collettivocinetico1Angela Bozzaotra

A far da sfondo a Sylphidarium, ultima creazione di CollettivO CineticO – compagnia di danza e arti performative –, è la figura mitologica della silfide, metà insetto e metà figura umana, icona del balletto romantico di metà Ottocento. La rivisitazione della tradizione da parte del CollettivO parte dunque dalla destrutturazione dell’omonima pièce La Sylphide (1832) e dalla sua rilettura in chiave parodistica, pop, cinica. La Silfide di Taglioni era stata scritta su misura per la danzatrice protagonista (sua figlia Maria Taglioni); il libretto, scritto da Adolphe Nourrit, si ispira al romanzo di Charles Nodier, Trilby ou le lutum d’Argail (1822), e rimanda al paesaggio rarefatto e onirico della Scozia tardo di Walter Scott, costellate da figure appartenenti al folclore locale come l’enigmatica Donna del lago (1810). L’opera in sé determina l’irrompere nella tradizione dell’uso delle punte e del tulle quale costume adibito al cosiddetto «atto bianco»; apre inoltre – con la sua seconda ripresa, nel 1836, da parte di August de Bourneville – alla scuola del balletto danese, nella quale il ballerino è sullo stesso piano della ballerina (scelta dalla forte valenza etica).

Tornando alla versione di CollettivO CineticO, il materiale drammaturgico è di matrice storica e allo stesso tempo contiene un’istanza parodistica, come consueto per la giovane compagnia ferrarese, che già in Amleto (2013) presentava agli spettatori un dispositivo scenico ludico e dissacrante. Sylphidarium si presenta come uno spettacolo di danza che rivisita la tradizione in chiave coreutica e assieme estetica, inserendosi nella nuova fase di CollettivO che, dal recente Miniballetti (2015), attua una riflessione tesa a porre sotto la lente del «contemporaneo» opere classiche e considerate di repertorio, stravolgendone l’impianto coreutico e l’estetica.

L’immaginario di riferimento va infatti dalle ambientazioni asettiche e pubblicitarie dei corpi plastificati di Vanessa Beecroft ai modelli American Apparel, dai manga giapponesi e dalla Vevo Generation (che ha ormai seppellito la MTV generation) ai videogames RPG.

Sono gli smile della messaggeria del telefonino, le idiotiche schermate dei social network, le luci abbacinanti delle merci di Zara e H&M, il sentire pornografico/ poliamoroso e assieme romantico dei Millennials, le foto su Instagram come nuove icone sacre, le app per modificare le foto come nuova arte. La perdita dello sguardo in mucchi di merce che si accumula e che riluce.

collettivocinetico2Syplhidarium si struttura con un preludio a cui seguono numerose sequenze, interrotte in due atti, ricalcando dunque la struttura originale dell’opera del 1832. L’intro e il finale sono entrambi introdotti da una voce sintetica, che presenta l’argomento e annuncia l’ultima coreografia. Le sequenze sceniche vedono due situazioni performative di carattere teatrale poste specularmente, la prima una sfilata di moda che presenta i personaggi, l’ultima una sorta di simposio al quale partecipano tutti i danzatori in cerchio. Si susseguono assolo (tra i quali quello della silfide che muore), duetti, trii e coreografie d’insieme. Non è sottolineata la teatralità del gesto, bensì il suo astrarsi tramite rallentamento e raffreddamento. Il perno attorno al quale ruota la coreografia di Francesca Pennini è la dinamica di cristallizzazione&scomposizione della figura, ottenuta attraverso la manipolazione della ritmica, il lavoro sulla muscolatura e il controllo da parte del danzatore, sullo spostamento del peso di ciascuna parte del suo corpo da un punto all’altro dello spazio. Una scrittura analitica, plastica, tendente all’astratto e sfociante nel figurativo. Di fatto i corpi non vengono mai nascosti o sublimati, sono sempre presenti, reali, tangibili, anzi messi in primo piano, iper-realizzati come statue semoventi.

