220px-carmelo_benePaolo Carradori

Non ci si può esibire nello stesso teatro dove si è di scena

Carmelo Bene

Bella idea, anche controcorrente, quella di proporre la scorsa estate il Manfred di Carmelo Bene (1978) dal «poema in forma drammatica» di Byron con le musiche di Schumann nel Cimitero Evangelico agli Allori di Firenze. Ambientazione coerente e spettacolare. La versione è quella da camera per coro soli e pianoforte, anche se vengono salvaguardati nel video alcuni frammenti della storica direzione di Piero Bellugi con l’Orchestra del Teatro alla Scala. Sullo schermo bianco il volto, la voce di Bene intorno tra le lapidi, scolpite da una luce di taglio, a destra il coro, a sinistra il pianoforte, al centro su una poltrona con drappo rosso lo spirito recitante. Sullo sfondo la monumentalità del luogo è amplificata da bagliori di luce colorata. Questi gli ingredienti. Ma per fare cosa? Mario Setti (presidente di Nuovi Eventi Musicali, che cura la produzione) nel booklet di presentazione, che contiene (scelta molto utile) il testo integrale dell’opera, ha scritto che «non è un omaggio, non è uno spettacolo, non è un concerto».

Con Manfred Carmelo Bene non vuole rappresentare comunicare nulla. Inventa una voce – ora mielosa e romantica, ora aggressiva e ridondante – e fuori da ogni retorica apre a una nuova possibilità espressiva: la voce, il suono, parole in metrica divengono personaggi. Veri e struggenti. L’etichetta «voce-orchestra» accompagnerà Bene fino agli anni Novanta. Jean-Paul Manganaro e Gilles Deleuze sintetizzano nel profondo questo momento: «Le sue dissonanze polifoniche stanno alla pari con un’orchestra intera, e annullano di schianto la storia dei generi, musica e teatro, così come i suoi testi, privati di significati, annullano la storia, quella dei comportamenti, il non-vivere storico» (J.P.M); «Tra il canto e la musica, Carmelo Bene inserisce il testo divenuto sonoro, lo fa coesistere con essi, reagire su di essi, in modo tale da farci sentire l’insieme per la prima volta da ottenere una profonda alleanza dell’elemento musicale e cantato con l’elemento vocale inventato, creato, reso necessario» (G.D.; le citazioni in Carmelo Bene-Giancarlo Dotto, Vita di Carmelo Bene, Bompiani 1998).

Questa fusione poetica di musicalità, gestualità, voce, esalta in modo esemplare la ricerca di elementi espressivo-sonori di Schumann. La sua ouverture tormentata, titanica, piena di luci e ombre è drammaticamente perfetta per l’eroe romantico Manfred. Non-personaggio ma voce che si aggira, nel suo aristocratico dolore che a tutti arriva, in un non-luogo tra rimorsi e riflessioni, nella ribellione contro spiriti tenebrosi, nell’incontro con la memoria di Astarte. Bene sbriciola l’essere teatrale dei personaggi, ruoli cui il pubblico si aggrappa rassicurato da riconoscibili tratti psicologici. La voce come personaggio non accetta distinzioni tra la vocalità e la parola, nega la comunicazione, è come se Bene parlasse con se stesso di sé, e lo fa in pubblico. Qui sta l’irrappresentabilità del suo teatro dove drammaturgicamente è più importante ciò che non si vede.

Con queste premesse la serata al Cimitero Evangelico, nella sua coraggiosa e ambiziosa proposta, non poteva che risultare ad alto rischio. Mettere le mani su Bene è sempre complicato, forse impossibile. Lasciare scorrere tra tombe e cimeli il video della sua performance sic et sempliciter probabilmente sarebbe stata la scelta più logica e provocatoria perché, qualunque idea, soluzione o costruzione drammaturgica si pensi, è con il suo non-teatro che va a confrontarsi. La timida tentazione di mettere in gioco – sul piano scenico, oltre a quello musicale – il pianista e il coro, i cui componenti arrivano dal buio di percorsi diversi, non funziona. Presenze che risultano in realtà sterile contorno, corpi estranei. Serviva probabilmente un guizzo creativo più deciso, questa via di mezzo fa sì che il video, le parole, il volto di Bene, la sua potenza fagocitino tutto.

Lo «spirito recitante» poi, che parla spesso sulla voce originale di Lydia Mancinelli in una sovrapposizione a tratti coinvolgente, si muove in una gestualità fin troppo esplicita, sempre lontana dal contesto drammatico. Nella rappresentazione scenica come tutela dell’ordine, che Bene ha sempre ferocemente combattuto, tutto evapora. Rimane solo il leggero profumo del genio.

Carmelo Bene, da Lord Byron, con le musiche di Robert Schumann

Manfred

Firenze, Cimitero Evangelico Agli Allori, 30 luglio 2016

Coro da camera di Bologna diretto da Pier Paolo Scattolin, Pier Paolo Vincenzi pianoforte, Valentina Testoni spirito recitante, Claudia Ceville video, regia di Riccardo Giannini

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