pigsAlberto Capatti

Il maiale, la soia, il tonno e il pomodoro. Cosa hanno in comune? Il reportage di Stefano Liberti, I signori del cibo, lo spiega in un Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta. Il viaggio comincia in Cina, dove vengono macellati ogni anno 700 milioni di maiali per il fabbisogno interno. Allevati come polli da batteria, rappresentano, uno ogni due abitanti, un indice di benessere irrinunciabile, sconosciuto nel passato. Come vengono nutriti? Con la soia importata dal Brasile, anzi dal Mato Grosso, «un’enorme monocultura […] sette milioni di ettari». La si produce e raccoglie con le macchine, niente contadini in vista. Poi la soia viaggia, prima in camion, quindi nelle navi mercantili, e finisce all’altro capo del mondo. L’industria alimentare globale punta a una produzione e a un consumo da capogiro, senza interrogarsi sulla qualità, e dietro c’è la finanza che in tale mercato ha trovato, cifre alla mano, investimenti redditizi.

Naturalmente rassicurato non è chi si interroga sul futuro dei consumi carnei a prezzi irrisori, dei maiali e degli uomini. E il tonno ? Pesce migratore, viene preso da mega-pescherecci, nei mari africani o ancora più lontano: «Un pesce catturato da una nave taiwanese nella zona economica esclusiva di Tuvalu nel Pacifico può esser trasportato in una fabbrica thailandese da una nave frigorifera battente bandiera panamense attraverso un contratto da una società di brokeraggio con sede negli Stati Uniti e finire poi in una salade niçoise servita in un ristorante di Parigi». Lasciamo alla lettura l’ultimo capitolo: il pomodoro prodotto in Cina, in Italia e in passato in Ghana, che finisce nei concentrati e nelle bottigliette di ketchup. L’inchiesta si conclude nei campi della Puglia, fra caporali e raccoglitori africani pagati 3 euro e 50 all’ora. Ma un secondo volume potrebbe iniziare dai cereali OGM e biocarburanti.

Il reportage di Stefano Liberti è minuzioso e sorprende quando affronta il sapore di un tonno che, dopo la prima cottura, prima dell’iscatolamento, è totalmente insipido. Così rappresentando un bell’interrogativo sensoriale. Perché se ne consumano in Europa milioni di scatolette? La macchina alimentare punta a vendere l’immagine semplificata di un cibo al costo più basso possibile, immediatamente fruibile, occultando i processi e i luoghi, sacrificando pescatori e contadini, e quindi non dobbiamo, a questa domanda, avere altra risposta che «ci piace». I signori del cibo, finanzieri o industriali o tecnologi, non hanno né un volto né una bocca e nemmeno un cervello in grado di valutare i disastri ambientali, porcini e ittici e umani, e lasciano tutta la responsabilità al consumatore che spinge il suo carrello e lo riempie di scatolette scontate del 20%.

Ma l’inchiesta non si ferma a questo. Essa apre non solo una visione del mondo attuale ma un capitolo della storia alimentare presente. Troppo inclini a coniugare il cibo e il passato, a pregiarne gli aspetti tradizionali, perdiamo di vista quello che sta accadendo con la globalizzazione, e il prezzo che essa comporta. La storia oggi ha, nel futuro immediato o decennale, una ragion d’essere perché non è vano chiedersi che conseguenze avrà la crescita demografica cinese sugli allevamenti di quel paese e, di riflesso, sull’agricoltura brasiliana o africana. Il futuro è la chiave del presente, la sua immagine stravolta, e bisogna leggerlo nelle pagine di questo reportage, senza cedere alla tentazione di rinchiudersi nel proprio orto calcolando tutto a chilometri zero, o viceversa rallegrarsi, con spirito vegano, nella prospettiva dei prossimi quarant’anni, quando si riveleranno insostenibili allevamenti e macelli.

Dalla fine del secolo scorso è in atto un’accelerazione dello sfruttamento del pianeta alla quale occorre dare una risposta non ideologica ma analitica, fondata su una raccolta di dati e testimonianze, viaggiando alla ricerca delle fonti che, in prima istanza, sono tonni o pomodorini, quindi parole e scritti di uomini nelle lingue più diverse, e infine numeri da scovare e da decriptare. È quanto ha iniziato a fare lo storico Stefano Liberti.

Stefano Liberti

I signori del cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta

minimum fax, 2016, 327 pp., € 19

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!