herbertAntonella Anedda

Da tempo chi ama la poesia di Zbigniew Herbert aspettava la pubblicazione di un altro libro a oltre vent’anni dall’uscita di Rapporto dalla città assediata (Adelphi 1993), raccolta di poesie curata da Pietro Marchesani ormai famoso soprattutto come traduttore dell’allora sconosciuta (e adesso fin troppo praticata, proprio da chi allora ne sapeva meno…) Wisława Szymborska, premio Nobel 1996. Traducendo il riservato Herbert, Marchesani ci ha consegnato in realtà il più grande poeta del Novecento polacco (insieme a un altro grande dimenticato, Tadeusz Różewicz): forse troppo poco musicale (fin da allora per il club del Nobel), duro come le pietre che amava, e allo stesso tempo sensibile (come sono le pietre) agli elementi, apparentemente gelido e invece incrinato dalle scosse subite nel tempo privato e in quello della storia. A Rapporto dalla città assediata segue oggi L’epilogo della tempesta, che raccoglie poesie – tra cui alcuni inediti – scritte tra il ’90 e il ’98, anno della morte di Herbert. La cura e la traduzione sono di Francesca Fornari che, poeta a sua volta, ha reso onore al lavoro iniziato da Marchesani. Tra l’antico volume e questo vorrei però ricordare una tappa importante: la pubblicazione nel 2008 (presso Il Ponte del Sale) del piccolo volume Rovigo, a cura di Andrea Ceccherelli e Alessandro Niero (poeta e traduttore); nell’introduzione Jaroslaw Mikolajewsky, uno dei più importanti poeti della generazione nata negli anni sessanta. Il quale, in poche frasi sintetizzando poesia e vita di Herbert, scrive: «Herbert è vissuto, in un’epoca tragica, ha attraversato la guerra, il nazismo, lo stalinismo, senza mai abdicare alla dignità». Proprio dignità, questa parola ormai archiviata, è probabilmente la forza di una poesia in cui convivono sarcasmo e compassione, compostezza stoica e cognizione del dolore.

Riletti insieme questi tre volumi (è interessante seguire la resa diversa di alcuni testi, per esempio Achille. Pentesilea in Rovigo e in Epilogo delle tempesta) rendono dunque finalmente giustizia a un’opera la cui tenuta architettonica trova una corrispondenza forse solo in quella di Osip Mandelstam al quale è dedicata la poesia omonima in Epilogo e che varca davvero la tempesta del secolo con il suo incastro mirabile di faggi e luci, colloqui con i vivi e con i morti, senza gerarchia, piena di dubbi eppure mai cinica. I testi di Herbert sono sintetici nella disperazione come forse solo un poeta latino avrebbe potuto fare, ma anche orizzontali, sterminati in termini di spazio mentale di quel paesaggio che Simon Schama ci ha raccontato parlando dei bufali nella foresta polacca in Paesaggio e memoria.

Herbert è un poeta classico nel senso che da lui stesso a questa parola in Perché i classici. Classico significa per lui: nessun lamento, assunzione di responsabilità, nessuna autocommiserazione, nessun autocompiacimento. Eppure questo rigore, unito all’avviso di non abusare di confessioni in poesia, non escludeva già nelle liriche del Rapporto un superamento – come aveva notato Andrea Ceccherelli in Rovigo – proprio di quello stoicismo che aveva visto Marco Aurelio, nella versione di Marchesani, protagonista di una delle più grandi poesie del libro. Se la lettura di Epitteto e dei Pensieri insegna l’amor fati e ci ricorda come tenere la schiena dritta in tempi bui, tuttavia «le parole non hanno detto ancora tutto», come leggiamo in un testo degli anni Sessanta tradotto mirabilmente da Fornari. Se «le parole sopravviveranno ai cervelli al guinzaglio» è perché sono «pazienti»: sanno distinguersi dalle loro ombre, sanno tacere. Leggere Herbert (che discende dal poeta seicentesco inglese George Herbert, tanto amato da Elizabeth Bishop) coincide – forse proprio perché non abbelliscono nulla – con un’aspra fiducia nel nulla della scrittura, con una fiducia nel lavoro in sé. La consolazione è minima: le parole sono poche, fanno fatica a comporsi in frasi, «la pianura tra loro è fredda e deserta», si sono perse, «si sono sciolte nel sangue / a lungo si dovrà lavorare per riportarle fuori / si dovrà accelerare / il ritmo del cuore / o rallentarlo / e forse ancora una volta / qualcuno le scriverà su un muro / nelle catacombe della notte / sul vetro latteo dei mattini».

