wave1Andrea Inglese

“Sting riporta la vita e celebra la musica per la riapertura del Bataclan”, così titolava il sito di France Info, sintetizzando in modo esemplare il messaggio che i media francesi hanno voluto unanimemente diffondere: sabato 12 novembre, con Sting sul palco, possiamo celebrare la vittoria della festa, nel luogo stesso in cui era stata un anno prima crudelmente interrotta. Ci si potrebbe chiedere, allora, chi e cosa siano gli sconfitti di questa vittoria. Senz’altro lo spirito oscurantista dei terroristi, che odiano palesemente i nostri riti occidentali, anche se è probabile che ben poco possa influire su di essi e i loro criminali progetti un concerto ben riuscito di Sting. È poi probabile che la stampa, assieme ai proprietari del Bataclan, vogliano vedere sconfitti l’umore malinconico, e ogni traccia di angoscia o di paura, che gli attentati del 13 novembre 2015 hanno lasciato in eredità ai cittadini di Parigi e non solo a loro. Certo, c’è stata tolleranza per quei parenti delle vittime e quei sopravvissuti alla strage che hanno declinato l’invito al concerto del 12 novembre (la sala aveva riservato rispettosamente dei posti per loro). Non tutti hanno magari già “voltato pagina”, ma l’invito a farlo è stato unanime ed esplicito, anche perché il settore turistico è ancora in pena, e la macchina degli affari gira bene solo quando c’è un’autentica atmosfera festiva. Nulla di nuovo. Questa medesima situazione era stata descritta in un libro di Philippe Muray, Cari jihadisti, uscito in Francia un anno dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York e disponibile ora in Italia per Miraggi edizioni nella collana Tamizdat diretta da Francesco Forlani e Alessandro De Vito. La sua lettura è altamente consigliata a tutti i coloro che non sono così ansiosi di rituffarsi nella spensierata festa da fine settimana occidentale.

Philippe Muray fa parte di quegli autori difficilmente classificabili che hanno attraversato i generi (romanzo, saggio erudito, pamphlet), gli ambienti letterari (da Tel quel all’Atelier du roman), e la stessa partizione ideologica destra-sinistra con una furiosa indipendenza di giudizio e un talento polemico fuori dal comune, conquistandosi alla fine una sorta di equanime e generalizzata inimicizia. Ciò nonostante, dopo la sua morte precoce avvenuta una decina di anni fa, la sua opera ha sollecitato un crescente interesse. Il suo percorso di critico letterario e saggista era iniziato con la rivista d’avanguardia Tel Quel e il sodalizio con Philippe Sollers. Nel 1981, il suo Céline, pubblicato presso Seuil nella collana di Sollers, già suscitava scandalo. Muray proponeva una lettura integrale di Céline, ossia l’impossibilità di scindere il grande romanziere dal detestabile pamphlettista antisemita. (Posizione che, da noi, difese lo stesso Raboni, nell’introduzione che scrisse, nel 1993, alla sua versione di Mea culpa per Guanda.) Muray considerava l’amputazione del Céline ignobile da quello celebrato nelle storie ufficiali della letteratura un’operazione di chirurgia estetica, volta a normalizzare e risanare il corpo dell’opera, espellendo da essa tutto ciò che incarnava l’errore e il male. Nel suo saggio successivo, mostruosamente erudito e ancora più spiazzante, Il diciannovesimo secolo attraverso le epoche (Denoël, 1984), l’autore proponeva una sorta di genealogia dell’idea ottocentesca di socialismo e di progresso, repertoriando tutti gli intrecci meno evidenti tra occultismo e ragione, tra pulsioni metafisiche e imprese profane. Ce n’era abbastanza per farsi malvedere dalla sinistra intellettuale e per suscitare superficiali simpatie presso la stampa di destra.

In ogni caso, chi legge Cari jihadisti si trova ancora oggi di fronte a una critica dell’attuale società capitalistica che, per ferocia e ampiezza di campo, non ha più da tempo cittadinanza nell’ambito delle sinistre istituzionali (parlamentari), ma risulta rara persino in quello della sinistra radicale. Poco importa, alla fine, se sul filo del continuo paradosso Muray si riveli più reazionario o rivoluzionario. Conta, infatti, quello che noi decidiamo di fare della sua prosa mordace. Ad esempio, considerare la sua analisi della nostra società ad un tempo “iperfestiva” e “ipersecuritaria” come un capitolo ulteriore della critica dello Spettacolo iniziata da Guy Debord. Un capitolo che si situa dopo gli spettacolari attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti da parte dei kamikaze di Al Qaida, e che si rivela utile per comprendere il clima della Francia attuale, dopo gli attentati del 2015 e del 2016 realizzati in nome dello Stato Islamico.