Sono danzatrici che si muovono sulle punte in calzini da tennis e nient’altro addosso, danzatori che saltano come in un rito tra il tribale e lo ginnico; anche l’identità di genere è continuamente confusa e lasciata in sospeso. Le silfidi e i silfi in kilt (in riferimento all’immaginario scozzese di Scott) gravitano sulla superificie, non scendono nelle profondità; sono creature algide, dominatrici, impenetrabili nella loro fissità e assenza di spessore drammatico e psicologico. Si muovono meccanicamente su traiettorie rigide e pre-programmate, sono connotate da espressioni facciali forzate, finte, come maschere muscolari simili a museruole invisibili. Indossano costumi dal taglio barocco, con guanti da pugilato al posto delle scarpe e improbabili tute aderenti. Sono figure «oscene», che non si addicono all’opera classica ma paiono uscite, piuttosto, da una rivista queer. Se una linea morbida viene disegnata una linea spezzata la interrompe, smontandone l’armonia, in un continuo gioco con lo sguardo dello spettatore, parte integrante del sistema perverso di aspettativa/interruzione dell’aspettativa. È sempre presente infatti l’aspetto funzionale: tutti i cambi avvengono a scena aperta, così come il trio di musicisti è collocato sullo spazio scenico. Il luogo deputato alla rappresentazione è delineato dal colore bianco, in riferimento all’«atto bianco» della Silfide. Le luci sono fisse, pubblicitarie; tranne nel finale, quando i corpi appaiono sagomati in nero, per la prima volta sottratti alla rappresentazione, ritirandosi e ascondendosi nel fondale buio di scena.

La partitura sonora, composta da Francesco Antonioni e suonata live, in parallelo, lungo l’intera durata dello spettacolo è costituita da un mix tra spartito originale dell’opera e brani originali, corrispondenti a un sound composto da percussioni tribali, momenti noising e elettronici/drone che, per un certo meticciato compositivo para-postmoderno, vanno assieme alle note pure del violino. Oltre al piano del sonoro, anche il versante coreutico è un continuo rimando di citazioni, alla tradizione in primis e in secondo luogo alla stessa non-danza contemporanea. Quest’ultimo rimando si manifesta attraverso il continuo porre i corpi in posture fisse e stabili, quasi esaltandone la plasticità, un loro insito essere-esposti-allo-sguardo. Come merce.

Silphydarium si iscrive nel percorso del CollettivO CineticO quale punto d’approdo della ricerca sui linguaggi scenici effettuata dalla compagnia; in particolar modo sulle posture del corpo, come in <age> (2014), dove un gruppo di adolescenti attraverso un dispositivo ludico/scenico si alternava in azioni performative e sculture corporee. In questa fase la priorità è data dunque al confronto con la tradizione classica, alla definizione di un’estetica originale e all’accuratezza del dispositivo drammatugico, composto da un apparato concettuale ben saldo, che considera il corpo come materia da modellare a partire dalle sue possibilità di farsi-immagine.

CollettivO CineticO

Sylphidarium

concept, regia e coreografia di Francesca Pennini; musica di Francesco Antonioni

Bologna, Arena del Sole, 14 ottobre 2016 (VIE dei Festival)

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Le stagioni del nuovo teatro

Dall’archivio on line all’ascolto on air

Il ciclo delle sei trasmissioni radiofoniche sul Nuovo Teatro dal ’60 al 2000 in onda su Rai RadioTre-Passioni fino al 20 novembre (ogni sabato e domenica alle ore 14.30, scaricabile anche in podcast dal sito di Radio Rai 3) è la fisiologica evoluzione di un processo di ricerca e tracciamento storico condotto e ideato da Valentina Valentini che ci guida in questo viaggio sonoro attraverso la storia del Nuovo Teatro italiano.

