrand, sostenuto da socialisti e comunisti, nel 1981, quando per la prima volta dal 1958 i gollisti vennero estromessi dal potere.

Il successo di Mitterrand fu il canto del cigno di quella stagione. Alla fallimentare politica del PCI, che seppe solo garantire l’appoggio subalterno a monocolori democristiani, si aggiunse la rinuncia del presidente francese ad attuare il programma proposto ai cittadini francesi. Contemporaneamente la vittoria della Thatcher nel Regno Unito e di Reagan in USA rilanciarono politiche neoliberiste, che rapidamente vennero fatte proprie anche dalla maggior parte della sinistra europea. Quali erano, ad esempio, vent’anni fa, le stelle polari del neonato governo italiano di centro-sinistra? Tony Blair, che in Gran Bretagna aveva continuato imperterrito la politica thatcheriana, e Bill Clinton che, rimuovendo gli ultimi dei vincoli posti da Roosevelt al funzionamento dei mercati finanziari, aveva completato la politica avviata da Reagan e creato le condizioni per l’innesco della crisi finanziaria 2007-2008.

È quindi comprensibile che condizioni molto simili a quelle presenti dopo la prima guerra mondiale stiano producendo effetti analoghi. La rabbiosa protesta anti-establishment e anti-globalizzazione ha fatto prima vincere la Brexit e ha ora portato Trump alla Casa Bianca, creando una profonda spaccatura, non facilmente sanabile, in entrambi i paesi; nella società americana, senza precedenti dai tempi della guerra civile.

Questa volta l’onda lunga della rivolta è iniziata nelle due nazioni che, nelle altre due circostanze, erano rimaste alla finestra, salvo poi intervenire in modo risolutivo: con le armi della guerra nel primo caso, della controriforma economica nel secondo. La Brexit, ma soprattutto la vittoria di Trump avranno indubbiamente un forte impatto sulle elezioni europee del 2017, in particolare su quelle francesi: non si può infatti escludere che l’onda lunga della rivolta anti-establishment e isolazionista porti alla vittoria della Le Pen. In tal caso, l’assetto comunitario ne sarebbe sconvolto. Se si arrivasse alla Frexit, una Merkel, presumibilmente indebolita dai risultati delle elezioni tedesche e privata della coperta formale di una partnership a due con la Francia, avrebbe enorme difficoltà a tenere insieme i cocci, che stanno crescendo ancor prima delle tornate elettorali dell’anno prossimo.

In Bulgaria e in Moldova hanno appena vinto i due candidati filorussi. Il prossimo 4 dicembre, il successo alle presidenziali austriache dell’ultrareazionario Norbert Hofer è quasi una certezza matematica. Lo stesso giorno si voterà in Italia sulla proposta di riforma costituzionale. Ci arriviamo dopo uno scontro, più che un confronto, tra i fautori del sì e del no; rispetto ai passeggeri del Titanic, la differenza è meramente comportamentale: allora si ballava, oggi si litiga.

L’iceberg, però, incombeva allora come incombe oggi. E sarebbe bene ricordare che nel secolo scorso lo scontro tra comunisti e socialdemocratici venne superato, con la creazione dei Fronti popolari contro il nemico comune, solo nel 1934: si è chiuse la stalla solo quando, con Hitler al potere, i buoi erano già scappati. E che, anche se il personaggio non ci piace, il nemico comune oggi non è Renzi.

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Una Risposta a Onde lunghe – e pericolo iceberg

  1. carlo guglielmi scrive:

    Quindi votiamo si?

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