Cari jihadisti non propone né un’analisi sociologica del profilo del martire terrorista né una spiegazione geo-politica della “guerra santa”. È una lunga lettera indirizzata ai jihadisti, per chiarire loro la natura di quello che erroneamente credono di combattere, ossia una civiltà occidentale ben poco somigliante, nella realtà, all’immagine che se ne sono fatti. “Le vostre distruzioni compromettono le nostre decostruzioni. Il vostro annientamento interrompe la nostra nientificazione. Siete dei doppioni. Minacciate la nostra umanità, ma noi siamo già oltre l’umano, impegnati a espanderci ancora. (…) E dovreste così capire, finalmente, che i guasti che tentate di provocare voi non saranno mai al livello di quelli che provochiamo noi. Con un’unica differenza, anche qui: per i vostri soprusi sarete perseguitati ai quattro angoli del pianeta, mentre a noialtri occidentali spetteranno gloria e lodi”. È da due anni che gli opinionisti francesi hanno rivoltato da ogni parte il nichilismo degli attentatori, nichilismo tanto più spaventoso in quanto proveniente da giovani nichilisti di casa propria, seppure di stile così arcaico ed esotico. Il libro di Muray potrà ricordare loro che in fatto di nichilismo le società capitalistiche occidentali non sono seconde a nessuno, e nello stesso tempo godono di un privilegio unico nel mondo: vendono a se stesse e agli altri la distruzione del pianeta come un affare straordinariamente allettante per tutte le classi e realizzato all’insegna della più grande tolleranza e rispetto individuali. In tante pagine di Muray risuonano le riflessioni gravi e pessimistiche che Günther Anders ha sviluppato nel secondo volume della sua filosofia delle tecnica, apparso nel 1980 (L’uomo è antiquato. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, 1992). E in esergo a Cari jihadisti avrebbe potuto esserci questa frase, contenuta nelle prime pagine dell’Uomo antiquato: “L’umanità che tratta il mondo come ‘un mondo da buttar via’, tratta anche se stessa come ‘un’umanità da buttar via’”. Se Anders, però,  giustificava il tono inflessibilmente serio del proprio discorso rispetto alla situazione estrema e tragica nella quale si trova l’umanità odierna, Muray ha scelto come arma la risata rabelesiana, che fronteggia dissacrante ogni forma di ipocrisia e conformismo intellettuale.

Con un medesimo gesto, l’autore mostra le velleità di ogni pretesa guerra santa contro l’Occidente, e nello stesso tempo l’incapacità delle società occidentali di pensarsi fuori dalla cornice di una perfetta e sempre rinnovantesi innocenza. “Quegli intollerabili attentati hanno di colpo vietato preventivamente ogni libera critica di ciò a cui miravate. Bel vantaggio collaterale. A partire da quel preciso istante, la fabbrica dell’elogio permanente che tanto odiavate si è impadronita della quasi totalità dello spazio sociale.” In Francia, in questi due anni, è accaduto esattamente questo. Ma è importante capire, che la fabbrica dell’elogio non è per Muray semplicemente la cinica e fredda macchina propagandistica dello Stato, ma un clima a cui tutti partecipano concretamente, "dal basso", attraverso le scelte della propria vita quotidiana e il proprio entusiasmo. Non è un caso, allora, che il presidente del Bataclan abbia parlato di “atto militante”, per coloro che hanno deciso di partecipare il 12 novembre al concerto di riapertura di Sting. E così vale per la movida parigina più in generale. Ognuno potrà dare una dignità del tutto particolare alla mera abitudine di farsi spennare economicamente in un locale affollato e chiassoso di Parigi durante il sabato sera. E d’ora in poi, chi trovasse ininteressante, deprimente o semplicemente odiosa tale espressione dell’ordinaria superiorità dei valori democratici, non sarà semplicemente annoverato tra le persone disturbate mentalmente, ma rischierà di essere considerato l’alleato oggettivo dei terroristi anti-sistema. “Ci batteremo per tutto, per difendere parole e vite senza senso. Ci batteremo per l’ordine mondiale caritatevole e la movida notturna. Ci batteremo per la vita sempre al top, e per l’arte alternativa. (…) Lotteremo in favore del riscaldamento globale, per la crescita del livello del mare, per ridurre con misure draconiane le emissioni di carbonio, in favore di tutte le catastrofi e per tutti i modi possibili di limitarne l’impatto. (…) Ci batteremo fino all’ultimo per andare avanti, fare cose, vedere gente, cambiare, avere progetti. (…) Ci batteremo per la libertà di girare in monopattino senza secondi né primi fini.”

 

Philippe Muray

Cari jihadisti…

Traduzione di Francesca Lorandini e Olivier Maillart

Miraggi edizioni, 2016, p. 108, € 14.

 

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

 

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