kafka-a-montichiari_1909

Kafka (?) a Montichiari, 1909

Luigi Azzariti-Fumaroli

Cesare Garboli non si riconosceva in quanti ritenessero Kafka essere stato, per Dino Buzzati, un primissimo e mai tradito amore di gioventù. La calligrafia dell’autore del Deserto dei tartari, ch’egli stesso aveva ritenuto sintomatica di un’indole ombrosa e sfuggente almeno quanto l’«anonima obiettività» delle sue migliori prove narrative, avrebbe dovuto consigliargli, però, maggiore prudenza nell’escludere, con infastidita risolutezza, ogni affinità con l’autore praghese. La loro scrittura è infatti accomunata da un medesimo tratto naturale, spontaneo, scrupoloso e diligente come quello dei bambini. Qualche primo rudimento di grafologia suggerirebbe che ci si trovi difronte, in ambedue i casi, a un’indole minata dall’emotività, dall’ansia, da inquietudini e malumori a stento trattenuti. Il che, se nel caso di Buzzati forse stride con la sua «immagine pubblica», che lo vuole «metafisico e surrealista», certo non contrasta con la «perfetta puerilità» con la quale – secondo George Bataille – si sarebbe dovuto comprendere Kafka, il suo profondo desiderio di «restare nell’infantilità del sogno», in un limbo di irresponsabilità, che non sfonda il limite imposto dalle azioni utili ed opportune ma costantemente vi gira intorno, perché solo in tal modo può riuscire a esercitare la propria libertà sovrana. La quale, peraltro, in un ferale precipitare – ha osservato Carmelo Colangelo (Una rotonda sul male. Kafka allo specchio dei filosofi, Edizioni d’If 2014) – si muterebbe in quella prossimità alla morte con la quale la critica, specialmente francese, ha spesso ritenuto di parafrasare l’opera di Kafka, rendendola, con una sensibilità certo troppo intrisa di tanatofilie d’ispirazione hegelo-kojeviana, epitome della moderna «privation de l’être».

L’opera di Kafka invece – suggerisce nella sua monumentale biografia Reiner Stach ora distillata in «99 reperti» – al pari del suo autore sembra invero rifuggire qualsiasi definizione ontologica, così come qualsiasi intenzione deittica che non ammetta a sua volta di diventare oggetto d’interrogazione. È in primo luogo per questa ragione che, se si vuole sottrarre Kafka all’immagine stereotipata che l’ha ridotto a una sorta di alieno «avulso dalla realtà, nevrotico, introverso, malato, un uomo inquietante che suscita cose inquietanti», occorre insistere – come pure suggeriva Renato Barilli in Comicità di Kafka (Bompiani 1982) – in una campionatura delle situazioni nelle quali in modo più vivido egli rivela una comicità ingenua, talora prossima alla slapstick comedy, talaltra al teatro yiddish, del tutto spiazzante nella sua candida naturalezza: un’ilarità «profonda e tortuosa» è infatti la sola difesa che si abbia contro i filosofemi letteralizzati.

Ecco quindi che spigolando, con Stach, fra le pagine dell’epistolario così come fra i recessi meno conosciuti del suo lascito, emergono le innocenti facezie che Kafka di tempo in tempo soleva consegnare alle celebri lettere a Milena Pollak e a Felice Bauer, così come gli arguti tentativi di sviare quanti si dessero pena per le sue sempre più malferme condizioni di salute, senza dimenticare gl’improvvisi slanci di generosità e allegra tenerezza, quali esemplarmente dovettero trasparire da una serie di lettere (malauguratamente irreperibili) ch’egli, prestando la propria penna a una bambola, indirizzò, per consolarla, alla bambina che non riusciva a darsi pace per la sua perdita.

Non si tratta, però, di indulgere in saintebeuvismi surrettizi, mascherati e truccati: se questo fosse l’intento si farebbe torto anzitutto a Kafka, che da bravo agente assicurativo di nulla si mostrava più convinto che dell’inconsistenza d’ogni «garanzia sulla vita»; quanto della necessità di scrivere della sua vita senza «mondarla dalla fuliggine». Anche là dove si scandaglino tutte le pieghe della sua esistenza, la domanda su chi sia Kafka nota Stach, rinnovando gli insegnamenti di Marthe Robert – è necessario che resti in sospeso, «come si conviene nelle turbate regioni della diaspora interiore dov’egli erra solitario». Per questo «chi è Kafka?» è l’unica domanda capace di mettere davvero in imbarazzo anche il più acuto ed esperto dei suoi biografi. Esito decisamente paradossale, che, se non si temesse di incorrere in una tautologia, ci si affretterebbe a definire kafkiano; ma esso in realtà conferma soltanto – come ha scritto Philip Roth – che «non è dato che Kafka possa mai diventare il Kafka – perdinci sarebbe ancora più strano di un uomo che si trasforma in un insetto. Nessuno ci crederebbe, men che meno Kafka».

In questo senso egli parrebbe forse confondersi con l’universo narrativo da lui stesso creato e nel quale, trasfigurato nel proprio Doppio, fungerebbe da «funzione generale che prolifera su se stessa»: «un “tipo” pseudo-esistente, o anche addirittura inesistente, formato dalla congiunzione di varie proprietà in una configurazione fortemente espressiva». Tuttavia, l’assumere Kafka in un pensiero che intenda frantumare e distribuire il soggetto in modo sistematico, contestandone l’identità e rendendolo protagonista d’un nomadismo «fatto di individuazioni, ma impersonali, o di singolarità, ma preindividuali» parrebbe soltanto farne emblema di perturbazioni identitarie post-cartesiane, senza riuscire a placare o anche solo ad attenuare l’ossessivo, martellante interrogativo: «questo è Kafka?».

Eppure è proprio dalla possibilità di «rischiarare Kafka – avvertiva già Walter Benjamin – ciò da cui tutto dipende». E a ben vedere basterebbe poco. Magari anche solo riuscire a scorgerlo là, fra la folla degli astanti, a Montichiari, nel settembre 1909, presso il campo d’aviazione, in una foto un po’ sbiadita: «si riconoscono – nota Stach – gli orecchi sporgenti, il corpo magro e la statura superiore alla media». Benché non si possa esserne certi, è plausibile che sia lui; o forse no. In fondo unicamente «l’impercettibilità è condizione della perfezione; essa soltanto esclude la percezione di ciò che fa difetto in ogni tempo».

Reiner Stach

Questo è Kafka?

traduzione di Silvia Dimarco e Roberto Cazzola

Adelphi, 2016, 360 pp., € 28

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