Dal volume Nuovo Teatro Made in Italy di Valentina Valentini e pubblicato nel 2015 da Bulzoni Editore, passando attraverso il sito web www.nuovoteatromadeinitly.com che gli fa da supplemento (un archivio on-line che mette a disposizione del lettore e condivide in rete alcuni dei materiali scelti – audio, video, recensioni, manifesti, saggi: un sito di studio che racchiude in sé, con una chiarezza sorprendente e una logica ben precisa, l’immaginario collettivo di questi decenni con i suoi protagonisti), si approda alle sei puntate radiofoniche. Ne deriva una necessaria sintesi che si avvale del registro sonoro come nuova prospettiva che offre all’ascoltatore un’idea della intensa temperie artistica e teatrale di questi ultimi decenni.

I tre livelli d’indagine (libro, sito, radio) tracciano una mappatura, si accompagnano e si compensano senza soluzione di continuità, integrandosi e interfacciandosi. Quello che sorprende difatti è la ricchezza di possibilità e combinazioni che i media scelti per la fruizione di questo percorso mettono in atto. Essi esistono indipendentemente ma nello stesso tempo si compensano. Come dal libro siamo costantemente rimandati ai focus del sito, ovvero agli approfondimenti sui protagonisti del decennio e sui singoli spettacoli scelti (estratti video o audio, interviste e fonti originali), così la radio ha il valore di rimandare, attraverso l’ascolto a testi, manifesti e sequenze audio tratti dagli spettacoli originali, rendendone dinamica la fruizione (grazie anche all’apporto registico di Diego Marras)

Ogni trasmissione contiene il racconto di esperienze particolari da parte di intellettuali, artisti , attori, registi come Nanni Balestrini, Simone Carella, Alvin Curran, Giuliano Scabia, Jannis Kounellis, Chiara Guidi,Sandro Lombardi, Giorgio Barberio Corsetti, Enzo Moscato, Roberto Latini, Mariangela Gualtieri, Riccardo Fazi, Leo De Berardinis e Perla Peragallo, collettivO cineticO, gruppo nanou e altri.

Ai racconti si affiancano i brani estratti da spettacoli tipo (Nostra signora dei turchi, Pinocchio, di Carmelo Bene, Passion selon Sade di Sylvano Bussotti, La fabbrica illuminata di Giuliano Scabia e Luigi Nono, Crollo nervoso dei Magazzini Criminali, Tango glaciale di Falso movimento, L’isola di Alcina di Ermanna Montanari e Teatro delle Albe, Discorso grigio di Fanny & Alexander, Otello di Roberto Latini, Cuori strappati della Gaia Scienza e tanti altri. Le voci di Ida Vinella, Alessandra Vanzi e Marco Solari si inseriscono con la lettura di manifesti: quelli di Ivrea e quello di Pier Paolo Pasolini del Nuovo teatro del 1967, il manifesto dell’arte povera di Germano Celant), della musica (Intermedia di Domenico Guaccero), testi terorici (di Giuseppe Bartolucci, Jannis Kounellis, Giovanni Testori, Claudia Castellucci, Cesare Ronconi, eccetera), scelti perché sintesi di tendenze estetiche, pratiche e poetiche. E infine recensioni in grado di restituire all’ascoltatore l’atmosfera di uno spettacolo, in assenza di documenti diretti (di Franco Quadri, Marco Palladini, Giuseppe Bartolucci, Massimo Marino, Oliviero Ponte di Pino). Infine si è scelto un sound che incarni il decennio: Canti dal giardino magnetico di Alvin Curran per gli anni Settanta, la colonna sonora del film Blade Runner per gli anni Ottanta, Matrix di Ryoji Ikeda per gli anni Zero.

Sei trasmissioni che trasmettano l’intensità di un punto di vista soggettivo e selettivo: non uno sguardo enciclopedico-descrittivo, ma la parzialità di un’esperienza che si elabora vivendola.

Hanno collaborato per la ricerca, la selezione e il montaggio dei documenti audio: Walter Paradiso, Ida Vinella, Mauro Petruzziello, Daniele Vergni. Per la Rai: Diego Marras, Laura Palmieri, Cettina Flaccavento. Voci di Valentina Valentini, Alessandra Vanzi, Marco Solari e Ida Vinella.

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