È vero, questo tardo Herbert che scrive sul ciglio della morte dice più spesso «io» rispetto al passato, ma lo fa mantenendo una distanza di sicurezza; scrivendo poesie che reggono, dalla struttura perfetta, dove ogni aggettivo è calibrato e ogni dettaglio ha un senso. Nessun ammiccamento al lettore, nessuna civetteria o lusinga. Non solo chi scrive, ma anche chi legge deve assumersi le proprie responsabilità. La reticenza – quella che ha dato vita alle tante poesie sul Signor Cogito, ironica considerazione anti-cartesiana – resiste intatta in una confidenza non ostentata ma piena di pudore, anche nell’osservazione del proprio corpo invecchiato, malato: strumento di conoscenza, che ritrova – attraverso la memoria del professore di medicina legale, chino sul torace dei suicidi – la pietà di Antigone.

Esposto alla depressione, ansioso, asmatico, Herbert trovava per sua stessa ammissione pace nello studio della filosofia antica e nella contemplazione delle opere d’arte. come testimoniano le prose finora tradotte solo in inglese di The Barbarian in the Garden. I suoi viaggi (e giustamente Fornari collega una poesia come Viaggio a Itaca di Kavafis) sono un elogio del transito. Gli stessi nomi - di cui molti legati a una Grecia solare: Efeso, Alessandria o a un’Italia non da cartolina: Ferrara, Rovigo, si confondono e passano come le nuvole vaganti in cui Herbert si identifica. Su questa condizione di passante si modula quello dell’osservatore di quadri. Alcune delle sue poesie più importanti sono poesie ecfrastiche, a cominciare dalla magnifica e tremenda Apollo e Marsia (in Rapporto dalla città assediata), con Apollo che scuoia Marsia pulendo con disgusto il suo strumento, emblema di un’armonia crudele, di sola musicalità; mentre Marsia dall’«orecchio assoluto» è l’autoritratto del poeta, dalle cui viscere e dal cui corpo nasce una musica, «un’arte concreta». Ora in Elegia della tempesta, tra le poesie inedite, Herbert percorre lo spazio della Decapitazione dei santi Cosma e Damiano di fra Angelico: ricognizione del quadro da sinistra a destra con un intermezzo sullo sfondo, ma anche ricognizione dello sguardo di chi scrive, inabissarsi nelle possibilità di chi guarda, fino ai perfetti versi finali: «L’erba è migliore della gente / rende profondo il verde oliva / la testa annegherà per un istante / dopo riemergerà pura / senza la rugiada della umana paura».

«Per Zbigniew Herbert», aveva scritto Mikolajewski, «le regole del mondo erano chiare, stare dalla parte dei deboli, ambire a un posto nella schiera dei grandi spiriti, stare dalla parte degli oppressi». Le ha osservate tutte, mi pare, a partire dalla più difficile, riuscire a stare tra i grandi, senza venir meno alle altre due: stare dalla parte degli oppressi, non calpestare i deboli. È questa libertà, credo, a dettare l’ultimo verso di Conversazione, con cui si chiude il libro: «Dove passerai l’eternità? Non lo so. Forse tra la sabbia delle nebulose».

Zbigniew Herbert

L’epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti

a cura di Francesca Fornari

Adelphi, 2016, 180 pp., € 20

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