massive-attack-con-john-hillcoat_the-spoilsMassimo Palma

John Hillcoat è un regista australiano che ama i temi estremi, ama sondare i margini oscuri della civiltà, le parabole fondative della convivenza umana. Lo ha mostrato nei suoi lungometraggi, dal western The Proposition all’ardua trasposizione sullo schermo della Strada di Cormac McCarthy fino a Lawless, un altro western sceneggiato dal connazionale Nick Cave.

Stavolta però, di fronte alla proposta formulatagli dai Massive Attack di dare un’immagine alla loro canzone The Spoils, Hillcoat ha probabilmente individuato una strada più radicale per avvicinare, e infine cogliere, quei margini inesplorati della civiltà che da anni indaga. Il video che ha realizzato è di facile concezione, apparentemente. Prendi Cate Blanchett, uno dei volti più meravigliosi inquadrati dal cinema negli ultimi trent’anni, australiana come lui. Prendi Cate e trattale il volto in digitale – eccone il profilo superbo, poi disturbato sempre più dalla grafica, dalle ombre, eccone il viso lucido di sudore. Ed ecco, mentre il brano incede lento e maestoso, Cate che diventa un’irriconoscibile faccia di cera, e poi un calco di gesso, con infinite variazioni di luce, di colore, di artifici. Ma non basta: in una stupefacente regressione ai limiti dell’umano, di quell’ineffabile volto di Cate resta quasi solo un teschio, un modello da museo. E poi, quando siamo oltre Cro-Magnon, prima del sapiens, assistiamo ancora a un gesto di hybris narrativa: ecco quel teschio, quel calco, farsi pietra, prima pietra in forma umana, poi unicamente basamento, blocco, sasso.

In sostanza, l’effigie della donna più bella, più espressiva, più parlante, viene progressivamente ridotta a roccia. Annullata – in una spietata transizione biologica, in una retromarcia impetuosa nella storia dell’ominide, che dalla perfezione lo porta a Neanderthal e poi al minerale – nella sua vitalità.

Ma di quale viaggio sonoro è il contrappunto quest’esperienza visiva? Manca un tassello, infatti: il testo di questo brano intitolato The Spoils, le spoglie, il bottino, la preda. A recitare questo salmo, con sovrana padronanza di ogni sfumatura, è Hope Sandoval, la cantante dei Mazzy Star prestata ai Massive Attack. E cosa dice Sandoval, sfiorando i vertici del soave, sulla sapiente partitura di elettronica e archi orchestrata da Grant Marshall, in arte Daddy-G? Dice, anzi ripete per tante, tante volte, che «ha una cattiva sensazione a te sconosciuta / non la conosco nemmeno, ma spero che lei ti dia conforto stasera».

Le spoglie parla dunque di un tema antichissimo: una donna appena lasciata per un’altra, che spiega all’uomo come la possessività non sia qualcosa che le appartenga. Gli spiega che sta provando un’altra sensazione, un bad feeling, che non è brama di possesso. Perché, appunto, «qui non c’è nessuno che ti tenga sotto la sua ombra, o ti abbia mai posseduto». Qui, in questa voce femminile, non c’è protezione, non c’è proprietà.

Ovvero – suggerisce Hope Sandoval, lo recita con un calore vocale irripetibile – nel rapporto d’amore per come lo concepisce mentre sa di esser stata lasciata, non ci sono quelle caratteristiche così maschili – la tutela, il possesso – che ne disegnano il profilo tradizionale e che al contempo lo macchiano di un sospetto atroce.

Ed è qui che il video di John Hillcoat torna utile, spiega il sospetto, lo delucida con un ventaglio di alterazioni digitali che dialogano sorprendentemente con la canzone, ne rappresentano il pendant maschile. Il ritratto della donna oggetto di gelosia, protezione e possesso viene svelato come l’icona di una figura immobile, come la ripresa di una pietra fatta da un maschio che ha fatto di tutto per ridurre la femmina alla stasi. Il video parla contro l’audio, la femmina canta contro il maschio che la riprende.

Mentre Hope Sandoval spiega che «io in qualche modo ti amo lentamente», a quella lentezza d’amore rispondono dunque le immagini modificate di un volto umano che si fa minerale. Conscia del pericolo, con una saggezza inarrivabile per il modo d’amore che la tradizione ha sempre affidato al maschio, Sandoval sospira che altrettanto «lentamente ti conosco, e ti voglio tenere a distanza».

Dunque il maschio, questo maschio, mentre se ne va, seppure ancora amato, va comunque allontanato. Va allontanato finché vuole proteggere, vuole possedere la donna. Proprietà chiama violenza. Perché si sa, si vede nel video, che se non potrà farlo, se non potrà schiacciarla sulla diade possesso-protezione, ricorrerà a quelle armi che di amore non hanno più nulla. Se vuole che la donna viva nel cono d’ombra, se vuole avere la proprietà di chi non lo ha mai posseduto, allora il maschio che vediamo dietro la telecamera, e conosciuto nelle cronache e celebrato nelle canzoni, tende a violare la donna, a sfigurarla, a toglierle il volto e quindi la vita.

Nella dialettica di voce e video, mentre Sandoval canta come uscire dalla tutela, Blanchett sfigurata, pietrificata, racconta il retaggio che permane nelle nostre retoriche d’amore, nelle nostre incapacità di narrare l’eros eterosessuale secondo schemi diversi da quello forza-debolezza, proprietà e protezione.

Cate Blanchett senza volto, ridotta a minerale, resta lì, novella Niobe ridotta in pietra da Zeus per la sua umanità eccessiva, mentre la canzone sfuma in un lunghissimo addio. La roccia come femmina-preda, spoglie di un maschile che non conosce la distanza, la lentezza, il sentimento acre di non riuscire a esser violenti, perché non si è mai posseduto l’altro, non lo si è mai voluto.

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